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News - Contesto

Avinews aprile 2024

Aprile 2024

Chiunque dia una prima occhiata alla cronaca «100 anni della Stazione ornitologica svizzera», recentemente pubblicata, legga alcuni paragrafi e senta l’atmosfera che emanano le foto, scopre lo spirito particolare che ha ispirato i fondatori del nostro istituto. Ci sono tuttavia voluti più di dieci anni, durante i quali erano mancati «coraggio, fiducia, denaro, tutto», prima che nell’aprile del 1924 la Stazione ornitologica potesse finalmente essere fondata. Quando si leggono i resoconti dei primi tempi si percepisce un vero spirito di ottimismo. L’inanellamento degli uccelli come un nuovo, entusiasmante compito di ricerca, la raccolta delle informazioni, l’unione delle conoscenze, la condivisione dell’entusiasmo.

Ciò che forse è meno noto è che la Stazione ornitologica è stata fin dall’inizio anche un centro di scrupolosa informazione. Già negli anni 1920 venivano offerte visite guidate e ogni anno si rispondeva a diverse centinaia di lettere – nel tempo libero la sera o nei fine settimana. Alfred Schifferli Sr., in qualità di primo direttore dell’istituto, si affidava anche al lavoro dei media per «diffondere l’idea della protezione degli uccelli ». Uno scopo che perseguiamo ancora oggi – con queste Avinews nelle vostre mani o con altri mezzi di comunicazione. È impressionante il numero di compiti diversi che Alfred Schifferli Sr. svolgeva praticamente «in unione personale» e che la Stazione ornitologica persegue ancora oggi. Ricercare- proteggere-informare da 100 anni!

L’articolo sugli inizi della Stazione ornitologica mostra in modo impressionante le avversità che i fondatori dell’istituto hanno dovuto affrontare. Vi si legge, ad esempio: «Come sarebbe bello se la nostra società, come proprietaria della Stazione ornitologica, non dovesse misurare le sue modeste risorse in modo così limitato in ogni ambito, riuscendo a fare solo il minimo indispensabile nel campo dello studio e della protezione degli uccelli.» Che percorso di successo hanno intrapreso da allora lo studio e la protezione degli uccelli in Svizzera! Dopo cento anni, il lavoro «non è tutto fatto così a tempo perso » e non più soltanto una persona si dedica «interamente alla Stazione ornitologica», ma ben moltissime. Studiamo e proteggiamo ciò che ci entusiasma. Possiamo essere orgogliosi di questo sviluppo e vogliamo continuare con questo spirito!

Avinews aprile 2024

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Nei suoi 100 anni, la Stazione ornitologica svizzera ha vissuto una storia movimentata che, in occasione del suo giubileo, è stata raccontata nell’appassionante cronaca «I 100 anni della Stazione ornitologic...
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Con quali misure di sostegno si può favorire la ricomparsa del Torcicollo? Nuove scoperte saranno probabilmente in grado di migliorare la conservazione di questa specie.
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Dal 2010 la Stazione ornitologica studia l’ecologia del Luì verde, specie minacciata. Inizialmente, ci si era concentrati sui requisiti dell’habitat, ma recentemente l’attenzione si è rivolta soprattutto agl...
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Quante specie di uccelli nidificano in Svizzera? Quante di esse sono nella Lista Rossa? Per rispondere a queste domande, bisogna prima definire cos’è una specie. Cambiamenti regolari negli elenchi delle spec...
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Nel 2021 la Stazione ornitologica ha lanciato un invito a presentare progetti nell’ambito del programma «Un nuovo slancio per l’avifauna». Tre anni dopo sono stati lanciati 23 progetti con la collaborazione ...
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Gli inizi della Stazione ornitologica

Aprile 2024

Nei suoi 100 anni, la Stazione ornitologica svizzera ha vissuto una storia movimentata che, in occasione del suo giubileo, è stata raccontata nell’appassionante cronaca «I 100 anni della Stazione ornitologica svizzera di Sempach».

I primi progetti per la creazione di una stazione ornitologica sono stati riassunti da Alfred Schifferli Sr., il futuro fondatore dell’istituto, come segue: «Tra gli ornitologi si sentiva da molti anni la mancanza di un centro scientifico per lo studio e la protezione degli uccelli. Mancava un ente che raccogliesse i rapporti degli osservatori. Al posto delle raccolte private, che esistevano qua e là sparse per il Paese, o accanto ad esse, era auspicabile che ci fosse un punto di raccolta centralizzato ad uso dei nostri ricercatori. Per molti anni, gli inanellamenti erano stati effettuati da due membri del comitato della Società svizzera per lo studio e la protezione degli uccelli S.G.V.V. (Schweizerische Gesellschaft für Vogelkunde und Vogelschutz, oggi Ala) a proprie spese e privatamente. Nel 1912, in una riunione a Olten, il comitato della nostra società aveva già suggerito la creazione di una centrale, ma mancava il coraggio, la fiducia, il denaro, tutto.»

La decisione formale di istituire un Centro ornitologico svizzero fu presa il 10 giugno 1922 in occasione dell’assemblea primaverile della S.G.V.V. a Lucerna, anche se il finanziamento non era ancora assicurato. Gli obiettivi erano la raccolta di uccelli imbalsamati e di uova, la creazione di una biblioteca di riferimento e i «controlli sull’inanellamento degli uccelli […] e la consegna degli anelli». Come ubicazione, è stata proposta Sempach perché questa storica cittadina si trovava in posizione centrale, con il lago, gli stagni e i ruscelli ospitava una ricca avifauna ed era priva di industrie. Altri argomenti erano la vicinanza alla riserva di Längenrain sulle rive del lago, la prima zona protetta della S.G.V.V., e la disponibilità delle autorità di Sempach. Soprattutto, però, viveva a Sempach il co-iniziatore Alfred Schifferli che si offrì di occuparsi dei lavori della centrale nel suo tempo libero, per quanto possibile.

Sbrigava i lavori per la Stazione ornitologica in casa sua. La cerimonia di apertura ebbe luogo durante una giornata della S.G.V.V. domenica 6 aprile 1924 a Sempach. Il presidente Albert Hess presentò la storia che aveva portato alla creazione della centrale e Alfred Schifferli tenne una conferenza su «L’importanza di Sempach come punto di osservazione della migrazione degli uccelli».

Centrale di inanellamento e inanellamento degli storni

La ricerca sulla migrazione degli uccelli è stata fin dall’inizio uno dei compiti principali della Stazione ornitologica, che assunse la funzione di «Stazione centrale svizzera per gli esperimenti di inanellamento». Da un lato, ciò significava la consegna e la gestione degli anelli, dall’altro lo stesso Alfred Schifferli si dedicò molto intensamente all’inanellamento degli uccelli. Nel 1925, 408 uccelli, pari a circa il 25 % di tutti gli uccelli inanellati in Svizzera, furono marcati presso la Stazione ornitologica.

Nell’autunno del 1927, Alfred Schifferli e sua moglie si recarono a Helgoland, dove Rudolf Drost, il direttore della Stazione ornitologica locale, mostrò loro come catturare gli uccelli con reti simili a nasse. Nell’ottobre del 1931 e alla fine di settembre del 1932 i due poterono visitare l’Osservatorio ornitologico del Garda di Salò, un impianto di cattura gestito in parte dall’Università di Bologna. Già nel 1929 la Stazione ornitologica svizzera era elencata in una panoramica delle centrali di inanellamento europee.

Spesso si catturava di notte da una barca a remi. Nel caso delle rondini, nei loro dormitori notturni questo funzionava bene, mentre all’inizio funzionava meno per gli storni a causa della loro vigilanza. Queste azioni non erano sempre del tutto prive di pericoli e Alfred Schifferli lo descriveva così: «Come negli anni precedenti, avevamo sempre a disposizione le barche del castello di Wartensee e del pescatore di Sempach. Utilizzavamo questi mezzi affidabili in quasi tutte le ore del giorno, ma ancora di più di notte. Quando una volta, verso mezzanotte, il vento ci ha sorpreso inaspettatamente mentre tornavamo a casa, siamo stati molto contenti del loro terzo remo, che ha reso un po’ meno spiacevole l’approdo forzato tra i fitti canneti a causa della tempesta, soprattutto per mia moglie e i nostri figli».

Il 24 ottobre 1929, per la prima volta un uccello già inanellato altrove fu catturato a Sempach. Si trattava di uno storno che il 29 maggio dello stesso anno aveva ricevuto il suo anello a Halle an der Saale, in quello che oggi è il Land della Sassonia-Anhalt.

Cura degli uccelli, servizio informazioni, visite e pubbliche relazioni

Fin dall’inizio, la Stazione ornitologica è stata utilizzata come centro d’informazione. Già nel 1926 si doveva rispondere a diverse centinaia di lettere «la domenica o la sera dopo il lavoro», nel 1936 c’erano già 1887 richieste per lettera o per telefono sulla protezione 1degli uccelli e dal 1951 al 1952, quando il Centro di consulenza per la protezione degli uccelli dell’Ala fu affidato alla Stazione ornitologica, erano diventate diverse migliaia. Inoltre, nell’anno della fondazione vennero 104 visitatori e 50 l’anno successivo. Ben presto l’affluenza fu così grande che nel 1932 si pensò di riservare solo alcuni giorni alle visite guidate. E già nei primi anni la Stazione ornitologica era presente anche su giornali e riviste. Alfred Schifferli annotava nel 1928: «Con insegnamenti sulla stampa, si cercava di diffondere il più possibile l’idea della protezione degli uccelli».

Alfred Schifferli si lamentava ripetutamente del pesante carico di lavoro, concludendo il rapporto annuale per il 1929 come segue: “Possiamo essere soddisfatti di ciò che abbiamo realizzato, ma sono colto da grande rammarico e profondo abbattimento quando penso a ciò che potremmo creare e realizzare se fossimo aiutati da un’autorità o da un istituto di formazione in modo tale che qualcuno possa dedicarsi interamente alla Stazione ornitologica, invece di fare tutto così a tempo perso. Come sarebbe bello se la nostra società, come proprietaria della Stazione ornitologica, non dovesse misurare le sue modeste risorse in modo così limitato in ogni ambito, riuscendo a fare solo il minimo indispensabile nel campo dello studio e della protezione degli uccelli. Non solo qui a Sempach, anche in altre parti del Paese le persone che si occupano di ornitologia dipendono per lo più da entrate provenienti da campi di attività totalmente diversi. Tutti sono appassionati, amici della natura, e l’entusiasmo per un ideale li fa lavorare per questo ramo della scienza. Ma alla fine, anche il più grande entusiasmo può svanire quando non c’è un barlume di speranza all’orizzonte e nessuna prospettiva che le cose migliorino. Anche questo aspetto dovrebbe essere preso in considerazione qua e là quando si giudica lo stato dell’ornitologia in Svizzera».

Libro «I 100 anni della Stazione ornitologica svizzera di Sempach».

Questo testo è un estratto leggermente modificato dal libro «I 100 anni della Stazione ornitologica svizzera di Sempach». La cronaca descrive cosa ne è stato dell’idea dei fondatori, come la Stazione ornitologica si è evoluta da un’attività individuale gestita su base volontaria a una prospera fondazione per lo studio e la protezione degli uccelli, e tutte le cose che ha già realizzato in questi primi cento anni.

Il libro (in francese e tedesco) può essere ordinato al prezzo di 100 franchi al sito www.vogelwarte.ch/shop.

Shop

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© Schweizerische Vogelwarte

Il bosco pascolato di Rénalo sarà gradualmente riportato alla luce e gestito in maniera estensiva con una mandria di mucche scozzesi. In questo modo si creerà un ricco mosaico di habitat favorevoli alla biodiversità.

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Un nuovo slancio per l’avifauna: a che punto siamo?

Aprile 2024

Nel 2021 la Stazione ornitologica ha lanciato un invito a presentare progetti nell’ambito del programma «Un nuovo slancio per l’avifauna». Tre anni dopo sono stati lanciati 23 progetti con la collaborazione di numerosi partner.

In Svizzera le attività umane occupano sempre più spazio, spesso a scapito della natura. Il risultato è una mancanza di spazio per la flora e la fauna, con quasi un terzo delle specie oggi minacciate. Gli uccelli non fanno eccezione: con il 40 % delle specie sulla Lista Rossa nazionale la situazione dell’avifauna è preoccupante. In risposta la Stazione ornitologica ha deciso di agire lanciando un programma ambizioso per fornire soluzioni a lungo termine a questo problema. Di conseguenza, nel 2021 è stato lanciato il progetto «Un nuovo slancio per l’avifauna » con l’obiettivo di ricreare habitat di qualità per gli uccelli.

Il principio è il seguente: qualsiasi persona, comune, associazione o altro potenziale partner con un appezzamento di terreno di almeno 3 ettari in un unico blocco è invitato a presentare i propri progetti. La Stazione ornitologica mette a disposizione la propria esperienza per definire specie target e misure appropriate, mentre i partner garantiscono la manutenzione a lungo termine. Non appena il dossier è pronto e tutti i criteri sono soddisfatti, i progetti vengono presentati a un comitato direttivo interno per la valutazione. Quelli accettati ricevono il sostegno finanziario e tecnico della Stazione ornitologica, che controlla anche l’efficacia delle misure.

A tre anni dal lancio del programma i risultati sono incoraggianti: attualmente vengono sostenuti 23 progetti in 12 cantoni. Questi progetti coprono una superficie di circa 490 ettari. L’importo totale impegnato dalla Stazione è di 3,5 milioni di franchi, oltre ai 3,8 milioni di franchi investiti dai nostri partner. Lavoriamo con 52 partner di diversa estrazione: agricoltori, proprietari terrieri, Comuni, Cantoni, parchi naturali e associazioni di ogni tipo sono tra i soggetti interessati.

I progetti sono vari come i partner coinvolti. 15 di questi progetti riguardano aree agricole ma ognuno di essi ha caratteristiche specifiche che tengono conto del contesto locale. Tra le numerose misure in corso di attuazione: la risemina di prati fioriti, l’impianto di nuovi frutteti ad alto fusto e la creazione di strutture a beneficio della piccola fauna. Il bosco è l’ambiente di riferimento di altri 4 progetti, tra cui il ripristino di selve castanili e la creazione di margini stratificati. Infine, i 4 progetti rimanenti mirano a valorizzare zone umide. Molte specie di uccelli stanno già beneficiando delle misure adottate, così come numerosi altri gruppi di fauna e flora.

Alcuni progetti sono oggetto di nuovissimi video esplicativi, tra cui uno in Ticino. Si tratta della rivitalizzazione di un vasto bosco luminoso storico a Rénalo, nelle Centovalli. Quest’ultimo, oggetto di un articolo nell’ultimo numero di Avinews, sarà riportato alla luce e gestito con un pascolo estensivo che favorirà numerose specie tipiche degli ambienti semi-aperti.

Volete sostenere anche voi l’avifauna? Siamo sempre alla ricerca di nuovi progetti! Se possedete un terreno che soddisfa i criteri di «Un nuovo slancio per l’avifauna» non esitate a contattarci all’indirizzo nuovoslancio@vogelwarte.ch o tramite il modulo sul nostro sito web.

Proteggere

Un nuovo slancio per l’avifauna

Insieme ai nostri partner realizziamo progetti per la valorizzazione e la salvaguardia a lungo termine degli habitat in tutta la Svizzera.

Più informazioni
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© Michael Lanz

Un paesaggio diversificato con vari elementi come muri a secco, estesi vigneti, siepi, singoli alberi e margini di bosco fornisce un habitat ottimale per il Torcicollo.

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Un buongustaio di formiche in cerca di habitat

Aprile 2024

Con quali misure di sostegno si può favorire la ricomparsa del Torcicollo? Nuove scoperte saranno probabilmente in grado di migliorare la conservazione di questa specie.

In Svizzera il Torcicollo occupa diversi habitat, ma nonostante la sua ampia distribuzione di solito è presente solo a basse densità. Popolazioni numerose e continue sono limitate a regioni intorno al lago Lemano, alla parte occidentale delle pendici meridionali del Giura, al Ticino, alle grandi vallate alpine e alle zone viticole sciaffusane. Il Torcicollo si nutre quasi esclusivamente di formiche, nonché delle loro larve e pupe. I nidi di formiche devono essere facilmente accessibili a questo uccello. Nidificando in cavità che non costruisce lui stesso, dipende anche da un’offerta sufficiente di cavità di nidificazione. Progetti di ricerca nella Svizzera romanda hanno mostrato che un’elevata densità di formiche e dei loro nidi, aree di terreno aperto e una sufficiente disponibilità di cavità di nidificazione sono i tre criteri più importanti in base ai quali il Torcicollo sceglie il suo territorio di nidificazione.

Su queste basi, nel 2016 la Stazione ornitologica ha lanciato un nuovo progetto di conservazione insieme a Bird- Life Svizzera. L’obiettivo è quello di estendere l’areale del Torcicollo dalla Svizzera occidentale lungo le pendici meridionali del Giura verso est e di mettere in rete tra loro popolazioni isolate. In una prima fase sono stati identificati habitat idonei come vigneti, prati e pascoli gestiti in maniera estensiva, come pure boschi radi adiacenti. Con il supporto di sezioni locali di Bird- Life, queste aree sono poi state dotate di oltre quattrocento nidi artificiali, che per il Torcicollo si sono già dimostrati una misura di conservazione efficace. Purtroppo, nonostante un monitoraggio regolare durante la stagione di nidificazione, fino al 2018 non sono stati rilevati nuovi insediamenti.

 

Dal 2019 al 2021, lungo il piede meridionale del Giura, si è quindi voluto verificare se il Torcicollo potesse essere attratto e stimolato a stabilirsi mediante una nuova misura: i richiami artificiali. Allo stesso tempo, sono state rilevate la presenza e la densità di formiche.

Come cibo, per il Torcicollo sono interessanti formiche di circa 3 mm di grandezza. Nell’area del progetto, le specie riscontrate più frequentemente erano formiche dei prati, in particolare le formiche nere e gialle (Lasius niger e L. flavus). Poiché le loro operaie misurano da 3 a 5 mm, probabilmente costituiscono la parte più importante della dieta del Torcicollo. Le densità delle formiche e dei loro nidi differivano a seconda dell’habitat. Nei vigneti strutturati a mosaico, con molto terreno aperto, che si trovano principalmente in luoghi soleggiati, abbiamo trovato le densità più elevate. Queste ultime erano leggermente più basse nei prati e pascoli gestiti in maniera estensiva, e raggiungevano i valori minimi nei prati e pascoli intensivi. Come ipotizzato, i torcicolli frequentavano di preferenza aree con un’elevata densità di formiche, sia durante il periodo in cui cercavano il territorio (da aprile a metà maggio) che durante la stagione di nidificazione (da metà maggio a inizio luglio).

La diffusione di richiami di Torcicollo con altoparlanti (cinque volte ogni 24 ore, per un minuto ciascuna) ha avuto un effetto positivo sulla presenza di individui durante la ricerca territoriale, ma solo sulle aree con una bassa densità di formiche e non su quelle con una densità elevata. L’emissione di richiami non ha avuto alcuna influenza sull’insediamento di un torcicollo per nidificare. Questi risultati mostrano che per la selezione del sito sono importanti sia fattori sociali che le caratteristiche dell’habitat. Durante la ricerca del territorio, i torcicolli possono quindi essere attirati in una certa misura con richiami artificiali. La decisione, in quali aree un torcicollo si stabilirà poi per nidificare, dipende tuttavia principalmente dalla qualità dell’habitat.

Risultati per la conservazione del Torcicollo

Da circa 20 anni, in varie regioni, chi protegge gli uccelli, associazioni e Cantoni si impegnano per la conservazione del Torcicollo. Oltre a misure su larga scala, come l’aumento della diversità delle strutture e il passaggio a un’agricoltura più estensiva, anche miglioramenti su piccola scala possono contribuire a una conservazione di successo, in particolare per le formiche. Ciò include la conservazione e la creazione di elementi costitutivi dell’habitat distribuiti a mosaico e ricchi di strutture. Ulteriori elementi di una gestione rispettosa delle formiche sono lo sfalcio scaglionato, l’irruvidimento o la disgregazione superficiale di aree di terreno alla fine dell’inverno o lasciare superfici con vegetazione in piedi durante il periodo di nidificazione. I richiami artificiali possono avere un effetto di supporto a seconda della situazione, ma le misure di conservazione devono concentrarsi principalmente sulla qualità degli habitat, perché sono più decisive per l’insediamento e in particolare per il successo della nidificazione. La conservazione del Torcicollo richiede inoltre pazienza, come dimostra l’esperienza ricavata dai vari progetti. Spesso passano diversi anni tra le prime misure e un impatto positivo sulla popolazione di questo uccello. I progetti esistenti devono quindi proseguire, includendo nella promozione, se possibile, i risultati descritti sopra. Questo impegno è importante per la conservazione del Torcicollo. Solo in questo modo si potrà di nuovo udire più spesso il caratteristico richiamo, un po’ simile a una «risata», di questo specialista di formiche.

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© Marcel Burkhardt

Con il suo piumaggio giallo-verde, il Luì verde si adatta perfettamente ai boschi che abita.

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Di topi, semi e luì verdi

Aprile 2024

Dal 2010 la Stazione ornitologica studia l’ecologia del Luì verde, specie minacciata. Inizialmente, ci si era concentrati sui requisiti dell’habitat, ma recentemente l’attenzione si è rivolta soprattutto agli effetti delle irregolari pascione di semi sull’ecosistema boschivo.

Nei nostri boschi, a intervalli irregolari si verificano anni di pasciona di faggi, querce e altre specie arboree. In breve tempo, è disponibile così una grande quantità di cibo per un’ampia varietà di animali. Tra questi troviamo anche i topi selvatici, che nella primavera successiva a una pasciona autunnale presentano una frequenza superiore alla media.

Più topi, meno luì verdi

Già nel 1949, Fritz Amann scriveva sulla rivista Ornithologischer Beobachter che negli anni ricchi di topi si potevano trovare pochissimi territori di Luì verde, mentre un anno dopo, nella stessa area boschiva la specie era di nuovo molto più frequente. Nel frattempo, questo schema è stato confermato in diversi studi. Per molto tempo si è ipotizzato che il Luì verde, nidificante sul terreno, eviti le aree con molti topi per ridurre i saccheggi di nidi da parte di questi roditori e le conseguenti perdite di covate. I nostri studi nel Giura svizzero, vicino a Marburgo in Assia e nel Parco nazionale polacco di Białowieża, così come studi effettuati in Inghilterra e in Galles, non supportano tuttavia questa ipotesi.

Sebbene, in totale, la metà delle covate di oltre 600 nidi monitorati con telecamere non abbia avuto successo, pochissime sono cadute vittime dei topi. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che, dove si insediano, su piccola scala i Luì verdi scelgono luoghi dove ci sono meno topi selvatici. Molto più importanti come saccheggiatori di nidi erano ghiandaie, martore, faine e volpi: insieme, erano responsabili di quasi il 60 % di tutti i nidi saccheggiati, anche se la loro importanza variava da regione a regione. Negli anni con molti topi, nel Giura svizzero abbiamo riscontrato anche un aumento dell’attività di martore, faine e volpi, che quindi risultavano più spesso quali saccheggiatori di nidi. Nel complesso, negli anni con molti topi sia la probabilità che giovani si involassero da un nido, sia il numero di piccoli involati erano nettamente più bassi rispetto agli altri anni. Il fatto che i luì verdi nidifichino meno frequentemente negli anni con molti topi, evitando su piccola scala le aree ricche di questi roditori è quindi ragionevole, ma apparentemente non riconducibile a un’influenza diretta dei topi sul Luì verde.

Pascione più frequenti portano a un declino degli effettivi

In alcune regioni d’Europa, negli ultimi 20 anni alcune specie arboree hanno mostrato un aumento delle pascione e anche in anni senza pasciona vengono prodotti più semi di alberi. Ciò è dovuto, tra l’altro, ai cambiamenti climatici. È possibile che il Luì verde trovi sempre più spesso condizioni sfavorevoli alla nidificazione e quindi non produca più abbastanza prole per mantenere gli effettivi? Per rispondere a queste domande, abbiamo modellato i tassi di crescita delle popolazioni di Luì verde sulla base di centinaia di nidi provenienti da Germania, Polonia e Svizzera. I risultati hanno effettivamente mostrato che le popolazioni in boschi con pascione frequenti sono diminuite, mentre quelle nei boschi con una maggiore distanza tra una pasciona e l’altra sono rimaste stabili. Ciò significa che i cambiamenti in un processo naturale (pasciona), causati, tra le altre cose, dai cambiamenti climatici, sembrano influenzare lo sviluppo degli effettivi di Luì verde e probabilmente anche di altre specie.

Vivace andirivieni

Il Luì verde è considerato un nomade perché sia gli uccelli giovani che gli adulti non tornano quasi mai nei loro luoghi di schiusa o di nidificazione. Questa conoscenza acquisita con l’inanellamento è stata riscontrata in vari Paesi ed è probabilmente correlata agli effetti delle pascione spiegati sopra. D’altra parte, abbiamo recentemente scoperto che anche durante una stagione di nidificazione c’è un vivace andirivieni all’interno di un territorio e che questo «nomadismo stagionale» dei maschi è causato dalle femmine. Se un maschio non era stato scelto come partner da alcuna femmina, abbandonava il suo territorio canoro nel giro di pochi giorni o poche settimane. Nello stesso posto, già poco dopo cantava di nuovo un altro maschio. Senza la marcatura individuale con anello, questa sostituzione non avrebbe potuto essere notata. Per i maschi, la presenza di una femmina pronta all’accoppiamento era importante anche dopo la formazione della coppia. Quando le femmine avevano iniziato a covare, quasi un quarto dei maschi accoppiati cercava di conquistare il favore di un’altra femmina in un secondo territorio. E se, dopo la prima covata, una femmina alla fine lasciava il territorio, lo faceva anche il suo maschio, indipendentemente dal fatto che la covata avesse avuto successo o meno. Nel Luì verde, sono quindi le femmine che prendono le decisioni importanti!

Risultati per la protezione della specie

Le nostre ricerche mostrano che il Luì verde preferisce insediarsi in boschi misti di latifoglie abbastanza maturi con una copertura delle chiome in gran parte completa ma uno spazio dei tronchi rado. Il terreno è moderatamente ricoperto da vegetazione erbosa e arbusti, e giovani alberi sono rari. Per questo motivo, il Luì verde è gravemente pregiudicato dall’eccessivo apporto di azoto nei boschi, che causa una sempre maggior copertura con vegetazione di queste aree aperte importanti per la specie. Questi risultati hanno portato a un progetto di conservazione della specie per il Luì verde. Insieme ad aziende forestali e proprietari di boschi, nei Cantoni di Basilea Campagna e Soletta sono state selezionate aree boschive che sembravano adatte per promuovere la specie attraverso misure selvicolturali mirate, come la rimozione dello strato arbustivo e del piano inferiore. Queste misure hanno funzionato: sia il numero di territori che il numero di nidi sono aumentati. Questa è una buona notizia, perché il Luì verde è ora considerato «vulnerabile» e negli ultimi dieci anni i suoi effettivi si sono dimezzati. Per sopravvivere a lungo termine in Svizzera, il Luì verde ha quindi urgente bisogno di sostegno.

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Perché gli elenchi delle specie vengono costantemente adattati?

Aprile 2024

Quante specie di uccelli nidificano in Svizzera? Quante di esse sono nella Lista Rossa? Per rispondere a queste domande, bisogna prima definire cos’è una specie. Cambiamenti regolari negli elenchi delle specie sollevano dubbi ma sono necessari per restituire nel modo più accurato possibile le conoscenze attuali.

Qualche decennio fa, il mondo dei gabbiani in Svizzera era ancora abbastanza in ordine: c’era un solo grande gabbiano dal mantello grigio chiaro, il Gabbiano reale nordico. Successivamente fu diviso in due specie: accanto al Gabbiano reale nordico, ora c’era anche il Gabbiano reale. Ma non era finita qui, il Gabbiano reale è stato ancora una volta suddiviso in due specie: così oggi in Svizzera abbiamo tre grandi gabbiani dal mantello grigio chiaro: Gabbiano reale nordico (Larus argentatus), Gabbiano reale (L. michaellis), Gabbiano reale pontico (L. cachinnans).

Anche se la distinzione tra queste tre specie è molto faticosa e alcuni avrebbero preferito lasciare tutto a livello di Gabbiano reale nordico, da un punto di vista evolutivo è corretto che ora ci siano tre specie. Ma chi decide cos’è una specie e quante specie ci sono?

A livello mondiale, esistono quattro grandi elenchi che catalogano tutti gli uccelli della terra. Finora, la Stazione ornitologica seguiva l’elenco di Bird-Life International. Quest’ultimo non è tuttavia mai stato in grado di affermarsi fino in fondo e inoltre non tiene conto dei risultati genetici. Per questo motivo, dal 2024 la Stazione ornitologica seguirà l’elenco del Congresso ornitologico internazionale (COI/ IOC) (www.worldbirdnames.org). Ciò ha comportato alcuni cambiamenti nell’elenco delle specie svizzere. Ad esempio, nell’elenco del COI la Cornacchia nera e la Cornacchia grigia sono elencate come specie separate, mentre per BirdLife International sono due sottospecie di un’unica specie, la Cornacchia. Ma perché il COI e BirdLife International giungono a una conclusione diversa nel caso delle cornacchie?

La ragione risiede nella concezione del termine «specie». Non esiste una definizione universale, motivo per cui si parla di «concetti di specie». Ci sono oltre 20 diversi concetti di specie, tutti con un focus diverso. Il più comunemente usato è il concetto di specie biologica: afferma che solo gli individui appartenenti alla stessa specie possono riprodursi tra loro, ma non gli individui appartenenti a specie diverse. Le popolazioni vengono quindi «incasellate» e chiaramente assegnate a una specie. Tuttavia, la speciazione non avviene all’improvviso, ma è un processo continuo che negli uccelli richiede da centinaia di migliaia a milioni di anni. Così, se due popolazioni della stessa specie si separano l’una dall’altra e sono in procinto di formare due nuove specie, c’è sempre un periodo in cui la riproduzione tra le due popolazioni è ancora possibile. In questo caso, il concetto di specie biologica può essere applicato solo in misura limitata.

Nell’esempio delle due Cornacchie, la differenza nell’intero genoma non è superiore al mezzo punto percentuale. Geneticamente, la Cornacchia nera e la Cornacchia grigia sono quindi praticamente identiche e possono riprodursi tra loro. Ma la colorazione è molto diversa e alcuni studi hanno mostrato che le cornacchie grigie preferiscono riprodursi con cornacchie grigie e le cornacchie nere con cornacchie nere. Non si può rispondere in modo univoco alla questione se le due Cornacchie debbano essere considerate come una specie o come due specie. Per la valutazione vengono prese in considerazione la genetica, la colorazione, la fisiologia e il comportamento nuziale. L’elenco del COI conclude che la Cornacchia nera e la Cornacchia grigia sono due specie, mentre l’elenco BirdLife no.

Nel caso della delimitazione delle specie si tratta quindi sempre di una valutazione dello stato attuale delle conoscenze. Poiché i concetti di specie sono costrutti creati dall’uomo e la speciazione è un processo continuo, c’è sempre spazio per l’interpretazione. È importante che i nuovi risultati della ricerca siano sempre incorporati nella valutazione. Questi risultati possono modificare la valutazione, che alla fine porta a cambiamenti in un elenco di specie – e noi dobbiamo fare i conti con nuovi nomi e nuovi criteri di identificazione.

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© Marcel Burkhardt

Lo Zigolo muciatto predilige pendii soleggiati, sassosi e ripidi, gestiti in maniera estensiva. Molti habitat adatti stanno scomparendo a causa dell’intensificazione dell’agricoltura o dell’abbandono delle zone marginali. Con il progetto a Rénalo si creeranno nuove opportunità per questa specie.

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Un tesoro nascosto riportato alla luce

Dicembre 2023

Un gioiello perso nell’ombra tornerà a brillare. Interventi e misure in un bosco rado e in pascoli delle Centovalli ticinesi creano habitat diversificati a vantaggio di numerose specie di uccelli e pipistrelli.

Come molti tesori naturali, Rénalo è un gioiello nascosto difficile da raggiungere. Fino alla metà del 19° secolo, questo versante delle Centovalli ticinesi veniva utilizzato dalla sua popolazione contadina per l’allevamento transumante con una gestione adattata al territorio. In questo modo si era creato un paesaggio composto da un mosaico di boschi, prati da sfalcio, piante da frutta, siepi, pascoli estesi, muri a secco e selve castanili. L’abbandono graduale delle valli nel dopoguerra e la forte diminuzione delle attività agricole portarono a un rapido avanzamento del bosco con la perdita di preziosi habitat.

A Rénalo troviamo oggi solo le vestigia di selve castanili, cedui, rovine di edifici, muri a secco e piccoli terrazzamenti. Magnifici castagni secolari ricchi di cavità e nicchie, legno morto e interessanti strutture, scompaiono nell’oscurità del bosco dominato dai faggi. Tutti questi microhabitat sarebbero invece di grande importanza per tutta la fauna.

Ma una nuova generazione di agricoltori ha riconosciuto l’importanza di queste zone per la biodiversità, facendole rinascere, in particolare l’agricoltore Vasco Ryf con la sua azienda agricola «Ul Fulett ». Con forte volontà e motivazione, dal 2020 sta praticando di nuovo un’agricoltura tradizionale, promuovendo nel contempo il paesaggio originale composto di radi boschi pascolati.

Il progetto viene presentato alla Stazione ornitologica, che nel 2022 lo include nel programma «Un nuovo slancio per l’avifauna», accompagnandone lo sviluppo e sostenendone il finanziamento. Il progetto è sostenuto anche dal Fondo Svizzero per il Paesaggio, il WWF e la Sezione forestale del Canton Ticino. Le misure consistono nella riapertura mirata del bosco attraverso interventi forestali, ma anche nella creazione di bordi di boschi diversificati e ambienti di transizione fra il bosco e le zone più aperte, grazie alla messa a dimora di siepi. In maniera complementare si valorizzano alcuni dei pascoli già aperti grazie alla creazione di piccole strutture, come mucchi di legna e di sassi e alla piantagione di alberi da frutta e castagni. Inoltre, in tutti gli ambienti si sistemano muretti a secco crollati e si installano cassette nido per uccelli e rifugi per pipistrelli.

Un nuovo slancio per l’avifauna

Nell’ambito del suo programma pluriennale «Un nuovo slancio per l’avifauna», assieme a partner la Stazione ornitologica desidera rivalorizzare e garantire a lungo termine habitat in favore degli uccelli e della biodiversità in generale. Cerchiamo partner da tutta la Svizzera che hanno a disposizione superfici di almeno 3 ettari o che sono responsabili della loro gestione. Trovate maggiori informazioni sul programma e sul modo di procedere per contattarci all’indirizzo vogelwarte.ch/nuovoslancio.

Le misure previste, che saranno attuate in fasi successive fino al 2026, mirano a promuovere specie come il Codirosso comune, il Pigliamosche, il Torcicollo e lo Zigolo muciatto, ma anche altre specie più rare potrebbero beneficiarne. Durante i rilevamenti dello stato attuale, una bella sorpresa è stata un’osservazione di Balia dal collare. Anche il Biancone e il Succiacapre potrebbero trovare nuovi terreni di caccia in questo paesaggio diversificato. Oltre agli uccelli, appartengono alle specie bersaglio di questo progetto anche pipistrelli che utilizzano le zone semiaperte per cacciare, come ad esempio il Vespertilio di Bechstein o il Serotino comune. Per verificare l’effetto delle misure attuate e accompagnare la gestione a lungo termine di questo gioiello che a Rénalo sta tornando agli antichi splendori, verrà effettuato un controllo del successo per gli uccelli e i pipistrelli.

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Segnali positivi per il Gallo cedrone

Dicembre 2023

Il Piano d’azione Gallo cedrone Svizzera è entrato in vigore 15 anni fa. Da allora, per questa specie la situazione è effettivamente migliorata. Tuttavia, le differenze regionali sono notevoli.

Nel caso del Gallo cedrone, per decenni sono giunte cattive notizie. Nel quinto volume del «Handbuch der Vögel Mitteleuropas», pubblicato nel 1973, U. Glutz von Blotzheim aveva presentato per la prima volta una carta che mostrava la distribuzione del Gallo cedrone in Svizzera e una prima stima delle dimensioni degli effettivi. Poco dopo, ancor prima che la Stazione ornitologica pubblicasse il primo Atlante degli uccelli nidificanti in Svizzera, i conoscitori della specie segnalavano una riduzione dell’areale di distribuzione e un declino degli effettivi. All’inizio degli anni 1980, l’allora Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio (UFAFP) fece rilevare nuovamente la distribuzione del Gallo cedrone e stimarne le popolazioni. Un confronto con le carte di distribuzione e i dati del Handbuch del 1973 confermò le tendenze negative. L’intensificazione dello sfruttamento forestale (ad esempio abbattimento intensivo di alberi) e la costruzione di strade, compreso il conseguente aumento dei disturbi causati dal turismo, erano considerate le cause principali del calo degli effettivi.

Come conseguenza, nel 1988 l’UFAFP lanciò il «Progetto svizzero per la conservazione del Gallo cedrone». Con il nome un po’ più attuale di «Programma di conservazione degli uccelli Gallo cedrone», questo progetto è in corso ancora oggi, da ormai 35 anni. La pietra miliare probabilmente più importante è stata l’avvio nel 2008 del Piano d’azione Gallo cedrone Svizzera sotto l’egida dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM).

I Cantoni sono responsabili dell’attuazione del Piano d’azione e la Confederazione fornisce un cospicuo sostegno finanziario. Negli ultimi 15 anni, tutti i Cantoni con popolazioni significative di Gallo cedrone hanno attuato misure a favore della specie, alcuni anche da più tempo, già da prima dell’elaborazione del Piano d’azione nazionale. Hanno migliorato la qualità dell’habitat con misure forestali come, ad esempio, diradamenti di boschi e riduzione della massa di legname, e istituito zone di tranquillità per la fauna selvatica per proteggere la specie dai disturbi. I dati disponibili al riguardo sono molto interessanti: all’interno dell’areale di distribuzione del Gallo cedrone, i Cantoni hanno garantito per contratto riserve forestali per una superficie totale di circa 18 700 ettari, di cui 3900 ettari di riserve forestali naturali e 14 800 ettari di riserve forestali speciali. Anche se non abbiamo una panoramica sistematica degli obiettivi di queste riserve, possiamo presumere che il Gallo cedrone sia effettivamente una specie bersaglio nella stragrande maggioranza di esse. A questo scopo, all’interno dell’areale di distribuzione del Gallo cedrone sono state definite 89 zone di tranquillità per la fauna selvatica con una superficie totale di circa 24 000 ettari, l’accesso alle quali durante l’inverno e fino in primavera o all’inizio dell’estate è consentito solo su singoli percorsi.

Queste misure hanno sortito l’effetto desiderato? Per poter rispondere, almeno in parte, a questa domanda, dieci anni dopo l’elaborazione del Piano d’azione la Stazione ornitologica ha steso un bilancio intermedio insieme a BirdLife Svizzera e all’UFAM. Quest’ultimo mostra che, da un lato, gli effettivi stimati sono ancora in leggero calo e, dall’altro, che anche l’areale di distribuzione è ancora in diminuzione. Queste tendenze ancora leggermente negative dipendono tuttavia esclusivamente dall’andamento nel Giura e in parte del settore occidentale del margine settentrionale delle Alpi. Nella parte orientale del margine settentrionale delle Alpi (Cantoni di Svitto, Zugo, Glarona, San Gallo, Zurigo e i due Appenzello), da 10-15 anni è stato documentato con buoni dati un andamento stabile degli effettivi. Nel 2016- 2021 nel Canton Svitto si è addirittura registrato un aumento della popolazione di oltre il 20 % e nel Canton Zugo il Gallo cedrone ha ricolonizzato un ampio complesso boschivo per il quale, sebbene fosse ancora abitato negli anni Settanta del secolo scorso, per più di 20 anni non c’erano state segnalazioni. Non esistono dati precisi per la parte centrale del margine settentrionale delle Alpi (Cantoni di Berna, Obvaldo, Nidvaldo e Lucerna) e per le Alpi centrali dei Grigioni, ma vi sono buoni indizi che l’areale di distribuzione è stabile; è quindi probabile che anche per gli effettivi non si siano registrati sviluppi negativi significativi.

AnnoNumeroFonte
1968/71almeno 1100Glutz von Blotzheim et al. (1973)
1985550–650Marti (1986)
2001450–500Mollet et al. (2003)
2013-16380–480Knaus et al. (2018)

Le quattro stime della popolazione di Gallo cedrone in Svizzera effettuate finora. Negli ultimi 50 anni circa, questo numero si è più che dimezzato.

Le chiare differenze nell’evoluzione della situazione sono dovute principalmente a differenze nella dinamica forestale. Nel Giura, questa è caratterizzata dalla forte comparsa di faggi su aree molto estese dove fino a pochi decenni fa dominavano ancora gli abeti rossi. Il fattore decisivo in questo caso è che in queste aree il Faggio è una specie arborea diffusa e fa parte della vegetazione naturale, mentre l’antica dominanza dell’Abete rosso e la relativa rarità del Faggio erano dovute a fattori umani. Da questo punto di vista, si tratta praticamente di un ritorno alla composizione naturale di specie arboree a seguito del cambiamento nell’uso del suolo da parte della popolazione locale.

Come conseguenza del riscaldamento climatico, questa tendenza, già in atto, ha subito un’ulteriore accelerazione. I Cantoni di Neuchâtel e, soprattutto, Vaud compiono da anni grandi sforzi per migliorare la qualità dei boschi come habitat per il Gallo cedrone. I forestali sono tuttavia ormai unanimi sul fatto che il contenimento su larga scala del Faggio con misure gestionali non può essere portato avanti con successo a lungo termine con uno sforzo ragionevole. Inoltre, un tale approccio è anche contrario alle esigenze di una gestione forestale rispettosa della natura, in cui la rigenerazione naturale svolge un ruolo importante. Poiché il Gallo cedrone non abita foreste dominate da latifoglie, la specie ha abbandonato quasi tutto l’arco giurassiano occupato in passato. Solo nell’estremo ovest, alle altitudini più elevate del Giura vodese, dove i boschi sono ancora dominati dalle conifere, si trovano ancora oggi significative popolazioni di Gallo cedrone.

Questa dinamica verso un bosco con più latifoglie esiste a medie altitudini anche lungo il margine settentrionale delle Alpi e nelle Alpi centrali dei Grigioni, ma per il Gallo cedrone ha solo un’importanza marginale. Nelle Alpi centrali, la stragrande maggioranza dei galli cedroni vive ad altitudini in cui le latifoglie non giocano comunque un ruolo significativo. E lungo il margine settentrionale delle Alpi, la maggior parte degli habitat di Gallo cedrone è caratterizzata da terreni umidi, spesso paludosi e quindi poveri, su cui gli alberi di latifoglie fanno fatica a crescere.

Nel complesso, dopo 15 anni di Piano d’azione per il Gallo cedrone, i risultati sono contrastanti. Fattori naturali, che non possono essere influenzati o possono essere influenzati solo in misura molto limitata, possono svolgere un ruolo importante. La dinamica naturale dei boschi del Giura verso una maggiore quantità di latifoglie ha in gran parte annientato il successo delle misure di conservazione dei Cantoni locali.

Ma altrove, in siti più adatti, le buone condizioni meteorologiche durante la stagione riproduttiva hanno probabilmente contribuito in modo significativo al successo. È noto che condizioni meteorologiche calde e secche nei mesi di giugno e luglio sono vantaggiose. Nei Tetraonidi, in questi anni i pulcini sopravvivono meglio e quindi la popolazione cresce. Ma anche i miglioramenti degli habitat portati avanti dai Cantoni hanno svolto un ruolo importante. Dopo tutto, gli studi della Stazione ornitologica e del Cantone di San Gallo nella riserva forestale di Amden hanno dimostrato già alcuni anni fa che i boschi rivalorizzati vengono effettivamente ricolonizzati dal Gallo cedrone. Con le giuste misure, attuate in siti idonei all’interno del bosco, il Gallo cedrone può essere favorito con successo.

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© Mathias Schäf

Silenzioso e bianco, come un fantasma, il Barbagianni è avvolto da un alone di mistero. Questo fa parte del suo fascino; quale efficiente cacciatore di roditori è benvoluto anche dagli agricoltori.

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L’anno del Barbagianni

Dicembre 2023

Il Barbagianni rimane tutto l’anno nel suo territorio e non si sposta in zone con condizioni migliori neanche in inverni rigidi. Per la sua conservazione è quindi importante sapere quali sono le sue esigenze riguardo all’habitat nel corso dell’anno, dove trova il suo cibo e come la mutevole disponibilità di cibo nel corso dell’anno influisce sulla sua sopravvivenza e sul suo successo riproduttivo.

È una calda notte d’estate in luglio e una ricercatrice della Stazione ornitologica di Sempach è sdraiata in un capanno per il tabacco nella Svizzera romanda, ben nascosta sotto una macchina agricola, facendo attenzione a non far rumore. All’improvviso, un forte sibilo a più voci rompe il silenzio: i giovani barbagianni reagiscono all’arrivo dell’uccello adulto al nido e iniziano a elemosinare cibo. Poco dopo si sente il rumore di uno sportello che si chiude: un barbagianni è entrato nella trappola installata nella cassetta nido. Viene dotato di un piccolo dispositivo GPS e ora fornisce dati preziosi sulla vita segreta e notturna del Barbagianni.

Originariamente un abitante della steppa che nidificava nelle cavità di rocce e alberi, in Europa il Barbagianni si è trasformato in un uccello antrofilo che nidifica in edifici e caccia roditori su terreni coltivati aperti. Questa dipendenza dal paesaggio dominato dall’uomo rende il Barbagianni particolarmente vulnerabile all’intensificazione dell’agricoltura e ai cambiamenti di gestione del suolo. Per questo, da circa 20 anni la Stazione ornitologica studia e sostiene una popolazione di Barbagianni nella Svizzera romanda insieme ad Alexandre Roulin dell’Università di Losanna, ponendo un particolare accento sull’uso dello spazio nel corso dell’anno da parte di questo rapace notturno.

Vita da roditori da una stagione all’altra

Gli studi della Stazione ornitologica sull’uso dell’habitat hanno mostrato che in estate il Barbagianni utilizza per cacciare un’ampia varietà di habitat disponibili nelle zone agricole: dalle superfici prative alle colture cerealicole fino alle superfici di promozione della biodiversità. In inverno, il Barbagianni caccia invece principalmente su prati e pascoli, nonché lungo i margini dei campi.

Questo cambiamento nella scelta dell’habitat è dovuto a uno spostamento delle prede nel paesaggio, che a sua volta è legato alla gestione agricola. La mietitura dei cereali a fine estate fa sì che in brevissimo tempo il paesaggio cambi drasticamente su ampie superfici: le colture vengono fortemente disturbate e la vegetazione viene rimossa. Le specie di prede mobili come i topi selvatici si ritirano quindi in habitat meno disturbati, come i bordi dei campi, le siepi e i boschi. Questi ultimi non fanno tuttavia parte dei terreni di caccia del Barbagianni, per cui lì i topi selvatici non gli sono accessibili. Dopo il raccolto, spesso grandi superfici con vegetazione sono presenti solo sotto forma di prati e pascoli, dove nei mesi invernali il Barbagianni trova principalmente arvicole.

Così, mentre le colture cerealicole e di altro tipo mietute a fine estate perdono la loro attrattiva come terreni di caccia, le aree prative diventano sempre più attraenti. In termini di superficie, tuttavia, prati e pascoli rappresentano di solito solo una piccola parte della superficie agricola utile, motivo per cui in inverno la percentuale di terreni di caccia adatti si riduce drasticamente. In questa stagione, i barbagianni preferiscono quindi cacciare su prati e pascoli che si trovano vicino a strutture come siepi e maggesi fioriti, poiché queste ospitano molte prede e forniscono posatoi per la caccia all’aspetto.

All you need is food

Il cambiamento dell’offerta di cibo nel corso dell’anno ha un impatto diretto sul tasso di sopravvivenza e sul successo riproduttivo del Barbagianni, ma maschi e femmine non affrontano le stesse sfide. Ciò può essere spiegato dai diversi ruoli nell’allevamento dei piccoli: la femmina depone le uova e le cova, ma durante questo periodo viene nutrita dal maschio e non deve cacciare. Anche dopo che le uova si sono schiuse, il maschio fa la maggior parte del lavoro, cacciando la maggior parte del cibo per i pulcini.

Per i maschi, l’allevamento di molti piccoli significa quindi anche una minore probabilità di sopravvivenza fino alla successiva stagione riproduttiva. I maschi devono quindi valutare quanta energia investire nell’allevamento dei piccoli e quante riserve avere a disposizione per la propria sopravvivenza nell’inverno successivo. Sono tuttavia in grado di compensare almeno in parte i costi della riproduzione: se all’inizio dell’inverno è disponibile cibo a sufficienza, possono ricostituire le loro riserve energetiche e quindi aumentare le loro possibilità di sopravvivenza fino alla primavera successiva.

Nelle femmine non si osserva un tale compromesso tra successo riproduttivo e probabilità di sopravvivenza. La femmina, soprattutto se le condizioni sono buone, non deve procurare molto cibo e può così riprendersi dalle fatiche dell’allevamento prima del maschio. Quando c’è molto cibo disponibile, le femmine hanno quindi un maggiore successo riproduttivo e allo stesso tempo una maggiore probabilità di sopravvivenza.

L’inizio dell’indipendenza

Finora si sapeva poco del periodo successivo all’abbandono del nido dei genitori da parte dei giovani barbagianni, anche se questa è una fase critica della loro vita e molti muoiono poco dopo l’involo. Per studiare quali strutture dell’habitat favoriscono la sopravvivenza durante il periodo dei primi tentativi di caccia e della dispersione, prima del loro involo abbiamo dotato giovani barbagianni di piccoli trasmettitori. Inoltre, abbiamo fissato davanti alle cassette nido un posatoio con bilancia integrata e un sistema di identificazione dei chip. I barbagianni sono stati dotati di un anello di plastica con un chip incorporato, in modo che ogni volta che si posavano sul trespolo di fronte alla cassetta nido, il loro chip e il loro peso venivano registrati.

La combinazione di questa nuova tecnica con i dati del trasmettitore ha fornito alcune nuove conoscenze: in media, i giovani barbagianni si involano per la prima volta all’età di 62 giorni, anche se questo dipende fortemente dalle condizioni ambientali. Se l’offerta di cibo intorno alla cassetta nido è abbondante, i piccoli si involano più tardi e saranno anche fisicamente più sviluppati. Questo, a sua volta, aumenta le loro possibilità di sopravvivenza dopo l’involo. Poi i giovani barbagianni devono imparare a cacciare. Fino a quando hanno circa 75 giorni, tornano tuttavia ripetutamente alla cassetta nido, dove vengono ancora occasionalmente nutriti dai genitori fino a quando non diventano finalmente indipendenti. In questa fase, i giovani barbagianni dipendono da una buona offerta di cibo nelle vicinanze della cassetta nido.

Più cibo vi trovano e più precocemente diventano indipendenti dai loro genitori e possono prendersi cura di sé stessi. Anche l’ambiente circostante gioca un ruolo importante: più superfici per la promozione della biodiversità sono presenti nelle vicinanze della cassetta nido, più tardi e in condizioni fisiche migliori i giovani barbagianni abbandonano alla fine il territorio dei loro genitori. Ciò ha conseguenze di vasta portata: più riserve di energia possiedono quando lasciano il territorio dei genitori, maggiori sono le loro possibilità di sopravvivenza.

Tutti questi risultati mostrano che il Barbagianni ha bisogno di un paesaggio riccamente strutturato in cui trova, da un lato, cibo sufficiente tutto l’anno e dall’altro molti posatoi per la caccia. Ciò è possibile solo se nei paesaggi gestiti in maniera intensiva continuiamo a favorire superfici per la promozione della biodiversità, come maggesi fioriti, fasce pluriennali di colture estensive in campicoltura, nonché siepi e alberi biotopo.

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© Schweizerische Vogelwarte

Il 6 aprile 1924 viene fondata la Stazione ornitologica svizzera di Sempach.

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La Stazione ornitologica compie 100 anni

Dicembre 2023

Con la costituzione della Stazione ornitologica nel 1924 i nostri predecessori hanno messo a segno un gran colpo: dalla loro convincente visione è nata una fondazione che contribuisce in maniera determinante allo studio e alla protezione degli uccelli nel nostro Paese.

Con l’avvento dell’inanellamento scientifico degli uccelli per la ricerca sulla migrazione all’inizio del 20° secolo, anche in Svizzera è sorta la necessità di una sede centrale di notifica per i ritrovamenti di anelli.

Gli inizi della Stazione ornitologica

Così, il 6 aprile 1924, la «Schweizerische Gesellschaft für Vogelkunde und Vogelschutz» (Ala) fonda la Stazione ornitologica. Il suo membro impegnato Alfred Schifferli senior mette a disposizione della giovane istituzione un locale nella sua casa di Sempach e ne diventa il primo direttore. Oltre all’inanellamento, i primi compiti che svolge alla fine delle sue giornate e con il sostegno della sua famiglia sono lo sviluppo di una collezione ornitologica e di una biblioteca e la cura di uccelli selvatici bisognosi. Dopo la sua morte improvvisa nel 1934 all’età di 55 anni, suo figlio Alfred junior, che all’epoca aveva solo 22 anni, continua l’opera, ampliandola in seguito con determinazione, mentre studia zoologia a Basilea. Dopo la Seconda guerra mondiale e aver conseguito il dottorato, Alfred Schifferli Jr. ottiene un posto retribuito a tempo parziale, del cui finanziamento deve tuttavia occuparsi personalmente.

Relazioni pubbliche e indipendenza

Alfred Schifferli Jr. è intraprendente e si rivolge alla popolazione, facendola partecipare ai lavori della Stazione ornitologica con rapporti annuali e il Calendario degli uccelli. Con queste idee accattivanti, getta le basi per uno sviluppo che continua fino ai nostri giorni. Ancora oggi, la Stazione ornitologica è un richiesto centro d’informazione per la popolazione, i media e le autorità. Con il crescente sostegno finanziario da parte di appassionati degli uccelli di tutto il Paese, la Stazione ornitologica può rivolgere la sua attenzione ad altri compiti. Ben presto, i locali messi a disposizione dal 1946 dalla Corporazione di Sempach nel municipio diventano troppo angusti, così che nel 1954/55 viene costruito un edificio più idoneo sulla riva del lago. Più di mezzo secolo dopo, nel 2009 la Stazione ornitologica potrà inaugurare il suo nuovo edificio per uffici e nel 2015 il Centro visite, soddisfando i crescenti compiti ed esigenze. Questo sviluppo dinamico è stato facilitato dal fatto che nel 1954 la Stazione ornitologica è stata trasformata in una fondazione, ottenendo così la sua indipendenza.

Ricerca sulla migrazione degli uccelli e monitoraggio

Dalla fine degli anni 1950, la ricerca sulla migrazione degli uccelli nella regione alpina riceve un nuovo impulso con la Stazione di inanellamento sul Col de Bretolet, nelle Alpi vallesane, e con apparecchi radar è ora possibile rilevare anche la migrazione notturna degli uccelli. Più tardi, ad essa fanno seguito studi radar su larga scala in Israele, Spagna e infine in Mauritania, con i quali la Stazione ornitologica riesce a mostrare come gli uccelli migratori attraversano il Mediterraneo e il Sahara. Supportata da collaboratrici e collaboratori volontari provenienti da tutto il Paese, che segnalano a Sempach le loro osservazioni, la Stazione ornitologica si rivolge in seguito maggiormente anche al monitoraggio dell’avifauna indigena. Questi dati vengono presentati in due opere di riferimento, per l’epoca uniche nel loro genere: «Die Brutvögel der Schweiz» del 1962 e l’«Atlante degli uccelli nidificanti in Svizzera » del 1980. Queste pubblicazioni consentono la stesura della prima Lista Rossa delle specie di uccelli minacciate, che per la prima volta fa il punto sullo stato di un intero gruppo faunistico. Già a quel momento risulta evidente quanto poco l’uomo rispetti la natura, con gravi conseguenze per l’avifauna. I successivi Atlanti degli uccelli nidificanti del 1998 e del 2018 forniscono informazioni sempre più approfondite sullo sviluppo degli effettivi dei nostri uccelli nidificanti e mostrano dove è necessario intervenire nella protezione degli uccelli.

Maggiore impegno per la protezione degli uccelli

Di conseguenza, dalla metà degli anni 1970 in poi, la Stazione ornitologica si occupa anche maggiormente delle condizioni di vita delle specie di uccelli minacciate. L’attenzione si concentra sulle specie delle zone agricole, alle quali l’agricoltura intensiva crea sempre più problemi, come ad esempio la Starna, la Pavoncella, il Prispolone, l’Allodola e lo Stiaccino.

La Stazione ornitologica fornisce ora anche informazioni di base per le autorità di protezione della natura. Sulla base dei risultati dei censimenti nazionali degli uccelli acquatici, vengono inventariate in tutta la Svizzera le aree di svernamento più importanti per questi uccelli, portando all’istituzione da parte del Governo federale delle prime riserve per gli uccelli acquatici. Con l’Inventario degli habitat vicini allo stato naturale del Canton Lucerna, la Stazione ornitologica crea una base pratica per la protezione della natura a livello comunale.

Nel 2003, la Stazione ornitologica, BirdLife Svizzera e l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) uniscono infine le forze per salvare l’avifauna minacciata, lanciando il programma «Conservazione degli uccelli in Svizzera», di cui beneficiano Gallo cedrone, Cicogna bianca, Civetta, Upupa, Picchio rosso mezzano e altre specie. Oltre alla protezione delle specie, svolge un ruolo importante anche la protezione degli habitat.

Già dal 1991, la Stazione ornitologica, in collaborazione con agricoltori locali e autorità, riqualifica zone agricole in diverse regioni, come la Champagne genevoise o il Klettgau sciaffusano. Queste esperienze preparano il terreno per la collaborazione esemplare con l’associazione di agricoltori progressista IP-Suisse, che ha come effetto la creazione di molte superfici di compensazione ecologica. Inizialmente, i prodotti delle aziende agricole partecipanti vengono venduti principalmente tramite Migros, mentre oggi si possono trovare presso la maggior parte dei grandi distributori. La Stazione ornitologica e l’Istituto di ricerca per l’agricoltura biologica FiBL riassumono le loro esperienze positive in un manuale pratico, che ha lo scopo di dare un nuovo impulso per più natura da parte degli agricoltori. Nel corso dei decenni, questo impegno nelle zone agricole ha dato i suoi frutti: in questi splendidi paesaggi numerose specie dei terreni coltivati hanno effettivi più elevati che altrove Entrambe le aree sono state nominate «Paesaggio dell’anno» dalla Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio: la Champagne genevoise nel 2013 e il Klettgau SH nel 2023. In vista del suo 100° anniversario, la Stazione ornitologica lancia, infine, l’importante programma quadro «Un nuovo slancio per l’avifauna», invitando potenziali partner a collaborare con lei per creare ulteriori habitat per l’avifauna minacciata.

Nei suoi primi cento anni, la Stazione ornitologica si è sviluppata da un’attività individuale gestita su base volontaria a una prospera fondazione per lo studio e la protezione degli uccelli. Nello studio e nel monitoraggio delle popolazioni di uccelli è oggi riconosciuta a livello internazionale. In futuro, arriveranno anche successi da studi ecologici a lungo termine e dall’Africa, dove i nostri uccelli migratori soggiornano nei mesi invernali. Con una squadra innovativa e impegnata, affronterà i prossimi cento anni, potendo contare, come già nel corso dei cento anni passati, sul fedele e fantastico sostegno di benefattrici e benefattori e collaboratrici e collaboratori volontari. Sono loro che hanno reso possibile la storia di successo della Stazione ornitologica, e sono loro che possono esserne i più orgogliosi. Perché la Stazione ornitologica svizzera di Sempach è e rimane un’opera collettiva per il benessere degli uccelli.

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© Marcel Burkhardt
Gipeto
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2024 – i cento anni della Stazione ornitologica

Dicembre 2023

La Stazione ornitologica svizzera di Sempach è un’istituzione unica nel suo genere, sostenuta da amici degli uccelli di tutto il Paese.

Dalla sua fondazione nel 1924, le benefattrici e i benefattori hanno sostenuto la Stazione ornitologica con fedeltà e generosità, anno dopo anno. Con i loro crescenti contributi, hanno reso possibile la storia di successo del nostro istituto, trasformatosi dall’allora attività individuale all’attuale istituzione per lo studio e la protezione degli uccelli, riconosciuta in patria e all’estero. La Stazione ornitologica è sostenuta anche dall’enorme impegno di circa 2000 collaboratori volontari.

Fin dalla sua fondazione, la Stazione ornitologica ha perseguito gli stessi obiettivi che sussistono ancora oggi. Sono descritti nella dichiarazione d’intenti come segue: «La nostra visione è quella di comprendere l’avifauna indigena e di conservarla nella sua diversità per le generazioni future». Nel corso dei decenni, le priorità tematiche sono cambiate, i collaboratori sono andati e venuti e l’infrastruttura è stata adattata alle mutate esigenze. L’atteggiamento di base è però rimasto come linea guida: sviluppare solide basi scientifiche alle quali appoggiarsi per lavorare per il benessere degli uccelli e dei loro habitat.

Il lavoro e l’impegno della Stazione ornitologica e dei suoi collaboratori volontari continueranno a essere indispensabili: molte specie di uccelli sono infatti ancora minacciate. In questo modo, offriamo uno specchio alla società e mostriamo come vengono trattati gli uccelli, i loro habitat e le risorse naturali. Con il suo focus tematico, la ricerca di alto livello e l’ambizioso lavoro di conservazione, la Stazione ornitologica fornisce un contributo indispensabile per una Svizzera più sostenibile. Il nostro Paese ha bisogno degli uccelli: fanno parte del suo patrimonio naturale e devono poter vivere da noi in modo permanente! Contiamo sul fatto che autorità, organizzazioni partner, ditte e popolazione in generale seguano questa strada insieme a noi. Perché solo insieme possiamo conservare e promuovere l’avifauna.

La Stazione ornitologica dispone dei migliori presupposti per continuare la storia di successo dei suoi primi cento anni: gode di un grande sostegno tra la popolazione e può contare sulla preziosa collaborazione dei suoi 2000 volontari e delle organizzazioni partner. Con il suo team competente e motivato, copre un’ampia gamma di compiti importanti, che vanno dalla cura degli uccelli e dal monitoraggio degli effettivi fino alla ricerca di base e applicata, all’educazione ambientale, alla conservazione delle specie e alla rivalorizzazione degli habitat. Ha inoltre una solida base finanziaria, un’infrastruttura moderna con un edificio per uffici e un Centro visite. Per tutto questo, abbiamo un grande debito di gratitudine nei confronti delle benefattrici e dei benefattori della Stazione ornitologica, dei collaboratori volontari e dei partner.

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© Agami / Helge Sorensen

La Beccaccia viene cacciata nei cantoni Ticino, Vallese, Vaud, Friburgo, Neuchâtel, Giura e Berna. Tra il 2003 e il 2022, il numero annuale di capi abbattuti è stato in media di 1911 individui (1062-2508).

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Caccia agli uccelli in Svizzera

Dicembre 2023

Uno degli obiettivi della legislazione svizzera sulla caccia è quello di conservare la diversità di specie degli uccelli selvatici indigeni e migratori. Occorre pertanto prestare particolare attenzione alle specie di uccelli cacciabili le cui popolazioni nidificanti sono sotto pressione.

La caccia provoca una mortalità supplementare nelle specie cacciate. Può essere permessa senza che arrechi danno nel caso di specie che presentano popolazioni stabili o in aumento, tenendo conto della situazione di minaccia a livello nazionale ed europeo. Questa pratica non deve avere un impatto negativo misurabile sulla distribuzione, sugli effettivi e sulla struttura sociale delle specie interessate e non deve comportare altri effetti negativi sulla comunità degli organismi viventi. A partire da queste condizioni di base, la Stazione ornitologica ha elaborato varie richieste che coprono una vasta gamma di temi. Ad esempio, l’uso di munizioni al piombo dovrebbe essere vietato e lo Svasso maggiore dovrebbe essere tolto dall’elenco delle specie cacciabili. In alcuni casi, i periodi di protezione andrebbero estesi, come ad esempio nel caso delle anatre selvatiche almeno al periodo compreso tra il 1° gennaio e il 15 settembre. Nel caso di specie con popolazioni nidificanti considerate vulnerabili (Beccaccia) o potenzialmente minacciate (Pernice bianca e Fagiano di monte) secondo la Lista Rossa svizzera, per ogni specie il processo decisionale deve basarsi sulle dimensioni e le tendenze effettive e attuali delle sue popolazioni.

Beccaccia

La Beccaccia è ben diffusa lungo il margine settentrionale delle Alpi e nelle Alpi centrali dei Grigioni. La specie è tuttavia quasi completamente scomparsa dall’Altopiano e per il Giura ci sono indicazioni che l’areale di distribuzione si è leggermente ridotto. Le cause sono sconosciute. Degrado dell’habitat, predazione, disturbi negli spazi vitali, inquinamento luminoso e caccia sono tutte opzioni possibili. A livello nazionale, per la Beccaccia il periodo di protezione va dal 16 dicembre al 15 settembre. In molti Cantoni si va oltre: qui la Beccaccia non può essere cacciata per niente. Altri Cantoni hanno prolungato il periodo di protezione valido ai sensi del diritto federale.

La maggior parte delle beccacce cacciate in Svizzera sono uccelli di passo provenienti dall’Europa settentrionale e nordorientale. In queste aree vi sono popolazioni numerose sulle quali gli abbattimenti in Svizzera non hanno un impatto misurabile. Un recente studio condotto sotto l’egida dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM) ha tuttavia mostrato che gli uccelli nidificanti svizzeri si dirigono verso sud solo a metà ottobre e che all’inizio di novembre una buona metà di essi è ancora presente nell’areale di nidificazione. Solo alla fine di novembre la stragrande maggioranza di questi uccelli è migrata (Bohnenstengel et al. 2020). Poiché oltre il 90 % di tutte le uccisioni avviene tra la metà di ottobre e la fine di novembre, è probabile che tra i capi abbattuti la percentuale di beccacce indigene sia più elevata di quanto ipotizzato finora. La pressione venatoria sulla Beccaccia va quindi ridotta. Ci sono due modi per farlo: un prolungamento del periodo di protezione fino al 31 ottobre risparmierebbe circa il 50 % degli uccelli nidificanti svizzeri dalla caccia locale e una proroga fino al 15 novembre ne proteggerebbe circa il 95 %. D’altra parte, i Cantoni possono ridurre il numero consentito di abbattimenti di beccacce per persona all’anno o per persona per giorno di caccia. Queste misure a livello federale e cantonale possono anche essere cumulate. L’obiettivo generale è quello di ridurre significativamente il numero di beccacce indigene abbattute ogni anno fino a metà novembre e quindi la mortalità causata dalla caccia.

Pernice bianca

In Svizzera, tra il 1993-1996 e il 2013-2016 si sono create singole lacune alla periferia dell’areale di distribuzione della Pernice bianca, ma in sostanza la distribuzione non è cambiata. Gli effettivi, rilevati nell’ambito di un programma lanciato nel 1995 per censire i maschi territoriali, da allora sono diminuiti del 13 %, con grandi differenze regionali (Bossert e Isler 2018). A partire dal 2008 circa, gli effettivi sono più o meno stabili, anche se a un livello molto più basso rispetto agli anni 1990.

La diminuzione degli effettivi è molto probabilmente una conseguenza del riscaldamento climatico. C’è da aspettarsi che nei prossimi anni l’areale di distribuzione della Pernice bianca continuerà a ridursi e a frammentarsi spazialmente (Revermann et al. 2012).

Anche in futuro la distribuzione e l’evoluzione degli effettivi della Pernice bianca dovranno continuare a essere monitorate con particolare attenzione su aree spazialmente ed ecologicamente rappresentative. Se le tendenze negative diventeranno più visibili, la pressione venatoria andrà ulteriormente ridotta o la caccia alla Pernice bianca interrotta completamente.

Maschio di Fagiano di monte

Tra il 1993-1996 e il 2013-2016, in Svizzera l’areale del Fagiano di monte non è cambiato. Gli effettivi, determinati nell’ambito di un programma di censimenti dei maschi in parata lanciato nel 1995, dopo aver raggiunto un minimo nel 1998, sono aumentati e ora sono di nuovo quasi allo stesso livello stimato nel 1990 (Bossert e Isler 2018). A questa tendenza a lungo termine si sovrappongono forti fluttuazioni annuali degli effettivi, dovute principalmente alle mutevoli condizioni meteorologiche durante la stagione di nidificazione (Zbinden e Salvioni 2003).

Una dettagliata analisi della caccia al Fagiano di monte nel Canton Ticino ha mostrato che nei maschi la caccia provoca una mortalità additiva, che a sua volta porta a un rapporto tra i sessi fortemente spostato a favore delle femmine e a gruppi di parata di dimensioni più ridotte, ma non ha un influsso misurabile sull’andamento degli effettivi dei maschi in parata (Zbinden et al. 2018).

Poiché la popolazione di Fagiano di monte è influenzata da diversi fattori (disturbi, cambiamenti del paesaggio), anche in futuro la distribuzione e l’evoluzione degli effettivi dovranno continuare a essere monitorate con particolare attenzione su aree spazialmente rappresentative. Non appena emergesse una tendenza demografica negativa a livello svizzero, come un calo continuo sull’arco di 5 anni, sarà necessaria una riduzione della pressione venatoria.

Fonti

Bohnenstengel, T., V. Rocheteau, M. Delmas, N. Vial, E. Rey, B. Homberger & Y. Gonseth (2020): Projet national sur la bécasse des bois. Rapport final. Neuchâtel.

Bossert, A. & R. Isler (2018): Bestandsüberwachung von Birkhuhn Tetrao tetrix und Alpenschneehuhn Lagopus muta in ausgewählten Gebieten der Schweizer Alpen 1995–2017. Ornithol. Beob. 115: 205–214.

Revermann, R., H. Schmid, N. Zbinden, R. Spaar & B. Schröder (2012): Habitat at the mountain tops: how long can Rock Ptarmigan (Lagopus muta helvetica) survive rapid climate change in the Swiss Alps? A multiscale approach. J. Ornithol. 153: 891–905.

Zbinden, N. & M. Salvioni (2003): Verbreitung, Siedlungsdichte und Fortpflanzungserfolg des Birkhuhns Tetrao tetrix im Tessin 1981–2002. Ornithol. Beob. 100: 211–226.

Zbinden, N., M. Salvioni, F. Korner-Nievergelt & V. Keller (2018): Evidence for an additive effect of hunting mortality in an alpine black grouse Lyrurus tetrix population. Wildl. Biol. 2018: wlb.00418.

Zimmermann, J-L. & S. Santiago (2019): Contribution au suivi démographique de la bécasse des bois Scolopax rusticola dans le canton de Neuchâtel (Suisse). Aves 56: 49–75.

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© Matthias Kestenholz
Cardellino
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La natura è «too big to fail»

Agosto 2023

Il destino delle banche in difficoltà e quello della natura minacciata hanno alcuni parallelismi sorprendenti: entrambi sono – a volte inconsapevolmente, a volte in maniera negligente – determinati dall’uomo; ed entrambi sono in gran parte determinati anche da decisioni politiche. Al contrario, la valutazione della loro rispettiva rilevanza sistemica non potrebbe essere più differente. Ingiustamente.

Al più tardi dalla crisi finanziaria di 15 anni fa, l’espressione «too big to fail» fa parte dell’inventario fisso dei nostri dibattiti sociali quanto quella di «rilevanza sistemica », ma è quasi esclusivamente utilizzata per le banche. Nel contesto dei temi riguardanti la natura, i toni sono (per ora) diversi. «Se la natura fosse una banca, sarebbe stata salvata molto tempo fa.» Questa valutazione spesso citata, qui leggermente modificata, riassume in una frase il fatto che nella protezione di uccelli, insetti, torbiere – in breve, della natura, si proceda ancora troppo a rilento, e non solo a livello globale, ma anche da noi. Peggio ancora: successi già ottenuti attraverso la protezione vengono nuovamente compromessi da miopi decisioni.

Questa preoccupante situazione è stata particolarmente evidente anche durante le discussioni parlamentari sull’iniziativa per la biodiversità. La biodiversità è stata liquidata come una «parola alla moda», sostenendo che la protezione della biodiversità «ha qualcosa di egoistico». Tuttavia, l’inquinamento e la distruzione di habitat intatti in maniera compiacente e la conseguente messa in pericolo di un’ampia varietà di specie non sono una questione di poco conto.

In pochi giorni, 259 miliardi di franchi sono stati messi a disposizione per salvare una grande banca che si era trovata in difficoltà per colpa sua. La protezione della natura può solo sognare donazioni così generose. Tuttavia, se dovessimo pagare noi stessi i servizi degli ecosistemi che ogni giorno ci vengono forniti gratuitamente dalla natura, ci sarebbero enormi costi aggiuntivi per la nostra società. In definitiva, la protezione della biodiversità riguarda anche le nostre basi vitali: solo ecosistemi sani ci garantiscono terreni fertili, acqua potabile pulita, aria pulita e quindi la nostra salute. Questa consapevolezza non sembra tuttavia ancora prevalere nella mente di molte persone.

Chi critica una migliore protezione della biodiversità, della natura e dell’avifauna, parlando di «gravi conseguenze» per alcuni settori dell’economia, non riesce a riconoscere la rilevanza sistemica della natura, che invece per noi dovrebbe essere trattata come «too big to fail». Documentare e spiegare le oscillazioni delle popolazioni di uccelli è un compito importante della Stazione ornitologica. Di solito vengono influenzate dalla quantità di precipitazioni, dalle ore di sole, dal numero di alberi o di siepi, dalla distanza dalle strade e da altri fattori. La maggiore influenza l’ha tuttavia il nostro governo federale a Berna.

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© Michael Lanz

Le vecchie querce e i vecchi faggi del Bärletwald caratterizzano la foresta del Längholz. Nelle grandi chiome ricche di legno morto, il Plagionotus detritus e altri coleotteri rari trovano un habitat adatto

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Un Eldorado per le specie del legno vecchio e morto

Agosto 2023

Il Bärletwald, il più antico bosco di querce del Canton Berna, è un hotspot di biodiversità. Nei prossimi 25 anni, la Stazione ornitologica e il Comune di Brügg si impegneranno nella conservazione di questo gioiello forestale con le sue specie rare.

Colorazione giallo-nera e lunghe antenne rendono inconfondibile il coleottero Plagionotus detritus. Questo Cerambicide dipende da vecchie querce con legno maturo e morto esposto al sole nella chioma degli alberi. In Svizzera, i boschi con tali alberi sono una rarità. Ma nei Comuni di Brügg e Biel/Bienne ce n’è uno, il Bärletwald, che fa parte del più ampio complesso forestale del Längholzwald e su una superficie di circa sei ettari ospita il più antico bosco di querce del Canton Berna. Si stima che le querce più vecchie del popolare bosco ricreativo abbiano circa 300 anni. Nel 2022, l’esperta di coleotteri Lea Kamber ha trovato il Plagionotus detritus su una delle vecchie querce. Una vera sensazione, perché è la prima osservazione di questa specie fortemente minacciata tra Losanna e Zurigo dal 1888!

Questa storia di successo ha tuttavia rischiato di terminare prematuramente a causa di un taglio di alberi: durante una tempesta autunnale nel novembre 2020, il grande ramo laterale di una quercia era caduto su una strada adiacente al bosco. Questo evento aveva chiamato in causa il Comune di Brügg e l’Azienda forestale demaniale di Berna, proprietari del bosco. In seguito alla caduta del ramo, il Comune di Brügg aveva chiuso diversi sentieri nel Bärletwald per motivi di sicurezza e l’Azienda forestale demaniale aveva contrassegnato circa 90 alberi, tra cui numerose querce e faggi secolari, per l’abbattimento. Tuttavia, da parte della popolazione, di organizzazioni locali per la protezione della natura e del Consiglio comunale di Brügg c’era stata una forte opposizione all’intervento previsto. Con il coinvolgimento di esperti, tra cui Michael Lanz della Stazione ornitologica, sono quindi state discusse misure per preservare i vecchi alberi e allo stesso tempo garantire la sicurezza. La soluzione è stata una perizia da parte di un ingegnere forestale sulle condizioni degli alberi e i loro valori biologici, mentre il Comune di Brügg ha da parte sua acquistato il bosco dall’Azienda forestale demaniale. Ciò ha permesso interventi di cura degli alberi nel 2021 e nel 2022. Il previsto taglio di alberi ha così potuto essere evitato.

Questo è stato un ottimo punto di partenza per un progetto congiunto del comune di Brügg e della Stazione ornitologica nell’ambito del programma «Un nuovo slancio per l’avifauna». Gli obiettivi sono la conservazione a lungo termine del Bärletwald e delle querce secolari, nonché misure per promuovere la biodiversità nell’intera foresta del Längholz. I partner finanziano congiuntamente un concetto di promozione e l’attuazione di varie misure di rivalorizzazione, nonché una valutazione del successo degli interventi. Una base importante per il progetto sono i rilevamenti di diversi gruppi di specie, avviati in questo ambito negli ultimi due anni. Oltre al coleottero Plagionotus detritus, sono state osservate altre specie molto rare e altamente specializzate. Tra queste ci sono anche due licheni fortemente minacciati: Thelopsis rubella e Caloplaca lucifuga. Nei rilevamenti di pipistrelli del 2021 sono state identificate 10 specie, tra cui il Vespertilio di Bechstein, specie bersaglio del bosco. Le querce secolari sono preziose anche dal punto di vista ornitologico: oltre al Picchio rosso mezzano, nel Bärletwald nidificano altre quattro specie di Picchio.

Come prima misura per metterlo in sicurezza, il vecchio popolamento di querce sarà definito quale isola di legno vecchio. I coleotteri del legno morto hanno bisogno di una vasta offerta di fiori, motivo per cui per l’autunno 2023 è prevista una rivalorizzazione del bordo del bosco con la piantagione di arbusti ricchi di fiori e un bordo erbaceo. Affinché le specie bersaglio possano estendere il loro areale all’intera foresta del Längholz, nei prossimi anni dovranno essere designati alberi-habitat e, ove possibile, saranno create altre isole di legno vecchio.

Nel frattempo, il progetto è ormai noto ben oltre la regione di Berna e Michael Lanz è stato premiato nel 2022 dall’associazione ProQuercus per il suo impegno nella conservazione e nella promozione della Quercia.

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Inquinamento luminoso: comprenderlo e ridurlo

Agosto 2023

In natura, luce e buio si alternano ritmicamente. La loro alternanza plasma molti processi vitali che sono disturbati dalla luce artificiale durante la notte. La Stazione ornitologica studia le molteplici conseguenze dell’inquinamento luminoso, ad esempio sulla migrazione degli uccelli.

Da quando c’è vita sulla Terra, la luce proviene quasi esclusivamente da corpi celesti come il sole, la luna e le stelle. Nel corso di milioni di anni, gli esseri viventi hanno quindi potuto adattarsi alla precisa e ritmica alternanza tra luce e buio. Gli uccelli, ad esempio, impostano i loro orologi interni, annuali e giornalieri, misurando l’intensità luminosa e di notte utilizzano la luce delle stelle per navigare lungo le loro vie migratorie. Anche il loro cibo e i loro predatori si sono adattati al ciclo giorno-notte, in modo che tutte le componenti della biocenosi siano sincronizzate l’una con l’altra.

Cos’è l’inquinamento luminoso e qual è il problema?

A causa della recente rapida diffusione della luce artificiale durante la notte, questo ritmo ben collaudato viene scombussolato. La luce artificiale che interferisce con le attività e i processi vitali è chiamata inquinamento luminoso. Gli effetti della luce artificiale sono molteplici: in luoghi illuminati molte specie di uccelli sono attive di notte, le catene alimentari e i processi fisiologici si modificano e i ritmi circadiani e annuali vengono scombussolati. Gli uccelli attratti o accecati dalla luce sono esposti a un elevato rischio di collisione. L’inquinamento luminoso contribuisce anche in modo significativo al declino degli insetti, che a sua volta ha conseguenze negative anche per molte specie di uccelli.

Ricerca e informazione alla Stazione ornitologica

A differenza di molti altri tipi di inquinamento, i problemi causati dalla luce artificiale possono in linea di principio essere risolti rapidamente: di notte è chiaro solo finché generiamo attivamente luce con l’elettricità. Non appena la corrente viene interrotta, non c’è più inquinamento luminoso. Tuttavia, decidere quali luci lasciare accese di notte richiede un compromesso tra i vari interessi. I benefici dell’oscurità naturale per l’uomo e la natura vengono soppesati tenendo conto delle nostre preoccupazioni per la sicurezza o del desiderio di un uso privato o commerciale della luce notturna.

La Stazione ornitologica si impegna a mitigare le conseguenze dell’inquinamento luminoso attraverso la ricerca e la promozione. Analizzando le vittime di collisioni, cerca di determinare quali sono i maggiori rischi. Progetti di ricerca sulle specie attive di notte come i rapaci notturni e su attività notturne, in particolare sulla migrazione degli uccelli, intendono chiarire come gli uccelli reagiscono nel loro comportamento e nella loro fisiologia alla perdita della notte. Basandosi sui risultati di queste ricerche, mediante informazioni, consulenze e la formulazione di raccomandazioni, la Stazione ornitologica contribuisce a sensibilizzare la popolazione e a ridurre l’inquinamento luminoso.

Focus di ricerca: migrazione degli uccelli

La maggior parte delle specie di uccelli migratori migra di notte e si sposta a livello sovraregionale attraverso paesaggi diversi, motivo per cui è particolarmente colpita dall’inquinamento luminoso. Come gli insetti, di notte gli uccelli sono attratti dalla luce e in caso di forti sorgenti luminose possono deviare dai percorsi migratori o girare senza meta intorno a coni di luce. Ciò si traduce spesso in collisioni con vetrate o edifici che per molti uccelli sono fatali, come hanno dimostrato volontari tedeschi per la «Post Tower» di Bonn con l’aiuto della Stazione ornitologica.

Molti aspetti pericolosi dell’inquinamento luminoso non sono ancora stati chiariti, in parte perché gli uccelli sono difficili da osservare durante la migrazione notturna. Ad esempio, si sa poco su quanto fortemente e fino a che distanza l’inquinamento luminoso influenzi i flussi migratori degli uccelli. Sono le aree urbane a essere particolarmente colpite o gli uccelli volano verso un bagliore luminoso anche su distanze più lunghe? Non è nemmeno chiaro di quanto tempo in più gli uccelli abbiano bisogno nella loro migrazione quando si mettono a volare in cerchio sopra a fonti luminose o devono effettuare deviazioni. Controverse sono anche le ore del giorno con un rischio particolarmente elevato e le esatte condizioni ambientali in cui ci si può aspettare un’elevata densità di uccelli durante le fasi migratorie. Infine, è importante sapere quali proprietà della luce generano disturbi elevati o solo disturbi di poco conto.

Nuovi progetti sull’inquinamento luminoso

Per chiarire le lacune nelle conoscenze, l’unità Migrazione degli uccelli della Stazione ornitologica ha avviato nuovi progetti di ricerca sull’argomento, attingendo all’esperienza del nostro istituto nell’uso della tecnologia radar, maturata nel corso di decenni. Per mezzo di apparecchi radar, la migrazione notturna, altrimenti in gran parte invisibile, può essere resa visibile anche ad altitudini di oltre 1000 m dal suolo. Durante le fasi di migrazione, gli apparecchi radar «Bird- Scan», co-sviluppati dalla Stazione ornitologica, misurano 24 ore su 24 echi che è altamente probabile provengano da uccelli. A partire da questi echi possiamo calcolare il numero degli uccelli che ci sorvolano, la loro altezza e direzione di volo, come pure stimare la loro velocità. Questo ci permette di studiare i movimenti di migliaia di uccelli durante un periodo migratorio.

Di recente, utilizziamo i radar «BirdScan» per misurare l’influenza dell’inquinamento luminoso sui movimenti migratori. Per fare questo, intendiamo confrontare aree illuminate di notte con aree buie per mettere in relazione la migrazione degli uccelli con l’inquinamento luminoso locale. La costa adriatica della Croazia è una regione particolarmente adatta a questo scopo. Durante la migrazione primaverile, gli uccelli migratori volano attraverso il buio mare Adriatico fino alla costa, che in Croazia è illuminata in modo molto variabile. Di notte, molte aree sono ancora in gran parte buie, mentre soprattutto le aree urbane presentano un importante inquinamento luminoso. Questo forte contrasto tra luce e buio rende questa regione costiera ideale per studiare i fondamenti della reazione degli uccelli migratori all’inquinamento luminoso.

Per la migrazione primaverile 2023, con l’aiuto dei nostri partner di progetto croati abbiamo installato per la prima volta Bird- Scans nella loro regione. I nostri apparecchi hanno registrato la migrazione primaverile in Istria e in Dalmazia, in ognuna delle due zone in un luogo luminoso e in uno scuro adiacente. La registrazione automatica nel frattempo è stata completata, ma il lavoro principale vero e proprio è solo agli inizi: sulla base dei dati dell’eco, calcoleremo ora fino a che punto la migrazione differisce tra luoghi chiari e luoghi scuri. Ci aspettiamo che gli uccelli esposti a inquinamento luminoso si spostino con una direzione di volo meno chiara e più lentamente, variando forse anche la loro altitudine di migrazione. Se la luce attira gli uccelli che si avvicinano alla costa, sopra le città si dovrebbero registrare più uccelli. I nostri rilevamenti sono accompagnati da rilevamenti acustici, che potrebbero essere utilizzati per identificare alcune specie. In questo modo possiamo anche verificare se gli uccelli sopra le città emettono più richiami. Infine, raccogliamo anche dati da radar meteorologici per poter studiare gli schemi di volo su una scala più ampia. Le analisi fanno parte di una tesi di dottorato in collaborazione con l’Istituto di geografia dell’Università di Zurigo.

Dopo il completamento di questa prima fase del progetto, speriamo di poter effettuare esperimenti in maniera mirata in Croazia con proprietà della luce per scoprire come si possano mitigare i suoi effetti sugli uccelli migratori. A lungo termine, i metodi da noi consolidati potrebbero essere applicati anche in Svizzera, ad esempio per confrontare i movimenti migratori sulle città con la migrazione degli uccelli in regioni più scure attorno ad esse.

Contrastare il problema già ora

Mentre utilizziamo la ricerca per determinare quale luce ha un impatto particolarmente importante sugli uccelli migratori, è importante contrastare il più possibile l’inquinamento luminoso già sin d’ora. La migliore di tutte le soluzioni è una riduzione su vasta scala. Raccomandazioni per ridurre l’inquinamento causato da fonti di luce artificiale sono già disponibili nel capitolo 5 del nuovo opuscolo «Costruire con vetro e luce rispettando gli uccelli», prodotto sotto l’egida della Stazione ornitologica.

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© Marcel Burkhardt

La Cicogna bianca ama cercare il suo cibo sui prati umidi. La specie trarrebbe beneficio da un’estensivizzazione delle zone agricole, e con essa numerose altre specie.

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Madama Cicogna in ascesa

Agosto 2023

70 anni fa, in Svizzera la Cicogna bianca si era estinta ma oggi fortunatamente la troviamo di nuovo in molti luoghi tra prati e campi. Questo successo è dovuto a molte ragioni, ma l’impegno di numerosi volontari ha giocato un ruolo fondamentale.

Intorno al 1900, in Svizzera c’erano ancora 140 coppie nidificanti di Cicogna bianca, ma nel 1950 non ce n’era più nessuna. Diversi fattori hanno contribuito a questo drammatico declino degli effettivi: dal 19° secolo fino al 1970, vaste zone umide sono state bonificate. Di conseguenza, i tipici habitat di alimentazione della Cicogna bianca, come paesaggi paludosi o prati umidi, sono scomparsi. Inoltre, soprattutto durante le due guerre mondiali, in Svizzera sono state installate molte nuove linee elettriche aeree, che probabilmente hanno causato la morte di molte cicogne per elettrocuzione. Per finire, potrebbero aver avuto un ruolo anche le condizioni meteorologiche: i lunghi periodi di siccità nella regione africana del Sahel potrebbero aver causato una maggiore mortalità degli uccelli adulti nei loro quartieri invernali, mentre in Svizzera i periodi di maltempo in primavera potrebbero aver portato a uno scarso successo riproduttivo.

Max Bloesch, un appassionato di cicogne, non voleva stare a guardare mentre la Cicogna bianca scompariva. Ad Altreu SO, effettuò un audace tentativo di reinsediare la specie. Dopo alcuni fallimenti iniziali, fu possibile tenere le giovani cicogne in un recinto durante gli anni critici della gioventù, rilasciandole in seguito. Le cicogne trattenute non migrarono e in seguito nidificarono con successo. Altre stazioni furono create in un totale di 24 località tra il lago Lemano e la valle del Reno di San Gallo. Queste reintroduzioni sono state accompagnate dalla «Società per la promozione degli esperimenti di reinsediamento delle cicogne», ora «Cicogna Svizzera», fondata nel 1976. Tra il 1970 e il 1992, la popolazione di cicogne è aumentata da poco meno di 20 a 140 coppie nidificanti. Nel 1995, è stato deciso a livello internazionale di porre fine alle reintroduzioni e di lavorare per promuovere una popolazione autosufficiente di uccelli selvatici. Da allora, gli effettivi sono di nuovo rapidamente aumentati: nel piano d’azione per la Cicogna bianca in Svizzera, pubblicato nel 2010, l’obiettivo è stato fissato a 300 coppie nidificanti entro il 2024, ma nel 2022 abbiamo già censito ben 887 coppie nidificanti – un grande successo! Nel complesso, il rapido recupero della Cicogna bianca è dovuto probabilmente a una combinazione tra sforzi di protezione e promozione e mutate condizioni ambientali.

Comportamento migratorio, pericoli e conservazione

Già dall’inizio del progetto di reintroduzione in Svizzera, le cicogne bianche vengono inanellate il più possibile per monitorare il successo del programma e seguire l’attività riproduttiva presso i nidi. In Svizzera abbiamo così una delle popolazioni meglio documentate d’Europa. Inoltre, per comprendere meglio a quali pericoli gli animali sono esposti sulle loro rotte migratorie, dal 1999 le cicogne bianche sono state dotate di trasmettitori. Grazie agli inanellamenti, alla radiotelemetria e al monitoraggio, oggi sappiamo molto sull’evoluzione delle popolazioni, sulle minacce, sul comportamento migratorio e sulle zone di svernamento e di sosta delle cicogne bianche europee.

Per le cicogne bianche adulte, le cause di morte includono, tra l’altro, collisioni con linee elettriche e abbattimenti lungo le vie migratorie e nelle zone di svernamento. Tuttavia, negli ultimi decenni il comportamento migratorio è cambiato radicalmente: oggi la maggior parte degli animali, soprattutto i più anziani, trascorre l’inverno in discariche a cielo aperto in Spagna e Portogallo. Inoltre, a causa dei cambiamenti climatici, anche in Svizzera gli inverni sono diventati più miti e spesso le cicogne rimangono qui da noi. Nell’inverno 2022/23, erano circa 650 individui. Questo risparmia loro il faticoso e rischioso viaggio verso l’Africa, aumentando anche le loro probabilità di sopravvivenza.

Le analisi mostrano anche che l’attuale aumento degli effettivi è dovuto principalmente a un calo della mortalità degli uccelli adulti. Tuttavia, c’è spazio anche per migliorare il successo riproduttivo. Secondo i calcoli, per una popolazione autosufficiente quest’ultimo dovrebbe situarsi su una media di due giovani per coppia nidificante, che nella maggior parte degli anni non viene raggiunta. Per mantenere la loro buona popolazione, le cicogne bianche hanno bisogno di sufficienti opportunità di nidificazione, di habitat di alimentazione vicino ai nidi e di poche fonti di pericolo. Ancora oggi, ad esempio, ci sono cicogne che muoiono per elettrocuzione sulle linee di media tensione. La conservazione della Cicogna bianca non è possibile senza uno sforzo che da noi è fornito principalmente da una rete di volontari, coordinata da Cicogna Svizzera: monitoraggio dei nidi, inanellamenti di nidiacei, lettura degli anelli, supporto nel mantenimento dei nidi e sensibilizzazione della popolazione. Purtroppo, il piano d’azione non ha portato al successo desiderato nella creazione di habitat di alimentazione. Sebbene la Cicogna bianca sia una specie ombrello per una coltivazione estensiva delle zone agricole, le condizioni quadro della politica agricola per la creazione di prati estensivi o prati umidi sono ancora difficili.

Nuove sfide

Sebbene la popolazione occidentale di Cicogna bianca in Europa stia attualmente vivendo una ripresa, non bisogna dimenticare le prossime sfide. Queste includono, ad esempio, l’inquinamento ambientale e l’urbanizzazione. Vari studi mostrano che si possono trovare più rifiuti nei nidi se sono più vicini alle aree urbane o se l’area circostante presenta più sostanze estranee. Tale spazzatura può essere pericolosa anche per i nidiacei, ad esempio se una corda si avvolge attorno a una zampa, serrandola. Le cicogne trasportano nei nidi anche materia non organica, dandola da mangiare ai piccoli o mangiandola loro stesse: nello stomaco di cicogne morte, adulte e giovani, sono state trovate numerose sostanze estranee e soprattutto plastica. Possiamo contrastare questo problema fornendo materiale adatto per i nidi nelle loro vicinanze, migliorando gli habitat di alimentazione ed evitando l’abbandono di rifiuti.

Con la forte crescita della popolazione di Cicogna bianca, anche gli esseri umani devono reimparare come confrontarsi con questa specie. Da un lato, dal punto di vista dei protettori delle cicogne, è aumentato lo sforzo per un monitoraggio completo della popolazione nidificante e per l’inanellamento: le cicogne non nidificano più soltanto nei siti di vecchia data, ma spesso anche in nuovi. Per ora abbiamo ancora una buona visione d’insieme, ma senza nuove leve per il lavoro di volontariato, questo sforzo non potrà essere sostenuto ancora a lungo. D’altra parte, a volte la presenza della Cicogna bianca è già data per scontata e in alcuni luoghi sta già circolando il termine di «cicogna problematica». Mentre un tempo un nido di cicogna sul tetto era considerato un portafortuna, oggi non siamo più abituati a uccelli così grandi che nidificano nelle vicinanze o addirittura sul tetto della nostra casa. Alcune persone si sentono disturbate quando le cicogne lasciano cadere rami sulla loro proprietà durante la costruzione del nido o i loro escrementi portano a un insudiciamento dei dintorni. Con il loro lavoro di pubbliche relazioni, gli amici delle cicogne cercano di sensibilizzare la popolazione ai bisogni della Cicogna bianca. In questo modo, insieme si trovano sempre soluzioni pragmatiche accettabili per cicogne e umani. Per sensibilizzare l’opinione pubblica vengono già utilizzati vari strumenti, come webcam con cui è possibile seguire la nidificazione, materiale didattico per alunni o mostre specifiche.

Nonostante l’incoraggiante aumento degli effettivi, dovremmo prenderci cura della Cicogna bianca, perché è ancora considerata potenzialmente minacciata e i rapidi cambiamenti degli ultimi 100 anni mostrano quanto velocemente la situazione possa cambiare di nuovo.

La Stazione ornitologica svizzera, insieme a Cicogna Svizzera, coordina il monitoraggio della Cicogna bianca. In molti luoghi, gruppi e organizzazioni locali e regionali si impegnano per questa specie. Vi piacerebbe impegnarvi per l’inanellamento, il monitoraggio o la conservazione della Cicogna bianca? Contattateci all’indirizzo storch-schweiz@bluewin.ch.

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Alla scoperta della Svizzera

Agosto 2023

Ogni anno, alla Stazione ornitologica vengono segnalate circa 2,6 milioni di osservazioni mediante ornitho.ch. Questa ricchezza di dati è impressionante per un paese piccolo e montagnoso come la Svizzera e ci offre una buona e prima panoramica degli attuali sviluppi ornitologici.

Tuttavia, le attività di osservazione delle osservatrici e degli osservatori non sono distribuite uniformemente in tutto il Paese, ma si concentrano sulle zone umide ricche di specie, come il Fanel BE/NE/FR/VD o il bacino artificiale di Klingnau AG. D’altra parte, nel corso di cinque anni, da un quarto dei 41 000 chilometri quadrati della Svizzera non esistono segnalazioni o riguardano al massimo due giorni. Le osservazioni provenienti da aree meno frequentate sono tuttavia di grande importanza per il lavoro della Stazione ornitologica: da un lato, una base di dati spazialmente più ampia rende le nostre analisi più solide, aprendo persino nuove possibilità di analisi. D’altra parte, uffici di consulenza ambientale e Uffici cantonali dell’ambiente ci richiedono regolarmente dati di osservazione attuali per la valutazione di progetti concreti di costruzione e processi di pianificazione. Sotto la parola chiave «Terra incognita», nel menu «Istruzioni e consigli» di ornitho.ch gli interessati troveranno quindi una carta con i quadrati chilometrici poco visitati. La carta sarà ora aggiornata tre volte l’anno a marzo, giugno e settembre. Aiutateci anche voi a esplorare terre sconosciute e segnalare osservazioni da questi quadrati chilometrici. Le osservazioni più preziose sono quelle segnalate attraverso liste di controllo complete.

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I confini dell’agricoltura

Agosto 2023

Un confronto attraverso i confini di diverse nazioni mostra il grande effetto che le condizioni quadro politiche hanno sullo stato dell’avifauna.

Le regioni frontaliere, in particolare, sono ideali per studiare gli effetti dei diversi quadri politici sulla biodiversità. Poiché clima, esposizione e condizioni del suolo sono praticamente identici, non entrano in considerazione per spiegare le differenze nella composizione delle specie o nella densità dei territori. Queste ultime sono dovute maggiormente a differenze nel quadro politico e quindi nell’uso del suolo.

Utilizzando 202 quadrati chilometrici lungo il confine settentrionale del nostro Paese, mappati per l’Atlante degli uccelli nidificanti 2013-2016, un team di ricerca del Politecnico federale di Zurigo e della Stazione ornitologica svizzera ha quindi studiato le differenze nelle aree di confine tra Svizzera (105 quadrati chilometrici), Germania (37) e Francia (60) per 29 specie diffuse. Ha riscontrato notevoli differenze: in Svizzera c’erano 2,5 specie e 44 territori in meno per quadrato chilometrico rispetto ai Paesi limitrofi, il che corrisponde al 12 % in meno di specie e al 14 % in meno di territori.

Sebbene gli autori abbiano trovato questi risultati anche nelle agglomerazioni e nei boschi, nelle zone agricole essi erano particolarmente pronunciati. Dagli anni 1990 queste differenze stanno tuttavia diminuendo: da un lato, i Paesi limitrofi sono peggiorati e, dall’altro, l’orientamento un po’ più ecologico dell’agricoltura svizzera negli ultimi 20 anni sta dando i suoi frutti.

Tuttavia, in Svizzera circa la metà degli uccelli delle zone agricole è ancora inclusa nella Lista Rossa. Questo dovrebbe essere un ulteriore incentivo a continuare con un’agricoltura più rispettosa della natura, tra l’altro con maggesi fioriti e a rotazione, piccole strutture e una riduzione dell’uso ancora molto elevato di fertilizzanti e pesticidi.

Engist, D., R. Finger, P. Knaus, J. Guélat & D. Wuepper (2023): Agricultural systems and biodiversity: Evidence from European borders and bird populations. Ecol. Econ. 209: 107854. https://doi.org/10.1016/j.ecolecon.2023.107854

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I luoghi di alimentazione dei culbianchi

Agosto 2023

I cambiamenti climatici modificheranno fortemente soprattutto le zone ad alta quota. Per sapere cosa ciò significa per una specie di uccello di montagna, è necessario conoscere le sue preferenze di habitat per la ricerca di cibo.

Poiché per gli uccelli insettivori in montagna il cibo è disponibile solo per un breve periodo di tempo, l’allevamento dei piccoli e la muta devono essere coordinati con precisione. Tuttavia, con i cambiamenti climatici i tempi di scioglimento delle nevi e l’espansione del bosco, ad esempio, stanno cambiando, il che a sua volta influisce sulla disponibilità di insetti come cibo.

Anche il Culbianco verrà influenzato da questo fenomeno. Per poter stimare gli effetti di questi cambiamenti temporali e spaziali sullo sviluppo dei suoi effettivi, è tuttavia necessario conoscere dapprima le sue preferenze di habitat. A questo scopo, da maggio a settembre 2021 un gruppo di ricerca della Stazione ornitologica svizzera ha osservato 121 individui dotati di anelli colorati nelle montagne intorno a Piora TI, annotando la posizione esatta dei siti di alimentazione e confrontando le caratteristiche di questi siti con quelle di un punto casuale a 20-80 metri di distanza.

Durante tutto il periodo di studio, sia gli uccelli giovani, sia gli adulti hanno mostrato una preferenza per un mosaico composto da pietre e aree di terreno aperto con vegetazione bassa e a crescita lenta. Per nutrirsi, i culbianchi si recavano anche vicino alle tane di marmotta, perché questi roditori mantengono la vegetazione bassa e creano aree aperte. I culbianchi hanno inoltre beneficiato dei pascoli estensivi.

Lo studio mostra quanto sia importante per il Culbianco conservare e promuovere aree ricche di strutture durante tutto il periodo estivo. Ciò è particolarmente vero per le Alpi, che svolgono un ruolo sempre più importante nella conservazione della specie nell’Europa centrale in tempi di cambiamenti climatici, poiché a quote più basse le popolazioni stanno già diminuendo.

Müller, T. M., C. M. Meier, F. Knaus, P. Korner, B. Helm, V. Amrhein & Y. Rime (2023): Finding food in a changing world: Small-scale foraging habitat preferences of an insectivorous passerine in the Alps. Ecol. Evol. 13: e10084. https://doi.org/10.1002/ece3.10084

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© Yvette Diallo

Con una donazione di strumenti ottici, potete sostenere i nostri partner dell’Africa occidentale nel loro lavoro di Atlante.

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Sostenere progetti Atlante in Africa

Agosto 2023

La Stazione ornitologica svizzera si impegna attivamente per la protezione degli uccelli migratori. Nell’ambito del coordinamento del Piano d’azione afro-eurasiatico per gli uccelli terrestri migratori (AEMLAP), sosteniamo nuovi progetti di Atlante in Africa occidentale per migliorare le conoscenze sugli uccelli migratori e nidificanti durante tutto l’anno. In questo ambito, la Stazione ornitologica fornisce assistenza tecnica e supporta in loco i nostri partner dell’Africa occidentale. Molti collaboratori volontari dei progetti Atlante hanno solo pochi binocoli e telescopi di alta qualità e funzionali, tuttavia sarebbero loro indispensabili.

Chi desidera dare un importante contributo all’attuale progetto Atlante in Senegal, può donare i suoi strumenti ottici usati ma comunque ancora di alta qualità. I binocoli e i telescopi raccolti vengono controllati, puliti e preparati per il progetto dal nostro team di esperti.

Chi desidera donare binocoli o telescopi, può annunciarsi tramite aemlap@vogelwarte.ch o il numero 041 462 97 00. Organizziamo volentieri il ritiro. In alternativa, il materiale può essere inviato direttamente al seguente indirizzo:

Stazione ornitologica svizzera
Progetti Atlante Africa occidentale
Seerose 1
6204 Sempach

Siamo felici di qualsiasi supporto. Ogni binocolo donato contribuisce al successo del progetto e quindi anche a una migliore conoscenza dell’avifauna dell’Africa occidentale.

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© Hubert Schürmann

I maggesi da rotazione sono superfici integrate nella rotazione delle colture con semina di erbe selvatiche. Forniscono agli insetti una costante offerta alimentare dalla primavera all’autunno. Nei maggesi da rotazione le allodole trovano spazio e cibo per allevare i loro piccoli.

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Un’opportunità per la biodiversità sui campi

Agosto 2023

Nelle zone agricole, le superfici per la promozione della biodiversità sono habitat indispensabili per molte specie animali e vegetali. Tuttavia, soprattutto nei seminativi sarebbero necessarie molte più superfici di qualità elevata, in modo che in Svizzera specie minacciate possano sopravvivere a lungo termine.

Per secoli, le zone agricole hanno offerto un habitat a specie di uccelli come la Quaglia, l’Allodola e lo Strillozzo, ma anche ad altri animali come ad esempio la Lepre comune. Numerose specie si sono adattate a questo habitat modellato dall’uomo e da noi possono sopravvivere solo nei campi.

Attraverso i processi di intensificazione, negli ultimi decenni le condizioni di vita per questi animali sono tuttavia cambiate in peggio in molti luoghi. Di conseguenza, molte specie legate ai terreni coltivati sono diventate rare o sono addirittura scomparse del tutto. Negli ultimi 20 anni, gli effettivi degli uccelli che nidificano nei seminativi sono diminuiti in maniera massiccia, in particolare sull’Altopiano centrale e orientale. La Starna è addirittura scomparsa completamente dalla Svizzera. Allo stesso tempo, gli insetti sono diminuiti significativamente sia nella loro biomassa che nella biodiversità. Numerose piante dei campi sono oggi sulla Lista Rossa delle specie minacciate.

La varietà di insetti, fiori e semi di piante migliora inoltre l’offerta alimentare per numerose specie di uccelli. Le superfici a maggese e i bordi forniscono siti di riproduzione indisturbati per gli uccelli che nidificano al suolo (Allodola) o nello strato erbaceo (Saltimpalo, Strillozzo). Piccoli gruppi di cespugli offrono opportunità di nidificazione per altre specie come la Sterpazzola, l’Averla piccola e lo Zigolo giallo. Poiché le SPB di qualità elevata sono presenti tutto l’anno, non offrono agli animali selvatici soltanto un luogo sicuro per allevare la loro prole, ma anche rifugi per l’inverno. In questo modo, allodole, lepri & Co. dispongono di nuovo di migliori possibilità di sopravvivenza.

Adesso è il momento ideale per pianificare queste superfici di qualità elevata: per supportare in tal senso gli agricoltori e i consulenti, la Stazione ornitologica svizzera ha creato una scheda riassuntiva e, insieme ad alcuni partner, sulla piattaforma agrinatur.ch ha prodotto video e fogli informativi.

Non lasciamoci sfuggire questa opportunità, perché delle SPB di qualità elevata nei seminativi non beneficiano di gran lunga solo uccelli e altri animali selvatici ma anche l’uomo.

Le superfici per la promozione della biodiversità (SPB) sono quindi diventate importanti rifugi per la flora e la fauna. Sfortunatamente, finora nelle zone a campicoltura tali elementi sono stati raramente implementati ma ora ciò sta cambiando: dal 2024, la Confederazione prescriverà almeno il 3,5 % di SPB nei seminativi.

Ciò offre grandi opportunità per la biodiversità, ma anche per l’agricoltura, soprattutto quando vengono create SPB di qualità elevata, come maggesi fioriti o bordi lungo i campi. Questi presentano infatti un’elevata diversità di piante selvatiche che attirano insetti importanti per l’impollinazione delle colture. Sulle SPB possono moltiplicarsi anche piccoli animali come ragni, carabidi o reduvidi che predano insetti indesiderati come gli afidi sulle superfici di produzione. In questo modo, viene supportato l’ecosistema originale e naturale. Di conseguenza, le colture diventano più robuste e forniscono rese più elevate, permettendo di utilizzare meno pesticidi.

Per ulteriori informazioni

Scheda riassuntiva «Fonctions écologiques des surfaces de promotion de la biodiversité sur terres assolées»: www.vogelwarte.ch/fonctions-spb-terres-arables

Promuovere la biodiversità sull’azienda agricola: www.agrinatur.ch/fr/spb/spb-sur-terres-assolees

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© Marcel Burkhardt

Paesaggio agricolo rivitalizzato nel Wauwilermoos.

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Sì alla biodiversità!

Aprile 2023

In Svizzera, il 40 % degli uccelli nidificanti è considerato minacciato, così come molte altre specie animali e vegetali. Non c’è alcun miglioramento in vista. Per questo motivo, l’Iniziativa biodiversità, che intende ancorare maggiormente la protezione della natura e del paesaggio nella Costituzione, è ancora più urgente.

Il 40 % delle specie di uccelli è sulla Lista Rossa delle specie minacciate. Anche il declino degli insetti è un segnale d’allarme della silenziosa estinzione delle specie. Invece di conservare le specie minacciate, ogni giorno si continuano a perdere habitat, ad esempio attraverso uno sfruttamento eccessivo, drenaggi, cementificazione e frammentazione di paesaggi finora intatti. Le attuali normative legali vengono indebolite per interessi di utilizzo a breve termine. Un esempio attuale in questo senso è l’offensiva per l’energia eolica e solare, che non si ferma nemmeno davanti a perle del paesaggio. Il patrimonio naturale viene irrimediabilmente distrutto.

La Svizzera ha da tempo cessato di essere un modello in materia di protezione della natura. Rispetto ad altri paesi OCSE, ha la più alta percentuale di specie minacciate. Inoltre, solo il 5,9 % del territorio svizzero è protetto. La ricca Svizzera è quindi all’ultimo posto in tutta Europa! Il nostro Paese fa troppo poco quando si tratta di preservare la natura e il paesaggio e, di conseguenza, le nostre basi vitali. Mancano volontà e disponibilità a fornire le risorse necessarie. Ad esempio, molti uffici per la protezione della natura sono fortemente sottodotati, sia in termini di personale che di finanze. Non si può andare avanti così!

L’Iniziativa biodiversità intende fermare la drammatica perdita di biodiversità e la distruzione della natura e del paesaggio. Chiede un cambiamento prima che sia troppo tardi, rafforzando la protezione della biodiversità e del paesaggio nella Costituzione. Conserva ciò che è già protetto e preserva ciò che si trova al di fuori degli oggetti protetti. Chiede più superfici e più risorse finanziarie per la protezione della biodiversità.

In concreto, l’Iniziativa biodiversità intende completare la Costituzione federale con un articolo 78a, che impone alla Confederazione e ai Cantoni di garantire, nell’ambito delle loro competenze, la disponibilità di terreni, risorse e strumenti necessari per la salvaguardia e il rafforzamento della biodiversità. Ogni giorno beneficiamo dei numerosi servizi che la biodiversità ci fornisce attraverso ecosistemi diversificati: acqua pulita, aria pulita e suoli intatti quali basi della nostra alimentazione. La biodiversità costituisce la base per la nostra salute – e anche per la nostra economia. Maggiori risorse per la salvaguardia della biodiversità vanno quindi in vari modi anche a nostro vantaggio.

La Stazione ornitologica è politicamente neutrale e di solito si astiene dall’emanare raccomandazioni di voto. Tuttavia, le preoccupazioni alla base dell’Iniziativa biodiversità vengono dal cuore della popolazione e l’iniziativa persegue gli stessi obiettivi per i quali la Stazione ornitologica si impegna da quasi cento anni. La Stazione ornitologica dice quindi «Sì all’Iniziativa biodiversità».

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Il Grifone in Svizzera

Aprile 2023

Sempre più grifoni trascorrono l’estate in Svizzera, sollevando interrogativi e attirando l’attenzione del pubblico e degli ambienti agricoli con alcuni loro comportamenti.

L’interpretazione oggettiva e neutrale del comportamento è molto importante, perché già in passato un rapace era stato considerato un grande pericolo e addirittura sterminato sulle Alpi a causa di un’errata interpretazione del suo comportamento: oggi sappiamo invece che il Gipeto è del tutto innocuo.

Nessuna novità per la Svizzera

In Svizzera, la presenza di grifoni erratici è documentata fin dal Medioevo. Nel corso del 19° secolo, era tuttavia stato sterminato in gran parte dell’Europa. In particolare, l’uso di esche avvelenate contro i grandi carnivori fu fatale per il Grifone. Nel 1981 è stato avviato un progetto di reinsediamento nel Massiccio Centrale francese e oggi in tutta la Francia nidificano di nuovo più di 3000 coppie. Ciò ha portato anche a un aumento delle osservazioni in Svizzera, soprattutto a partire dal 2012. Attualmente, si stima che ogni estate in Svizzera soggiornino diverse centinaia di grifoni.

Da noi, il Grifone è un ospite alimentare, ma non nidifica. La sua presenza è limitata principalmente al periodo da aprile a ottobre. Si tratta di uccelli erratici che non si riproducono e che si spostano per distanze molto lunghe. Principalmente, si tratta di individui non ancora sessualmente maturi; in numero molto minore, appaiono da noi anche grifoni adulti che non nidificano o che hanno perso la loro covata a inizio stagione. È improbabile che in Svizzera il Grifone diventi un uccello nidificante nel prossimo futuro, perché nelle aree di riproduzione dell’Europa meridionale la deposizione delle uova inizia già tra dicembre e marzo. Ci si potrà quindi aspettare eventuali covate solo quando grifoni sessualmente maturi inizieranno a soggiornare in Svizzera tutto l’anno.

Un perfetto addetto allo smaltimento carcasse

Il Grifone è uno spazzino, che si nutre principalmente di carcasse di grandi ungulati come stambecchi, camosci, cervi e caprioli, ma anche animali da reddito come bovini e ovini. Mostra molti adattamenti che lo rendono un perfetto riciclatore di carcasse. Il luogo e l’ora in cui le carcasse saranno disponibili non sono prevedibili, il Grifone deve quindi essere in grado di percorrere anche grandi distanze in cerca di cibo. Con le sue ali enormi, può sfruttare le termiche in maniera ottimale: con il suo volo planato, è in grado di coprire lunghe distanze – anche diverse centinaia di chilometri in un giorno – senza utilizzare quasi nessuna energia. Una volta che un grifone ha trovato una carcassa, mangia il più possibile perché non sa quando scoprirà la prossima. Poiché l’assunzione di cibo non è sempre possibile su base regolare, il Grifone dispone di grandi depositi di grasso e può fare a meno di cibo anche per diversi giorni e persino per diverse settimane. I suoi succhi gastrici acidi e il microbioma altamente specializzato dell’intestino fanno in modo che questo rapace possa mangiare anche carne in decomposizione senza ammalarsi a causa di agenti patogeni.

Il Grifone e il Lupo

Poiché il Grifone si nutre principalmente di carcasse, sembra ovvio associare la sua presenza a quella del Lupo. In Svizzera, il Grifone trova cibo a sufficienza anche senza lupi a causa delle elevate popolazioni di animali selvatici e di morti naturali, anche di animali da reddito. Globalmente, in Svizzera non vi sono prove che la presenza del Lupo abbia un influsso su larga scala sui luoghi di soggiorno dei grifoni. Naturalmente, i grifoni beneficiano delle predazioni dei lupi e possono comparire molto rapidamente presso un animale predato. Il rapido consumo della carcassa di un animale da reddito da parte dei grifoni può rendere difficile il rilevamento di una predazione da Lupo e portare a conflitti, ma questi ultimi non possono essere imputati agli spazzini. La soluzione di questo conflitto è di competenza delle autorità cantonali e nazionali.

Non un puro spazzino, ma nemmeno un vero cacciatore

Al più tardi dalla fine di agosto 2022, il Grifone è diventato un tema molto dibattuto: a Lumnezia GR, alcuni grifoni si sono cibati di un vitello appena nato ancora vivo. Le ferite erano così gravi che il vitello ha dovuto essere sottoposto a eutanasia. Il fatto che i grifoni possano nutrirsi anche di animali vivi è noto almeno dall’inizio del 20° secolo. Tuttavia, i pochi casi sufficientemente documentati mostrano che gli animali colpiti erano gravemente feriti, vecchi, malati, deboli o appena nati: se tali animali non si difendono o non sono difesi, può accadere che i grifoni inizino a mangiare anche prima che l’animale sia morto. Animali difesi o sani che possono spostarsi normalmente non appartengono allo spettro alimentare del Grifone, in particolare anche perché, con i suoi deboli artigli da uccello spazzino, difficilmente può ferire o uccidere animali.

Soprattutto negli ultimi anni, dalla Francia e dalla Spagna ci sono state in effetti ripetute segnalazioni di presunti attacchi da parte di grifoni ad animali da reddito. Tuttavia, fondati accertamenti hanno dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi non c’era nessuno sul posto che osservasse il presunto attacco. A seconda dello studio, per circa il 70 % dei casi segnalati è stato dimostrato che gli animali erano già morti quando sono arrivati i grifoni. Nella regione francese dei «Grands Causses», dal 2007 al 2014 ci sono state 182 segnalazioni di presunti attacchi di grifoni su animali da reddito, esaminate da medici veterinari. In soli 15 casi è stato possibile confermare che i grifoni si erano nutriti di bestiame ancora vivo, ma tutti gli animali colpiti non erano in grado di camminare. Secondo i rapporti veterinari, gli avvoltoi non sono quindi mai stati considerati la principale causa di morte. A titolo di confronto: nello stesso periodo, nella stessa regione sono morti ogni anno circa 40 000 animali da reddito per varie cause.

Il caso di Lumnezia deve essere visto sotto una luce simile: sebbene si stimi che da circa dieci anni diverse centinaia di grifoni siano presenti ogni anno in Svizzera, la Stazione ornitologica è a conoscenza solo di questo caso confermato. Purtroppo, secondo l’Ufficio cantonale caccia e pesca, non è chiaro quale fosse lo stato di salute del vitello. Inoltre, il caso si inserisce nel quadro delle ricerche effettuate in Spagna e Francia: molti dei presunti attacchi sono stati registrati verso vitelli o vacche che stavano partorendo. Complicazioni durante il parto, nati morti o le placente attirano i grifoni e possono portare a interpretazioni errate del loro comportamento o di quanto effettivamente accaduto.

Interpretazioni errate e «fake news»

La paura del Grifone si basa in gran parte su un’errata interpretazione del suo comportamento, rafforzata da una copertura mediatica tendenziosa. Sui social media, vi sono inoltre video che mostrano presunti attacchi ad animali da reddito. Alcune immagini sono davvero brutte e a volte sembrano drammatiche, ma quasi mai mostrano l’inizio o la fine dell’interazione tra avvoltoi e bestiame. Quindi di solito non è chiaro cosa sia successo esattamente e in quali condizioni fosse l’animale quando sono apparsi gli avvoltoi. Questi video non costituiscono quindi una prova della pericolosità dei grifoni per il bestiame sano.

Sebbene praticamente non esistano prove che i grifoni attacchino bestiame sano, ognuna di queste segnalazioni dovrebbe essere esaminata in maniera dettagliata. L’intero attacco è stato osservato o addirittura documentato dall’inizio alla fine? In che condizioni si trovava l’animale colpito quando sono arrivati gli avvoltoi? Ci sono indicazioni che l’animale fosse malato o ferito? Solo se si può rispondere a queste domande, si può discutere in maniera pragmatica e senza polemiche sul grifone, il suo comportamento ed eventuali misure.

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© Ralph Martin
Piro piro piccolo
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Le rivitalizzazioni su larga scala funzionano – eccome!

Aprile 2023

La rivitalizzazione di corsi d’acqua offre un’opportunità per il Piro piro piccolo, fortemente minacciato. La conservazione di questo limicolo è impegnativa e richiede pazienza, ma può portare a successi spettacolari.

Fino all’inizio del 20° secolo, in Svizzera il Piro piro piccolo era ancora ben diffuso anche sull’Altipiano. La specie abita di preferenza aree alluvionali diversificate di almeno quattro ettari, dove nasconde il suo nido nella rada vegetazione pioniera su isole e lungo rive di ghiaia, limo e sabbia. Da noi, le regolazioni dei corsi d’acqua e la costruzione di centrali elettriche sui fiumi hanno tuttavia distrutto molti siti di nidificazione e lo stato attuale dei nostri corsi d’acqua non soddisfa più in gran parte le esigenze del Piro piro piccolo. Per questo, in Svizzera oggi nidificano ancora solo circa 100 coppie, limitate alle Prealpi e alle Alpi. A causa della sua piccola popolazione, è classificato come «fortemente minacciato» nella Lista Rossa degli uccelli nidificanti. Con una percentuale di oltre 60 % degli effettivi, in Svizzera il Canton Grigioni ha un’importanza e una responsabilità particolari per il Piro piro piccolo.

Rivitalizzazioni di corsi d’acqua, come richiesto dalla revisione della Legge sulla protezione delle acque, entrata in vigore nel 2011, offrono l’opportunità di ripristinare habitat di cui può beneficiare anche il Piro piro piccolo. Tuttavia, le grandi esigenze di spazio della specie e la sua sensibilità ai disturbi causati dall’uomo durante la stagione riproduttiva rappresentano grandi sfide. Soprattutto in Svizzera, densamente popolata, la pressione ricreativa lungo le rive di specchi e corsi d’acqua è molto elevata. Per un successo nella conservazione del Piro piro piccolo, sono quindi indispensabili misure di gestione dei visitatori.

Rivitalizzazione esemplare del Beverin e dell’Inn

Nei Comuni dell’Alta Engadina di Bever e La Punt sono in corso progetti per la rivitalizzazione dei fiumi Beverin e Inn: si tratta di iniziative esemplari sotto molti aspetti e uniche in Svizzera per le loro dimensioni. Dal 2012 sono stati rivitalizzati ben due chilometri di fiume. Attualmente sono in corso i preparativi per la rivitalizzazione di altri due chilometri di fiume lungo l’Inn. Questo progetto è finanziato in gran parte dalla Confederazione, dal Canton Grigioni, da Pro Natura Svizzera, dal Fondo svizzero per il paesaggio, dal Fondo naturmade star dell’Azienda elettrica della città di Zurigo e dalla Fondazione Ernst Göhner. La Stazione ornitologica partecipa a questi progetti dal 2008, documentando da allora lo sviluppo dell’avifauna. Negli ultimi due anni, abbiamo effettuato anche il monitoraggio dei visitatori, esaminando l’efficacia della loro gestione. Nel gruppo di accompagnamento del progetto, il nostro istituto fornisce inoltre un supporto professionale a beneficio dell’avifauna.

Dal 2021 è in vigore un concetto di gestione dei visitatori che prevede una combinazione tra informazione, consapevolezza, indirizzamento fisico, istruzioni e divieti. In luoghi d’importanza strategica, sono stati posati pannelli che informano e sensibilizzano i visitatori su vari argomenti. Ulteriori informazioni sono fornite e diffuse tramite un sito web e opuscoli. Escursioni, uno zaino di ricerca sviluppato per i bambini e altre attività completano l’offerta. I percorsi pedonali, ciclabili ed equestri sono stati separati nel miglior modo possibile e segnalati di conseguenza. Per tracciare i percorsi, sono stati utilizzati ostacoli e barriere naturali per separare le aree sensibili e proteggerle meglio dall’accesso. In alcuni punti d’acqua, tuttavia, l’accesso per il gioco o un picnic è esplicitamente benvenuto e segnalato di conseguenza. Infine, ma non meno importante, durante la stagione di nidificazione del Piro piro piccolo (da metà aprile a fine luglio), i visitatori sono invitati a non entrare in aree sensibili come le isole di ghiaia. Su alcuni sentieri, i cani devono essere tenuti al guinzaglio e vige un divieto di transito per ciclisti e cavalli. I risultati del monitoraggio dei visitatori da parte della Stazione ornitologica mostrano quanto questi ultimi siano attratti da questo luogo e la necessità di una loro gestione: in media, nell’area ci sono più di 100 persone al giorno e ben oltre 200 in giornate soleggiate durante le vacanze! È tuttavia incoraggiante che oltre il 95 % dei visitatori utilizzi i sentieri e i punti d’acqua indicati, dimostrando così che le misure sono in gran parte efficaci.

Nuovi habitat per Piro piro piccolo, Corriere piccolo & Co.

Con la rivitalizzazione, sono stati creati habitat tipici delle aree alluvionali che il Piro piro piccolo ha rapidamente ricolonizzato quale specie bersaglio di tali interventi: dopo il completamento della prima fase nel 2013, in questo settore lungo circa 600 m hanno nidificato ogni anno una o due coppie. La seconda fase di costruzione su altri 1,6 chilometri di fiume è stata completata nell’estate del 2020 e ha portato a un rapido aumento, per un totale di dieci coppie nidificanti: un fantastico successo per la natura e la conservazione delle specie, che ha superato di gran lunga le aspettative. Le numerose coppie nidificanti di Piro piro piccolo mostrano che il paesaggio alluvionale di Bever è di alta qualità. La terza fase del progetto fino a La Punt dovrebbe rafforzare ulteriormente la popolazione nidificante. Per la Stazione ornitologica, questi ottimi risultati sono un’ulteriore motivazione per continuare a sostenere questi progetti di rivitalizzazione.

E non è solo il Piro piro piccolo a beneficiare di queste rivalorizzazioni: almeno due coppie di Corriere piccolo, altrettanto fortemente minacciato, nidificano regolarmente nella zona. Questa seconda specie di limicoli, anch’essa specie bersaglio per rivitalizzazioni su larga scala di corsi d’acqua, nidifica su superfici ghiaiose prive di vegetazione ed è quindi ancora più sensibile ai disturbi del Piro piro piccolo. Nelle circostanti aree golenali con ontani bianchi e salici, troviamo una notevole densità di territori di Beccafico. Anche Bigiarella, Torcicollo, Stiaccino e Averla piccola nidificano regolarmente in questa zona, mentre finora per Cutrettola e Alzavola si sono scoperte singole nidificazioni. L’area è stata colonizzata con successo anche da altre specie animali e vegetali caratteristiche e rare come il Castoro, la Lontra, il Marasso, il Temolo o il Tamerici alpino.

Una ricetta di successo

Nell’Alta Engadina si è potuto mostrare che rivitalizzazioni di fiumi su larga scala hanno un’elevata probabilità di successo nella conservazione del Piro piro piccolo e del Corriere piccolo. Perché vadano a buon fine, devono essere pianificate e implementate tenendo conto delle esigenze di queste due specie bersaglio e devono includere una prudente gestione dei visitatori, integrata e considerata già durante la pianificazione del progetto. In questo modo, si possono discutere i potenziali conflitti e trovare soluzioni, che in seguito vengono comunicate in modo chiaro ai visitatori e da loro accettate.

Le cose ben fatte richiedono tempo e impegno. I rispettivi Comuni e i loro abitanti (agricoltura, pesca, turismo, autorità), gli Uffici cantonali caccia e pesca, nonché natura e ambiente, gli Uffici tecnici incaricati Eichenberger Revital, Hunziker, Zarn e Partner nonché ecowert, organizzazioni per la protezione della natura e specialisti delle specie, quali partner principali di questo progetto, possono ritenersi soddisfatti degli oltre 15 anni di lavoro comune trascorsi. La rivitalizzazione dei nostri corsi d’acqua è un compito che ci occuperà ancora per generazioni ma che può essere estremamente gratificante. Le rivitalizzazioni su larga scala dei fiumi nell’Alta Engadina hanno già portato enormi vantaggi alla biodiversità e creato un valore aggiunto diversificato per l’uomo e la natura. Sono quindi un’ottima vetrina per ulteriori progetti.

À vol d’oiseaux / Es zwitscheret dihei

La serie di podcast della Stazione ornitologica svizzera «À vol d’oiseaux / Es zwitscheret dihei» vi permette di immergervi nel mondo di singole specie di uccelli. I nostri esperti descrivono le loro esperienze nella ricerca, nella protezione e nella conservazione degli uccelli e raccontano storie affascinanti sul modo di vita delle diverse specie. I podcast sono pubblicati in tedesco e francese. www.vogelwarte.ch/podcast

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Le nude cifre non aiutano

Aprile 2023

La domanda «qual è il più grande pericolo per gli uccelli in Svizzera? » viene posta regolarmente. Spesso la risposta a questa domanda si basa semplicemente sul numero di uccelli uccisi. Ma queste cifre non permettono di rispondere alla domanda posta.

La più grande minaccia per gli uccelli è la distruzione degli habitat, che non provoca vittime dirette, ma rende impossibile agli uccelli insediarsi e nidificare. Vanno quindi adottate con la massima urgenza misure di protezione degli uccelli nelle zone agricole e umide dove, rispettivamente, la metà e circa i due terzi delle specie nidificanti sono già considerate minacciate a causa della perdita di habitat. Anche tutte le altre cause di minaccia per gli uccelli, che si tratti di vetrate, gatti, disturbi, traffico, cavi aerei, impianti eolici o altro, vanno contemporaneamente ridotte al minimo, indipendentemente dal numero di uccelli uccisi.

Anche quando esistono, i numeri assoluti di uccelli uccisi non dicono necessariamente qualcosa sulla rilevanza di un pericolo. In primo luogo, un pericolo può essere serio se le specie minacciate sono gravemente colpite, anche se nel complesso viene ucciso solo un piccolo numero di uccelli. Per questo, da un numero di vittime che sembra piccolo non è ancora possibile trarre conclusioni sulla rilevanza di un pericolo per una particolare specie. In secondo luogo, le cifre riguardanti gli uccelli uccisi sono ben lungi dall’essere disponibili per tutte le cause di morte in quantità sufficienti a consentire buone proiezioni. Indicazioni indirette, come ad esempio diminuzioni di effettivi, sono tuttavia sufficienti a giustificare misure contro una causa di morte. In terzo luogo, non tutti i pericoli devono necessariamente tradursi in uccelli morti: i disturbi causati da attività ricreative in aree precedentemente tranquille possono, ad esempio, essere fatali per gli uccelli. Un uccello raramente muore direttamente a causa di disturbi, ma questi ultimi possono avere un effetto a lungo termine sullo stato di salute o sul successo riproduttivo e rendere inabitabili habitat altrimenti idonei.

L’esempio degli impianti eolici illustra quanto possa essere complessa la discussione su una singola causa di pericolo. Gli impianti eolici vengono spesso costruiti lontano dagli insediamenti per avere un impatto minimo su noi esseri umani. Lì, tuttavia, causano perdite di habitat perché alcuni uccelli evitano le strutture verticali o le ombre proiettate dai rotori. A ciò si aggiungono nuove strade, cavi e infrastrutture simili, costruite per rendere accessibile il parco eolico, che frammentano ulteriormente gli ultimi rifugi di specie minacciate. La migliore accessibilità a seguito dell’installazione causa spesso ulteriori pregiudizi agli uccelli, ad esempio un uso più intensivo del suolo e maggiori disturbi dovuti ad attività ricreative.

La discussione su questo argomento è per lo più limitata alle vittime di collisioni. Tuttavia, a parte alcuni studi, in Svizzera mancano completamente controlli significativi sugli effetti degli impianti eolici esistenti. Tra febbraio e novembre 2015, nel parco eolico presso Le Peuchapatte, nel Giura, la Stazione ornitologica ha studiato quanti uccelli migratori si schiantano contro le turbine eoliche. Oltre alla ricerca sistematica delle vittime degli impatti, tramite un radar è stata misurata anche l’intensità della migrazione. In quella regione, in media 20,7 uccelli per anno e impianto eolico hanno subito collisioni. Con questa cifra, continuano a essere effettuati semplici giochi aritmetici non consentiti. In particolare, non devono essere ignorate le grandi specie di uccelli che si riproducono lentamente, come i rapaci: i loro effettivi possono diminuire anche con solo poche vittime all’anno. Inoltre, il rapporto tra intensità della migrazione e numero di vittime di collisioni è complesso e non è consentito trasferire queste cifre ad altre aree naturali. Nella primavera del 2021, ad esempio, in un parco eolico situato su un passo alpino un collaboratore della Stazione ornitologica ha trovato casualmente, sotto un’unica turbina in posizione critica, numerosi insetti morti e 69 carcasse di uccelli, tra cui anche specie minacciate e potenzialmente minacciate come Luì grosso, Averla piccola e Cutrettola. Per i motivi sopracitati, anche le cifre di questo singolo evento non possono tuttavia essere utilizzate per semplici giochi aritmetici.

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© Schweizerische Vogelwarte

Le risaie inondate da maggio ad agosto offrono un habitat a molte specie animali e vegetali minacciate. L’immagine mostra la risaia di La Sauge VD, poco dopo la messa a dimora delle piantine nella seconda metà di maggio.

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Coltivazione ecologica di riso in risaia in Svizzera

Dicembre 2022

In Svizzera, il riso viene coltivato su superfici temporaneamente inondate dal 2017. L’esperienza iniziale dimostra che la coltivazione ecologica del riso in risaia può combinare la produzione alimentare e la conservazione di specie minacciate delle zone umide.

Il riso è la quarta coltura più importante al mondo in termini di volume del raccolto ed è di particolare importanza in Asia. Questo cereale è disponibile in molte varietà diverse e può essere coltivato in risaia o in asciutta. La Svizzera importa 50’000 tonnellate di riso all’anno, principalmente dall’Italia. La produzione locale è insignificante, ma il riso svizzero ha un potenziale come redditizio prodotto locale di nicchia.

Dal 1997 in Ticino viene coltivato riso in asciutta. In Svizzera, nel 2017 prime prove colturali hanno mostrato che, anche a nord delle Alpi, in risaie il riso può essere portato a maturazione e raccolto. Agricoltori innovativi si sono lasciati entusiasmare dalla coltivazione di riso in risaia, tanto che oggi una buona dozzina di loro coltiva riso in questo modo nei Cantoni di Argovia, Berna, Friburgo, Vaud e Vallese. Alcuni studi hanno rapidamente mostrato che con la coltivazione di riso in risaia si può combinare bene la produzione di un alimento e la promozione della biodiversità, in particolare delle specie legate alle zone umide.

In Svizzera, la coltivazione avviene senza erbicidi e pesticidi. In risaia, il riso può essere seminato o piantato. La maggior parte degli agricoltori lavora con piantine che vengono messe a dimora in un campo precedentemente lavorato e inondato intorno alla metà di maggio. Nella risaia livellata, il livello dell’acqua è regolato in modo che le piante di riso stiano in acqua profonda circa cinque centimetri fino alla fine di agosto, quando l’acqua viene lasciata defluire per poter procedere alla mietitura a fine settembre in condizioni di terreno asciutto.

Alcuni studi di Agroscope mostrano che le risaie sono ecologicamente preziose perché pullulano di vita. È stato dimostrato che molte specie animali e vegetali minacciate si riproducono nelle risaie, come ad esempio il Rospo calamita, la Raganella o la libellula Cardinale padano. Nelle risaie, il numero di larve di zanzare e libellule è elevato tanto quanto quello di specchi d’acqua naturali. Specie vegetali fortemente minacciate come il Giunco nero e la Giunchina ovata sono apparse spontaneamente in una risaia presso Brugg AG già nel primo anno di coltivazione.

Le risaie sono attraenti anche per gli uccelli, probabilmente grazie all’elevata offerta di cibo. Nell’ambito di un’indagine della Stazione ornitologica, nel corso di un anno in sette risaie svizzere sono state rilevate 94 specie di uccelli. Mentre fringuelli, zigoli, uccelli del genere Anthus e ballerine utilizzano il campo di riso quando è ancora asciutto, aironi, limicoli e anatre sono attratti dai campi inondati. In caso di pioggia, le risaie attirano rondini che cacciano insetti sopra di esse. La maggior parte delle specie di uccelli osservate sono uccelli di passo e ospiti alimentari. Tuttavia, le risaie non sono attraenti solo per gli uccelli di passo. A Mühlau AG, nel 2022 in una risaia ha avuto luogo una nidificazione di Pavoncella. Altre due coppie, che si erano riprodotte nei dintorni, hanno allevato i loro piccoli nella risaia.

Queste osservazioni sono molto promettenti ed evidenziano il potenziale delle risaie per la conservazione di specie minacciate. Le risaie non sostituiscono le riserve naturali, le preziose superfici per la promozione della biodiversità e l’estensivizzazione dell’agricoltura ma, grazie all’elevata offerta di cibo, possono essere un elemento molto prezioso in un paesaggio agricolo coltivato in maniera semi naturale. La creazione di nuove risaie al posto di terreni coltivati intensivamente o di serre va accolta con favore da un punto di vista ecologico e va a tutto vantaggio anche degli uccelli.

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© Philippe Moret via Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Ogni anno, in più di dieci città hanno luogo grandi spettacoli di fuochi d’artificio su specchi d’acqua, talvolta anche vicino ad aree protette. Per i fuochi d’artificio, oggi ci sarebbero alternative più rispettose degli uccelli, come ad esempio spettacoli di luci silenziosi.

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Fatali fuochi d’artificio

Dicembre 2022

I fuochi d’artificio servono al nostro divertimento e sono molto apprezzati. Tuttavia, spesso non siamo consapevoli del loro effetto negativo sull’avifauna, anche a lungo termine.

Per molto tempo, petardi e spari a salve sono stati usati in maniera mirata come spaventapasseri acustici, ad esempio per proteggere le colture da frutto o per prevenire collisioni di uccelli con aerei. Le reazioni degli uccelli a misure mirate per spaventarli sono solitamente molto forti. Il fatto che anche i fuochi d’artificio abbiano questo effetto ha tuttavia potuto essere pienamente dimostrato solo nel 2011. Sulla base di misurazioni radar notturne, un team di ricerca olandese ha potuto dimostrare che gli uccelli mostrano reazioni di panico ai fuochi d’artificio: con l’inizio dei fuochi d’artificio di Capodanno, improvvisamente un gran numero di uccelli si trovava in aria.

Con una ricerca effettuata sul lago di Costanza, l’effetto dei fuochi d’artificio è stato studiato, tra le altre cose, con visori notturni. Uno spettacolo pirotecnico di otto minuti ha immediatamente spaventato circa il 95% dei 4000 uccelli acquatici presenti in una riserva naturale, e questo per diversi giorni. Anche sul lago di Zurigo sono state documentate massicce reazioni di uccelli acquatici ai fuochi d’artificio di Capodanno. È probabile che in inverno ciò porti a una riduzione della condizione dovuta allo stress e di conseguenza, in casi estremi, a situazioni d’emergenza potenzialmente letali. Mettendo in fuga degli uccelli, si possono anche causare danni conseguenti e il panico può provocare collisioni contro facciate.

I fuochi d’artificio hanno anche molti altri effetti sugli uccelli: una ripetuta esperienza di fuochi d’artificio aumenta la sensibilità degli uccelli e li porta a evitare le aree in questione – mettendo così in pericolo gli obiettivi di protezione delle riserve per la protezione degli uccelli. In estate, possono verificarsi perdite di giovani a causa di fuochi d’artificio. I pulcini nidifugi sono particolarmente a rischio quando vengono separati dai loro genitori a causa del disturbo. Una volta isolati, cadono anche più facilmente vittima dei predatori. Negli uccelli, è stato inoltre dimostrato che anche leggeri disturbi riducono la durata di vita o il tasso di riproduzione di un individuo, il che a lungo termine può portare al declino di una popolazione. I disturbi possono persino ridurre la diversità di specie.

Per gli uccelli, il problema principale non è quindi il contatto diretto con i fuochi d’artificio stessi, che potrebbe portare a ferite e morti, ma gli effetti indiretti. Il grande effetto dirompente dei fuochi d’artificio è dovuto principalmente al volume dei rumori delle esplosioni, ma anche agli effetti di luce e al fatto che si tratta di eventi che gli animali – a differenza, ad esempio, dei temporali – non sono in grado di prevedere. Tutte le specie di uccelli sembrano mostrare queste forti reazioni. È quindi plausibile che per gli uccelli selvatici i fuochi d’artificio rappresentino un problema su larga scala. Per motivi di protezione degli uccelli, i fuochi d’artificio andrebbero completamente evitati entro un raggio di diversi chilometri attorno a zone umide con grandi popolazioni di uccelli. Le feste notturne estive sui laghi e i fuochi d’artificio attorno al 1° agosto sono particolarmente problematici perché si svolgono durante la stagione di nidificazione. Dove il divieto di fuochi d’artificio non è applicabile, i fuochi d’artificio con riduzione del rumore possono offrire un’alternativa: esperimenti in zone ricche di uccelli acquatici mostrano che i fuochi d’artificio con rumore ridotto li disturbano meno. Non sono ancora stati effettuati studi per verificare se gli spettacoli aerei con droni, offerti ora come alternativa, riducano effettivamente il problema per gli uccelli.

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Protezione internazionale degli uccelli migratori

Agosto 2022

La protezione dei nostri uccelli migratori è molto urgente. In particolare, gli effettivi dei migratori a lungo raggio sono diminuiti in modo preoccupante sia in Svizzera che in gran parte dell’Europa. Nell’ambito di un mandato dell’ONU, la Stazione ornitologica svizzera è ora impegnata sulla scena internazionale nella protezione degli uccelli terrestri migratori lungo le loro rotte di volo.

In Svizzera, un’osservazione di Ortolano durante la migrazione è diventata quasi un piccolo colpo di fortuna, che allo stesso tempo fa riflettere. Negli ultimi decenni, i suoi effettivi sono diminuiti drasticamente in tutta Europa ed è persino completamente scomparso come nidificante da diversi Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, tra cui la Svizzera. Oltre alla caccia illegale, come ad esempio in Francia, le ragioni di questo declino sono anche cambiamenti di habitat su larga scala. Oggi, anche il rauco tubare, un tempo frequente, della Tortora selvatica può essere udito solo in pochi luoghi. La caccia nel bacino Mediterraneo e la perdita di habitat hanno gravemente colpito anche questo grazioso migratore a lungo raggio, che trascorre l’inverno nella savana dell’Africa occidentale: i suoi effettivi si sono ridotti di circa l’80 % in pochi decenni! Questi esempi mostrano in maniera evidente che la protezione delle specie che nidificano in Europa e svernano a sud del Sahara, i cosiddetti migratori a lungo raggio, è una grande sfida. Il più grande sistema di uccelli migratori del mondo, con oltre due miliardi di uccelli terrestri, sta vacillando.

La collaborazione internazionale è essenziale

La protezione degli uccelli migratori a lungo raggio è complessa: i migratori non rispettano i confini politici, attraversano regioni biogeografiche e sono esposti ai più disparati pericoli umani e naturali. Dipendono quindi da habitat ottimali nelle loro aree di nidificazione, luoghi di sosta sicuri lungo le rotte migratorie e aree di svernamento ricche di cibo in Africa.

Rispetto ai rapaci o alle cicogne in migrazione, che utilizzano le termiche per salire in quota, planando poi sopra gli stretti ponti terrestri tra Eurasia e Africa, la maggior parte dei piccoli migratori attraversa i Continenti volando su un ampio fronte per poi distribuirsi su un’enorme area nei quartieri invernali. Ciò dimostra che la protezione dei migratori terrestri richiede adeguate condizioni quadro per la politica di conservazione della natura, che sono possibili solo attraverso una stretta collaborazione internazionale. In questo ambito, le convenzioni internazionali, che vengono firmate dagli Stati contraenti e sono strumenti contrattualmente vincolanti, svolgono un ruolo centrale.

AEMLAP, un piano d’azione per gli uccelli terrestri migratori afro-eurasiatici

La Convenzione sulla conservazione delle specie migratrici della fauna selvatica (CMS, Convention on the Conservation of Migratory Species of Wild Animals, www.cms.int) si è posta l’obiettivo di adottare misure per la protezione e la conservazione delle specie migratrici selvatiche a livello mondiale. Una particolare attenzione viene rivolta agli affascinanti sistemi di migrazione degli uccelli. La protezione degli uccelli terrestri migratori tra le loro aree di nidificazione in Eurasia e i luoghi di svernamento in Africa e, in parte, in India è regolata dall’AEMLAP. Questa abbreviazione significa «African-Eurasian Migratory Landbirds Action Plan» (Piano d’azione per gli uccelli terrestri migratori afro-eurasiatici) e comprende circa 550 specie di uccelli che migrano ogni anno tra i Continenti o al loro interno. La Stazione ornitologica ha assunto il coordinamento di questo Piano d’azione nel quadro di un mandato delle Nazioni Unite, ponendosi così l’obiettivo a lungo termine di svolgere un ruolo chiave nella protezione internazionale degli uccelli migratori e di fornire impulsi mirati sia nel coordinamento che nei progetti di ricerca e implementazione. Questi progetti hanno lo scopo di fornire basi importanti per la creazione di condizioni quadro politiche e di mostrare cosa è necessario per la protezione lungo le rotte migratorie. Spesso sono necessarie considerazioni particolari per ogni specie, poiché i pericoli e le sfide possono differire notevolmente da specie a specie. Mentre la pressione venatoria e l’uccisione illegale sembrano essere un fattore chiave per la Tortora selvatica e l’Ortolano, l’uso del suolo e la perdita di habitat nel Sahel sono probabilmente cruciali per un’elevata percentuale di piccoli migratori come Luì, Silvie e Pigliamosche. Per molte specie, tuttavia, le rotte migratorie e le aree di svernamento sono ancora in gran parte sconosciute, il che richiede un maggiore monitoraggio nel Continente africano.

La Stazione ornitologica va in Africa

Questo è esattamente ciò a cui mira un nuovo progetto della Stazione ornitologica, che stiamo sviluppando insieme alle due ONG «New Tree» e «Tiipalga»: nel Burkina Faso, un’importante area di migrazione e svernamento dei nostri uccelli migratori nella regione del Sahel, New Tree e Tiipalga stanno realizzando diverse centinaia di recinzioni di 3 ettari di terreno agricolo, che così non è più esposto alla crescente pressione degli animali al pascolo, consentendo agli agricoltori locali di praticare una silvicoltura e un’agricoltura diversificate e sostenibili. Questo approccio all’uso del suolo sembra promettente anche per gli uccelli migratori a lungo raggio, poiché nei loro quartieri invernali molti migratori necessitano di uno strato arboreo e arbustivo riccamente strutturato, con un’elevata offerta alimentare. Attraverso studi approfonditi sul campo, vogliamo determinare quale valore aggiunto queste recinzioni offrono durante l’anno per l’avifauna locale e per i migratori a lungo raggio eurasiatici.

Di quali risorse alimentari abbiano bisogno i nostri uccelli migratori nei quartieri invernali e durante la migrazione non si sa ancora molto. Questo è l’obiettivo di un altro futuro progetto della Stazione ornitologica: attraverso una combinazione tra ricerche sul campo e analisi genetiche degli escrementi degli uccelli, è possibile studiare l’importanza di determinate componenti alimentari come gli insetti, ma anche prodotti vegetali come il nettare e i frutti di piante autoctone e coltivate. Con questo progetto, vogliamo conoscere meglio gli importanti habitat di alimentazione dei nostri uccelli migratori in Africa ed essere in grado di proporre misure di protezione e sostegno a beneficio sia della popolazione locale che della biodiversità.

Questo è esattamente ciò a cui mira un nuovo progetto della Stazione ornitologica, che stiamo sviluppando insieme alle due ONG «New Tree» e «Tiipalga»: nel Burkina Faso, un’importante area di migrazione e svernamento dei nostri uccelli migratori nella regione del Sahel, New Tree e Tiipalga stanno realizzando diverse centinaia di recinzioni di 3 ettari di terreno agricolo, che così non è più esposto alla crescente pressione degli animali al pascolo, consentendo agli agricoltori locali di praticare una silvicoltura e un’agricoltura diversificate e sostenibili. Questo approccio all’uso del suolo sembra promettente anche per gli uccelli migratori a lungo raggio, poiché nei loro quartieri invernali molti migratori necessitano di uno strato arboreo e arbustivo riccamente strutturato, con un’elevata offerta alimentare. Attraverso studi approfonditi sul campo, vogliamo determinare quale valore aggiunto queste recinzioni offrono durante l’anno per l’avifauna locale e per i migratori a lungo raggio eurasiatici.

Di quali risorse alimentari abbiano bisogno i nostri uccelli migratori nei quartieri invernali e durante la migrazione non si sa ancora molto. Questo è l’obiettivo di un altro futuro progetto della Stazione ornitologica: attraverso una combinazione tra ricerche sul campo e analisi genetiche degli escrementi degli uccelli, è possibile studiare l’importanza di determinate componenti alimentari come gli insetti, ma anche prodotti vegetali come il nettare e i frutti di piante autoctone e coltivate. Con questo progetto, vogliamo conoscere meglio gli importanti habitat di alimentazione dei nostri uccelli migratori in Africa ed essere in grado di proporre misure di protezione e sostegno a beneficio sia della popolazione locale che della biodiversità.

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La ricetta del Codirosso per vivere bene in città

Agosto 2022

Al Codirosso comune piacciono gli ambienti urbani ricchi di grandi alberi. Per riuscire a conservare questo migratore a lungo raggio potenzialmente minacciato, è stato sviluppato un modello che determina le sue preferenze.

Per limitare l’estensione del tessuto urbano, la Svizzera sta densificando le sue aree edificate, troppo spesso a scapito degli spazi verdi. Sebbene questa tendenza sia sostenuta politicamente e sembra inevitabile, la scomparsa delle isole verdi in quartieri con grande ricchezza biologica non è inevitabile. A questo proposito sono di particolare importanza gli spazi urbani popolati da vecchi alberi. L’obiettivo è quello di identificare tali aree prioritarie per la conservazione per proteggerle dalla densificazione. Ciò è in linea con la strategia biodiversità della Confederazione, che prevede di tenere conto del benessere della fauna e della flora nell’organizzazione dei quartieri urbani.

Lo sgargiante Codirosso comune è un buon indicatore di tali aree prioritarie: nelle località in cui si trova, la sua presenza attesta la necessità di mettere in atto misure per salvaguardare le aree naturali urbane. Sia il suo aspetto che il suo canto attraente e complesso – è infatti ricco di imitazioni – suscitano la simpatia della popolazione e delle autorità, facilitando così la realizzazione di piani di conservazione.

Un modello per determinare le preferenze del Codirosso comune

A La Chaux-de-Fonds, una popolazione di una cinquantina di territori è monitorata da vent’anni dal Gruppo Codirosso comune. Grazie a una rete di collaborazioni, nel 2013 gli ornitologi di questo gruppo hanno sviluppato un modello di selezione dell’habitat, che ha permesso di capire meglio le esigenze della specie. Inoltre, il modello ha previsto quali aree le sono attualmente più favorevoli. Una simulazione ha anche identificato quelle che potrebbero esserle idonee in caso di densificazione della copertura arborea.

Nel 2021, la Stazione ornitologica ha incaricato Boris Droz, lo sviluppatore del modello, di trasporre il metodo ad altre località. I nostri partner del Parco Jura Vaudois, del Parco Gruyère Pays-d’Enhaut e del Gruppo Codirosso comune di La Chaux-de- Fonds, stanno infatti portando avanti progetti di conservazione per questa specie. Sono stati raccolti dati ambientali attuali per le superfici scelte, poiché il loro formato doveva essere identico in tutte le regioni. In questo modo, le previsioni basate sulle preferenze di habitat dei codirossi comuni di La Chaux-de-Fonds hanno potuto essere trasposte.

Inoltre, da quando il modello è stato sviluppato nel 2013, sono disponibili nuovi tipi di dati di telerilevamento (remote sensing). Per dirla in modo semplice: satelliti o aerei vengono utilizzati per misurare la superficie terrestre per mezzo di onde sonore o di altro tipo. Poiché questi dati sono tutti raccolti allo stesso modo, i dati delle variabili ambientali utilizzati nel modello di idoneità hanno potuto essere resi più omogenei e migliorati. In questo modo, i contributi della superficie della chioma, del terreno nudo e della vegetazione bassa nel modello sono stati omogeneizzati e migliorati. Gli adattamenti apportati non hanno avuto praticamente nessun influsso sulla suddivisione delle aree prioritarie, il che conferma la robustezza del modello. L’importanza e il valore ottimale delle diverse variabili ambientali sono stati corretti sulla base dei nuovi dati. Evitando le distorsioni dovute all’interpretazione umana dei livelli utilizzati nel 2013, questi risultati possono ora essere espressi con valori standardizzati e quindi essere comparabili con altri studi. Gli script del modello sono stati resi pubblici e un tutorial è a disposizione dei tecnici interessati a trasporlo ad altre località.

Il modello stima che la densità degli alberi spiega, da sola, il 40 % della distribuzione della specie e dovrebbe avvicinarsi in modo ottimale al 35 % della superficie di un territorio per essere adatta all’insediamento del Codirosso comune. Questa densità di alberi è vicina ai valori a cui mirano varie grandi città nel loro concetto di pianificazione urbana. In effetti, lo sviluppo di una rete boscosa in un ambiente urbano non avvantaggia solo la biodiversità, gli alberi svolgono infatti molti ruoli ecosistemici: regolazione del microclima urbano, cattura del carbonio e delle polveri sottili, ritenzione e infiltrazione dell’acqua piovana, riduzione del rumore, per non parlare del contributo paesaggistico e del paradiso di benessere che una tale rete fornisce ai cittadini. Il Codirosso comune contribuisce quindi a fissare obiettivi che vanno oltre la conservazione della specie. Identificare le sue esigenze ci aiuta a capire le nostre.

Un approccio unico per tutte le regioni

Nell’ambito del Piano regolatore per i Comuni di La Chauxde- Fonds e Le Locle, dovrà essere creata una rete di spazi verdi, che potrà ispirarsi al modello di habitat del Codirosso comune. La distribuzione dei 19 territori trovati in città dal Gruppo Codirosso comune combacia con le aree di conservazione identificate attraverso il modello. Le somiglianze tra le due città del Giura neocastellano spiegano perché la trasposizione del modello funziona così bene. In questo modo, Le Locle dispone di una documentazione equivalente a quella di La Chaux-de-Fonds per identificare i quartieri importanti per il Codirosso comune e per la biodiversità in ambienti urbani ricchi di alberi. La Stazione ornitologica è rappresentata nel comitato di gestione del Piano regolatore di questi Comuni, per integrare al meglio i risultati dell’analisi nei regolamenti.

I parchi Jura Vaudois e Gruyère Pays-d’Enhaut supportano entrambi i loro Comuni membri nella gestione degli spazi verdi nelle aree urbane. Hanno la fortuna di ospitare una grande popolazione di Codirosso comune. Nella Vallée de Joux sono stati stimati 42 territori, che probabilmente rappresentano la più grande popolazione del Canton Vaud. A Château-d’Oex sono stati contati 11 territori. I risultati del modello orientano le raccomandazioni dei parchi ai rappresentanti dei Comuni. La Stazione ornitologica ha pubblicato una scheda informativa che spiega ai gestori e alle autorità come interpretare i risultati del modello, accompagnando i parchi nei loro progetti e nella consulenza fornita ai Comuni.

Misure a favore del Codirosso comune nelle aree urbane

I grandi alberi indigeni sono il cuore dell’habitat del Codirosso comune. La loro conservazione e promozione sono quindi il primo passo da compiere. Tuttavia, gli alberi da soli non sono sufficienti. Un territorio di questo Passeriforme contiene un mosaico di elementi che gli permettono di allevare la sua prole. Il Codirosso comune caccia le sue prede su terreni con poca vegetazione, per questo, le superfici con erba bassa, terra nuda o ghiaia devono confinare con fonti di produzione di invertebrati come prati fioriti, pile di legna e altre piccole strutture. Costruisce il suo nido in edifici, ad esempio sotto tegole sollevate. Accetta volentieri le cassette nido, se possibile concepite appositamente per lui. Il Codirosso comune non nidifica in tutte le località della Svizzera, interventi di questo tipo non saranno quindi certamente sufficienti ad attirarlo lontano dalle sue roccaforti. Tuttavia, una gestione degli spazi verdi in accordo con le preferenze del Codirosso comune andrà in ogni caso a beneficio della biodiversità.

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Copri-collarino colorati riducono il successo nella caccia dei gatti

Agosto 2022

Ogni anno, centinaia di migliaia di uccelli vengono predati dai gatti. Se tuttavia i gatti in libertà indossano un copri-collarino colorato, il loro successo nella caccia si riduce notevolmente.

Con un massimo di 430 individui/ km2, i gatti sono di gran lunga i predatori più diffusi nelle agglomerazioni svizzere. Per la Volpe rossa, il predatore selvatico più diffuso, sono circa 10 individui/ km2. Con questa enorme densità, ogni anno i gatti catturano innumerevoli uccelli: le stime arrivano fino a 300 000 vittime per mese primaverile.

In un nuovo studio, i ricercatori di SWILD e della Stazione ornitologica hanno esaminato se il successo dei gatti nella caccia agli uccelli poteva essere ridotto da copri-collarino colorati e campanellini e se questa misura era ben accettata dai gatti e dai loro proprietari. Lo studio è stato condotto su 31 gatti provenienti da 26 famiglie. I gatti indossavano alternativamente il copri-collarino con o senza campanellino oppure nessuno dei due. Nel corso dello studio, i gatti hanno portato a casa un totale di 40 uccelli, due terzi dei quali erano passere europee e cinciallegre. Nei gatti con un copri-collarino colorato, il successo nella caccia era inferiore del 37 % rispetto al gruppo di controllo, ma non aveva alcun effetto se il gatto portasse o meno un campanellino. Il successo nella caccia ai mammiferi diminuiva invece di circa il 60 % se il gatto indossava un copri-collarino con campanellino.

In tutte le famiglie tranne una, i gatti si sono abituati al copri-collarino entro una settimana, ma a volte si grattavano di più nella zona del collo. Grazie a un collarino con chiusura di sicurezza, che si stacca rapidamente quando viene tirato, durante lo studio non ci sono stati ferimenti. Lo studio conclude che copri-collarino colorati e campanellini sono misure facili da usare che potrebbero salvare la vita a centinaia di migliaia di animali selvatici ogni anno.

Geiger, M., C. Kistler, P. Mattmann, L. Jenni, D. Hegglin & F. Bontadina (2022): Colorful Collar-Covers and Bells Reduce Wildlife Predation by Domestic Cats in a Continental European Setting. Front. Ecol. Evol. 10: 850442. https://doi.org/10.3389/fevo.2022.850442.

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© Schweizerische Vogelwarte

I geolocalizzatori pesano meno di 1 grammo e sono molto piccoli. Possono essere utilizzati per studiare le rotte e il comportamento migratorio dei piccoli uccelli.

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Verso nuovi orizzonti nella ricerca sulla migrazione

Aprile 2022

Nel 2008 è stato aperto un nuovo capitolo nella ricerca sulla migrazione degli uccelli: per la prima volta, in Svizzera sono stati utilizzati geolocalizzatori. Grazie a questi studi, sono state acquisite molte nuove affascinanti conoscenze sul comportamento migratorio degli uccelli più piccoli.

Grazie a trasmettitori GPS, i movimenti di grandi uccelli come aquile o cicogne possono essere registrati 24 ore su 24. Tuttavia, l’invio di posizioni GPS richiede molta energia e una batteria con potenza sufficiente per un anno intero sarebbe troppo grande e pesante per gli uccelli più piccoli. Per questo motivo, 15 anni fa la Stazione ornitologica svizzera è stata una delle prime istituzioni al mondo, in collaborazione con l’Università bernese di scienze applicate a Burgdorf, a occuparsi dell’ulteriore sviluppo di geolocalizzatori da utilizzare nella ricerca sulla migrazione degli uccelli. Inizialmente, i geolocalizzatori erano stati progettati esclusivamente per registrare e memorizzare l’intensità della luce diurna insieme a una marca temporale in un determinato intervallo. Da questi dati, è possibile determinare la lunghezza del giorno e il mezzogiorno e, con una formula matematica, calcolare la longitudine e la latitudine approssimative della posizione dell’uccello. A differenza del GPS, questi geolocalizzatori memorizzano i dati senza inviarli e quindi richiedono solo una batteria piccola e leggera. A condizione che gli uccelli dotati di logger possano essere ricatturati nel sito di nidificazione dopo il loro viaggio, questa tecnica consente quindi la registrazione dei percorsi di migrazione di piccoli uccelli fino alle dimensioni di uno stiaccino.

In seguito, i rapidi sviluppi di questa tecnologia hanno rivoluzionato le possibilità di utilizzo dei geolocalizzatori e le conoscenze sulla migrazione degli uccelli. Geolocalizzatori più avanzati, i cosiddetti geolocalizzatori multisensore, oltre alla luce possono ora misurare anche la pressione atmosferica, l’accelerazione e la temperatura, fornendo così ulteriori informazioni sulla vita degli uccelli durante l’intero ciclo annuale. L’ultimo modello, il cosiddetto Mu tag, misura solo la luce e l’ora, ma i dati possono essere letti da remoto tramite un’antenna VHF. Il Mu tag può essere combinato con un pannello solare e può teoricamente fornire dati per anni senza che l’uccello nel frattempo debba essere ricatturato.

Nuove e sorprendenti conoscenze sulla migrazione degli uccelli

I geolocalizzatori sono così diventati uno strumento insostituibile per descrivere i modelli di volo, la distribuzione, il comportamento e le interazioni con l’ambiente dei piccoli uccelli (<100 g di peso corporeo) durante la migrazione e l’inverno. Per molte specie di uccelli, solo con questo strumento si è aperta la possibilità di conoscere il loro modo di vivere al di fuori delle loro aree di nidificazione.

Prima degli studi sull’Upupa con geolocalizzatori, esisteva ad esempio un solo ritrovamento di anello nell’Africa a sud del Sahara, e poco si sapeva sulle sue rotte migratorie. Grazie ai geolocalizzatori, per diverse popolazioni di upupe provenienti da tutta Europa sappiamo ora dove si trovano le rispettive aree di svernamento e quanto queste aree si sovrappongono tra le popolazioni. Sorprendentemente, è stato anche dimostrato che, contrariamente a quanto si pensava finora, le upupe migrano principalmente di notte: circa il 90 % di tutti i voli degli individui esaminati è avvenuto al buio. Regolarmente, tuttavia, anche durante il giorno si verificano voli più brevi, il che probabilmente ha dato origine alla dottrina precedente secondo cui l’Upupa era una migratrice diurna.

Studi sul Calandro hanno fornito le prime informazioni su come gli uccelli migratori suddividono il loro tempo durante la migrazione tra volo e soste: il rapporto è di circa 1 a 7. Ciò significa che per ogni ora di volo, gli uccelli migratori hanno bisogno di circa 7 ore per riposare e mangiare per ricostituire le loro riserve energetiche per il volo successivo.

Voli-maratona – voli non stop – voli ad alta quota

L’impiego di geolocalizzatori ha rivoluzionato anche le nostre conoscenze su come i migratori a lungo raggio attraversano le barriere ecologiche. Specialmente il Mediterraneo e il Sahara non offrono né cibo né luoghi di sosta. Finora, l’ipotesi era che la maggior parte dei Passeriformi attraversasse il Sahara, largo circa 2000 km, a tappe, migrando di notte e riposando durante il giorno. Tuttavia, i dati sulla luce, la pressione atmosferica e l’accelerazione degli uccelli dotati di geolocalizzatori multisensore hanno mostrato un modello diverso: gli uccelli hanno regolarmente esteso i loro voli notturni fino in pieno giorno e in alcuni casi sono persino riusciti ad attraversare il deserto senza fermarsi. Un cannareccione proveniente da Kaliningrad, in Russia, ha intrapreso un tale volo maratona, attraversando il Sahara senza soste in 44 ore. Dai sensori di pressione del geolocalizzatore, sappiamo inoltre che, durante i loro voli, di giorno a volte i cannareccioni salgono ad altitudini incredibili fino a 6000 m s.l.m. Probabilmente lo fanno per approfittare delle condizioni favorevoli del vento nella troposfera superiore e/o per sfuggire al caldo diurno del deserto.

Tuttavia, nessun gruppo di uccelli esegue voli maratona più impressionanti dei rondoni. L’uso di geolocalizzatori sui rondoni maggiori di una colonia di nidificazione argoviese a Baden ha fornito la prima prova chiara: lungo l’intero periodo di sei mesi durante la migrazione e nella zona di svernamento, gli uccelli sono rimasti ininterrottamente in aria! Ciò significa che tutti i processi fisiologici, compresi periodi di riposo, muta e sonno, devono poter avvenire anche in volo. I sensori di pressione hanno anche rivelato un interessante comportamento quotidiano: ogni sera e ogni mattina, gli uccelli si alzavano in aria per diverse centinaia di metri per circa un’ora, per poi tornare all’altitudine originale. Il motivo di queste ascensioni al tramonto e all’alba rimane un mistero, ma potrebbe far parte di un comportamento sociale finora non ancora studiato.

Queste e altre conoscenze sul comportamento sono un prodotto inaspettato della ricerca con i geolocalizzatori. Gruccioni dotati di questi strumenti hanno rivelato che diversi individui non imparentati rimangono insieme durante tutto l’anno; in questo caso si potrebbe forse persino parlare di un gruppo di «amici». Questi «amici» non solo usano gli stessi siti di svernamento, ma mostrano anche un comportamento sociale coordinato nella ricerca del cibo. Particolarmente sorprendente è il fatto che tali «amici» a volte si separino durante la migrazione, ritrovandosi tuttavia in seguito nelle aree di svernamento a più di 5000 km di distanza!

Collaborazione internazionale quale ricetta per il successo

Questi sono solo alcuni dei punti salienti di oltre 100 studi di geolocalizzazione a cui la Stazione ornitologica svizzera ha partecipato negli ultimi anni. Per un gran numero di studi si trattava di collaborazioni con partner internazionali con l’obiettivo di documentare rotte migratorie finora sconosciute, luoghi di sosta e aree di svernamento di specie e popolazioni di uccelli poco studiate. La collaborazione internazionale è particolarmente importante per gli studi comparativi. Consente di identificare modelli su larga scala nel comportamento migratorio tra le aree di nidificazione europee e le zone di svernamento africane e indiane. Questo aiuta a capire come gli uccelli migratori interagiscono con l’ambiente e come la loro fisiologia e il loro stato di salute influenzano le decisioni e le prestazioni migratorie e la sopravvivenza. Poiché gli uccelli non conoscono confini, in questo campo di ricerca la collaborazione internazionale è di fondamentale importanza. Questa messa in rete a livello internazionale di coloro che effettuano ricerche sulla migrazione degli uccelli aiuta a identificare quali aree di sosta e svernamento sono importanti per la protezione delle specie di uccelli migratori. È così possibile fare in modo che gli sforzi congiunti nella ricerca di base contribuiscano a migliorare la protezione di molte specie di uccelli migratori lungo le rotte migratorie e nei quartieri invernali.

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© Markus Jenny

Grazie all’impegno di lunga data della Stazione ornitologica e dei suoi partner, il Klettgau nel cantone di Sciaffusa è ora caratterizzato da zone agricole riccamente strutturate con un’alta percentuale di superfici per la promozione della biodiversità di qualità elevata …

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Un paesaggio torna a rifiorire

Aprile 2022

Dagli anni 1990, la Stazione ornitologica è impegnata nella rivalorizzazione ecologica del Klettgau sciaffusano. Con successo: oggi il Klettgau è una delle zone agricole più diversificate ed ecologicamente ricche della Svizzera.

All’inizio degli anni 1990, la Stazione ornitologica si era posta l’obiettivo di conservare le ultime due popolazioni di Starna in Svizzera nella Champagne ginevrina e nel Klettgau sciaffusano. A questo scopo, per raggiungere almeno il 10 % della superficie con maggesi fioriti, maggesi da rotazione, prati estensivi di elevata qualità, bordi di campi e siepi basse, in queste due aree agricole aperte gli habitat andavano notevolmente migliorati. Con la Starna, altre specie avrebbero dovuto beneficiare di queste misure di rivalorizzazione. In entrambe le aree, grazie alla buona collaborazione tra i collaboratori della Stazione ornitologica e gli agricoltori locali e con il sostegno dei Cantoni, è stato possibile creare una fitta rete di habitat di qualità elevata. Nel Klettgau, dal 1994 questi habitat semi-naturali sono stati completati con campi di farro e monococco gestiti in maniera estensiva. In base alla loro idoneità agricola e ai rispettivi interessi degli agricoltori, i vari settori del Klettgau si sono sviluppati in modo molto diverso. Nella zona di Widen, nel 2019 la percentuale di superfici per la promozione della biodiversità (SPB) di qualità elevata è salita al 14,1 %. Anche nelle altre aree la percentuale era superiore alla media rispetto al resto della Svizzera, ma ha raggiunto rispettivamente solo il 6,4 % e il 4,8 %

Grazie a queste rivalorizzazioni, molte specie di uccelli hanno mostrato un notevole aumento degli effettivi. Quest’ultimo era molto più marcato nella zona di Widen, cioè dove si trovava la percentuale più elevata di SPB. Studi hanno mostrato che, per garantire densità che permettano la conservazione delle popolazioni di alcune specie di nidificanti, deve essere presente almeno un 14 % di aree semi-naturali, come SPB di qualità elevata o aree al di fuori della superficie agricola. Nonostante le rivitalizzazioni, ci sono tuttavia state anche battute d’arresto: per la Starna, qualsiasi aiuto è arrivato troppo tardi e negli ultimi tempi la popolazione di Strillozzo sta crollando, anche se si era sviluppata molto positivamente fino al 2010.

Oltre all’agricoltura, anche progetti edilizi creano ripetutamente sfide impegnative: proprio al centro del Klettgau, corre ad esempio il tracciato della Deutsche Bahn. Le scarpate ferroviarie erano un habitat particolarmente prezioso, dove nidificavano averle piccole e sterpazzole. Con l’ampliamento della linea a doppio binario, gran parte di questo habitat è andato distrutto. Grazie all’impegno della Stazione ornitologica e di associazioni locali di protezione della natura, sono state ora attuate misure compensative e la qualità dell’habitat è di nuovo migliorata.

La rivalorizzazione ecologica su larga scala di un paesaggio come quello del Klettgau richiede l’impegno e la collaborazione di molti attori diversi, in questo caso la Stazione ornitologica, gli agricoltori, le associazioni di protezione della natura e le autorità cantonali. Il Klettgau è un ottimo esempio per tutta la Svizzera, a dimostrazione che agricoltura ed ecologia possono andare di pari passo.

Nuova antenna regionale per la Svizzera nordorientale

Anche dopo il pensionamento di Markus Jenny, che per anni ha portato avanti e coordinato i progetti nel Klettgau, la Stazione ornitologica continuerà a impegnarsi in questa regione. A questo scopo, da maggio 2022 aprirà un’antenna regionale a Sciaffusa. Oltre ai progetti nel Klettgau, questo ufficio supervisionerà un’ampia gamma di attività nella Svizzera nordorientale, in particolare nei cantoni di Sciaffusa e Turgovia.

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Il Tribunale federale dà ragione alla Stazione

Aprile 2022

Il Tribunale federale ha recentemente stabilito che l’acquisizione da parte della Stazione ornitologica di parcelle agricole per contribuire alla protezione dell’Assiolo è legale. La Stazione può così perseverare nei suoi sforzi di conservazione per questa specie minacciata.

Vent’anni fa, in Svizzera l’Assiolo era sull’orlo dell’estinzione. C’erano ancora soltanto una coppia nidificante e alcuni cantori isolati. Questo drammatico declino era legato alla banalizzazione del paesaggio, all’agricoltura intensiva e alla distruzione dei frutteti a causa dell’espansione degli agglomerati. Grazie ad ampi sforzi di protezione, da allora gli effettivi sono risaliti a 30-40 coppie nidificanti, la maggior parte delle quali in Vallese. L’Assiolo ha bisogno di un paesaggio semi-aperto e ben strutturato, in cui si alternano vecchi alberi e prati fioriti ricchi di insetti – in particolare di cavallette, che costituiscono la maggior parte della sua dieta. Nidifica nelle cavità di vecchi alberi o in specifiche cassette nido.

Nella primavera del 2017, la Stazione ornitologica ha voluto acquisire alcuni piccoli appezzamenti di prato nel Comune vallesano di Grimisuat, per poter rivalorizzare in modo mirato l’habitat dell’Assiolo. Nel fare ciò, ha seguito una raccomandazione dell’Ufficio foreste, natura e paesaggio del Vallese (SFNP), con il quale discute e coordina le misure per la conservazione delle specie di uccelli minacciate. Poiché coprivano una superficie di oltre 2500 m2, il cambio di proprietà di due parcelle è stato soggetto all’autorizzazione del Cantone, in conformità con la Legge federale sul diritto fondiario rurale (LDFR). L’Ufficio giuridico cantonale degli affari economici ha rifiutato l’autorizzazione d’acquisto e il ricorso contro tale decisione dinanzi al Consiglio di Stato vallesano è stato respinto. Per contro, il Tribunale cantonale vallesano, al quale è stato inoltrato un nuovo ricorso, ha dato ragione alla Stazione e ha concesso l’acquisto delle due parcelle. Il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) ha successivamente impugnato tale sentenza dinanzi al Tribunale federale.

I giudici federali di Mon-Repos hanno recentemente respinto il ricorso del DFGP e hanno confermato definitivamente l’acquisto delle parcelle da parte della Stazione. Nella loro sentenza (DTF 2C_1069/2020 del 27 ottobre 2021) essi rilevano che la LDFR mira principalmente a evitare la speculazione sulle superfici agricole e a garantire che restino nelle mani degli agricoltori. Essa non deve tuttavia intralciare compiti pubblici di stesso rango, come la protezione della natura. Per questo motivo, la legge prevede eccezioni che consentono l’acquisto di superfici agricole da parte di non agricoltori, a condizione che ciò rivesta un interesse generale. La protezione della natura rappresenta un motivo che giustifica una deroga all’acquisto da parte di un coltivatore diretto, a condizione che le parcelle siano formalmente protette o che il loro acquisto permetta di conservare una specie minacciata o un biotopo raro. In questo caso, le parcelle fanno parte dell’habitat dell’Assiolo, una specie minacciata a livello svizzero; è concesso quindi un motivo di acquisizione. Del resto, il Tribunale federale ha scoperto che il precedente proprietario non era un agricoltore, ma una società che intendeva costruirvi un campo da golf!

Questa sentenza è di fondamentale importanza, in quanto chiarisce il campo di applicazione della LDFR per quanto riguarda l’acquisto di parcelle agricole a scopo di protezione della natura, ed è la prima decisione su questo argomento. Il Tribunale federale afferma chiaramente che l’acquisto di superficie agricola utile è uno strumento giudizioso e corretto per la protezione della natura, quando si tratta di specie minacciate e dei loro habitat.

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Contare gli uccelli durante tutto l’anno

Aprile 2022

Un compito fondamentale della Stazione ornitologica svizzera è quello di avere una visione d’insieme della presenza e dello sviluppo degli effettivi degli uccelli nidificanti e ospiti presenti in Svizzera. A questo scopo, utilizza diversi strumenti, in particolare vari sistemi di monitoraggio.

Grazie alla loro capacità di volare, gli uccelli sono molto più mobili di altri gruppi di animali. Tenere traccia di questo andirivieni durante tutto l’anno richiede molto impegno al team di coordinamento di Sempach. Grazie a circa 5000 persone attive su ornitho.ch, a censimenti standardizzati degli uccelli acquatici lungo oltre 300 tratti di specchi e corsi d’acqua e a stazioni di inanellamento in zone umide e su passi alpini, la presenza degli uccelli svernanti e di passo è ora molto ben documentata. Il monitoraggio delle circa 180 specie di uccelli nidificanti regolari è invece più complesso. Attualmente sono disponibili dati per 176 specie, per lo più a partire dal 1990. Il fulcro di questa sorveglianza è il Monitoraggio degli uccelli nidificanti diffusi (MUNiD), che dal 1999 rileva gli effettivi delle specie nidificanti più frequenti e diffuse, tra cui molti Passeriformi, in 267 quadrati chilometrici in tutta la Svizzera. Ad esso si aggiungono i rilevamenti per il Monitoraggio della biodiversità (MBD) a livello nazionale, per il quale vengono effettuati rilevamenti ogni 5 anni in circa 500 quadrati chilometrici. Insieme a partner locali, gruppi di lavoro ed esperti di specie, la Stazione ornitologica effettua rilevamenti anche in circa 100 zone umide (MZU), in habitat particolari, su piazze d’armi e in parchi. Organizza inoltre censimenti di nidificanti in colonie e rilevamenti specifici, ad es. di specie notturne o nidificanti sulle rocce (Monitoraggio di specie particolari).

Metodo sperimentato di mappatura dei territori

Per molti rilevamenti viene utilizzata una forma semplificata del metodo di mappatura dei territori. Per una tale mappatura, un’area viene percorsa lungo un transetto predeterminato e tutti gli uccelli rilevati all’interno di un quadrato chilometrico sono annotati con una localizzazione precisa. In Svizzera, l’uso di questo metodo ha una lunga tradizione; si presta particolarmente bene per habitat spesso solo di piccole dimensioni e ben delimitati e i risultati così ottenuti possono essere facilmente comunicati. Utilizzando questo metodo sono stati effettuati anche i rilevamenti quantitativi per gli Atlanti degli uccelli nidificanti 1993-1996 e 2013-2016. Lo standard sono tre sopralluoghi per ogni area, ma le superfici alpine vengono solitamente visitate solo due volte, mentre le zone umide e gli habitat particolari vengono visitati da cinque a sei volte.

Per utilizzare il metodo di mappatura dei territori nel modo più semplice e standardizzato possibile, si hanno a disposizione vari strumenti: i collaboratori ricevono carte precise sulle quali sono indicati i transetti e la durata di permanenza nel quadrato, e gli uccelli migratori che arrivano tardi da noi possono essere contati solo a partire da una certa data. Un’applicazione di mappatura sviluppata dal Dachverband Deutscher Avifaunisten (DDA, Associazione mantello degli ornitologi tedeschi), un tool di digitalizzazione (Terrimap online) e un software per la determinazione automatica dei territori (Autoterri) aiutano oggi a ottenere una raccolta e un’analisi efficienti dei dati. La parola d’ordine è rendere il più semplice possibile per i mappatori il lavoro alla scrivania.

Gli uccelli di montagna quale sfida particolare

Le Alpi rappresentano il 58 % della superficie della Svizzera, il Giura l’11 %. Poiché il nostro Paese ha una responsabilità particolare per la conservazione delle specie di uccelli degli habitat alpini e subalpini, è importante che anche queste aree vengano considerate in modo rappresentativo. Di conseguenza, vengono effettuati rilevamenti anche in aree fino ad altitudini superiori ai 2500 m s.l.m. In queste località, le mappature sono particolarmente impegnative: repentini cambiamenti delle condizioni meteorologiche, scioglimento tardivo delle nevi, caduta massi e ponti o sentieri spazzati via da valanghe o inondazioni possono causare problemi. Nella regione alpina ci sono anche numerose specie di uccelli molto difficili da rilevare. Specie come la Pernice bianca, la Coturnice, il Codirossone e il Picchio muraiolo utilizzano ampie aree, che spesso non consentono una visione d’insieme, o sono ben mimetizzati. Il Sordone vive a sua volta in gruppi familiari, il Gracchio alpino si sposta in stormi alla ricerca di cibo, muovendosi su vaste superfici, così come il Fringuello alpino, l’Organetto e il Fanello. Fortunatamente, ci sono anche specie territoriali, come lo Spioncello e il Culbianco, che possono essere rilevate abbastanza facilmente.

La combinazione di diverse fonti di dati fornisce trend più precisi

Per specie semi-rare e difficili da rilevare, in un piccolo Paese come il nostro non è facile raccogliere una quantità sufficiente di dati per calcoli significativi delle tendenze. Oltre agli uccelli di montagna menzionati, appartengono ad esempio a questa categoria anche Galliformi, uccelli rapaci, Picchi e alcune rare specie di Passeriformi. Nei progetti di monitoraggio convenzionali vengono osservati troppo raramente per poter calcolare tendenze basandosi solo su di essi. Per il calcolo delle tendenze, presso la Stazione ornitologica sono ora stati sviluppati metodi statistici che consentono di combinare dati provenienti da diverse fonti: le osservazioni singole di ornitho.ch sono combinate con i dati quantitativi provenienti da MUNiD, MBD, MZU e dagli Atlanti degli uccelli nidificanti. Questo arricchimento delle osservazioni occasionali con dati meglio standardizzati è prezioso per due motivi: in primo luogo, nei progetti di monitoraggio le superfici campione sono rilevate regolarmente e con uno sforzo costante, il che è fondamentale per una valutazione dell’evoluzione a lungo termine. In secondo luogo, in questo modo si può tener conto anche di variazioni della densità degli effettivi per quadrato chilometrico, un’informazione che non è disponibile con le osservazioni singole. Soprattutto per gli anni 1990, i trend così determinati differiscono a volte in modo abbastanza significativo dagli sviluppi calcolati in precedenza solo sulla base delle osservazioni singole. Un’analisi approfondita ha confermato che, in molti casi, il nuovo metodo fornisce tendenze più affidabili.

Una miniera per la ricerca metodologica

Nel corso degli anni, i rilevamenti standardizzati del MUNiD hanno ripetutamente dimostrato di essere un’eccellente fonte di dati e un ottimo materiale grezzo per nuove analisi statistiche. Soprattutto dalla collaborazione della Stazione ornitologica con Andy Royle del Patuxent Wildlife Research Center (USA), nel corso degli anni sono stati sviluppati nuovi metodi analitici che tengono conto della probabilità di individuazione di una specie. Questi nuovi metodi forniscono informazioni sulle presenze e gli effettivi, le loro variazioni e i fattori ambientali che influenzano queste variabili. Di conseguenza, nel frattempo il MUNiD è diventato un concetto utilizzato nella ricerca metodologica in tutto il mondo e figura in primo piano in numerosi articoli scientifici e persino in diversi libri di testo. Il valore del MUNiD va quindi ben oltre la misurazione della situazione della diversità naturale degli uccelli in Svizzera. I dati MUNiD rappresentano una vera e propria miniera per lo sviluppo di nuovi metodi e per la valutazione di ipotesi biologiche fondamentali.

Uso sempre più ampio

Se diamo uno sguardo retrospettivo allo sviluppo degli ultimi decenni, possiamo constatare che i dati generati dai progetti di monitoraggio della Stazione ornitologica sono sempre più ricercati. Ciò va da semplici estratti dalla banca dati per la valutazione di progetti di infrastrutture o di rivitalizzazione, per poi comprendere molte analisi e modelli scientifici ed estendersi fino alla fornitura di pacchetti di dati più grandi, ad esempio per l’Euro- BirdPortal o altri progetti internazionali. Inoltre, anche i nostri sviluppi metodologici e i risultati della nostra ricerca di base sono oggi più richiesti che mai. Tuttavia, tutto questo non sarebbe possibile se, dietro ogni progetto, non ci fossero molti volontari altamente motivati che si impegnano a raccogliere i migliori dati possibili anche su terreni molto impegnativi. A tutti loro vanno i nostri più sentiti ringraziamenti!

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Uno specialista del freddo in un mondo che si riscalda

Dicembre 2021

A causa del clima, l’habitat del Fringuello alpino sta cambiando notevolmente. Quali sono le conseguenze per questo specialista del freddo? La Stazione ornitologica di Sempach studia come il Fringuello alpino reagisce ai cambiamenti climatici.

In alta montagna, il clima è caratterizzato da condizioni ambientali estreme come basse temperature e brevi stagioni vegetative. Queste condizioni difficili, così come gli imprevedibili cambi repentini della situazione meteorologica, richiedono particolari adattamenti da parte delle specie alpine. Il Fringuello alpino è uno di questi specialisti, che abita tutto l’anno le quote più elevate. Rispetto alla Passera europea, è più pesante e più grande, il che rende il rapporto tra la sua superficie corporea e il suo volume più favorevole alla termoregolazione. Il Fringuello alpino trascorre le notti gelide in profonde fessure delle rocce protette dal freddo e dall’umidità, che difende dai conspecifici. Anche per nidificare sceglie principalmente cavità rocciose protette dal vento, ma si riproduce anche in strutture artificiali come nicchie di edifici, piloni degli impianti di risalita e cassette nido.

Effettivi in diminuzione

Per quanto lo sviluppo delle popolazioni sia noto, gli effettivi di Fringuello alpino sono in declino in gran parte dell’areale di distribuzione. Dal 1990, in Svizzera gli effettivi sono diminuiti del 20-30 %, anche se ogni anno si osservano grandi fluttuazioni. Ciò è tanto più preoccupante in quanto la Svizzera ospita almeno il 15 % della popolazione europea di Fringuello alpino e ha quindi un’elevata responsabilità internazionale per la conservazione della specie. Le diminuzioni di effettivi si registrano soprattutto alle quote inferiori. Insieme a ricercatori provenienti da Spagna, Francia, Italia e Austria, la Stazione ornitologica svizzera sta quindi studiando fino a che punto il Fringuello alpino possa adattarsi alle mutevoli condizioni ambientali in alta montagna.

A questo scopo, abbiamo combinato i dati sul manto nevoso dell’Istituto svizzero per lo studio della neve e delle valanghe SLF con osservazioni di fringuelli alpini il cui comportamento indicava una nidificazione segnalate tramite ornitho.ch. Da questi dati è stato possibile calcolare le date di schiusa delle uova. Nell’areale di distribuzione del Fringuello alpino, negli ultimi vent’anni lo scioglimento della neve a quote più basse è avvenuto in media due settimane prima, mentre la data media della schiusa è rimasta invariata. Sebbene i fringuelli alpini adulti si nutrano di grani, la loro prole è nutrita principalmente con insetti e le loro larve, raccolti soprattutto lungo i bordi dei nevai, beneficiando quindi della sincronizzazione tra periodo di nidificazione e scioglimento della neve. Il cambiamento delle condizioni della neve determinato dal clima ha quindi un influsso negativo diretto sul successo riproduttivo. Non è ancora chiaro perché a quote più basse il Fringuello alpino non abbia adattato il suo comportamento riproduttivo allo spostamento temporale dello scioglimento della neve. Nella sua tesi di master, Carole Niffenegger è stata in grado di dimostrare che i Fringuelli alpini costruiscono il loro nido di preferenza vicino ai bordi dei nevai e, nella prima metà del periodo riproduttivo, preferiscono cavità di nidificazione esposte al sole del mattino. È quindi utile offrire nidi artificiali lungo un gradiente altitudinale, in modo che, nel corso della stagione riproduttiva, siano disponibili siti di nidificazione idonei vicino ai bordi dei nevai.

Estati secche e malattie come fattori importanti

Condizioni meteorologiche e clima influenzano tuttavia il Fringuello alpino anche in estate: l’analisi di dati di inanellamento provenienti dall’Abruzzo (Italia) ha dimostrato che nei mesi estivi caldo e siccità influenzano molto più fortemente la sopravvivenza delle femmine rispetto a quella dei maschi. Questi risultati potrebbero indicare che in estati calde e secche le femmine, ma non i maschi, utilizzano una quantità di energia superiore alla media per nidificare. Le estati secche potrebbero inoltre ridurre l’offerta di semi, portando a una maggiore competizione alimentare. A causa delle loro dimensioni inferiori, le femmine sarebbero quindi probabilmente svantaggiate rispetto ai maschi. Inoltre, l’effetto di tutti questi fattori sulle femmine può essere così importante da portare a un differente tasso di sopravvivenza dei due sessi in inverno. Per comprendere l’influsso specifico delle condizioni meteorologiche sulla sopravvivenza dei due sessi, stiamo attualmente studiando in che modo il foraggiamento dei piccoli da parte di femmine e maschi sia influenzato dalle condizioni ambientali. Inoltre, nella sua tesi di master Anne-Cathérine Gutzwiller si occupa della competizione tra maschi e femmine alle mangiatoie in inverno.

Oltre alla mutata situazione della neve durante il periodo riproduttivo, le malattie rappresentano un ulteriore potenziale pericolo. Negli inverni 2017/2018 e 2018/2019, abbiamo ricevuto segnalazioni di fringuelli alpini malati e morti. Per identificare gli agenti patogeni, quattro individui morti sono stati sottoposti a esami patologici. In tre uccelli, la causa della morte erano salmonelle, mentre in un uccello è stata riscontrata un’infestazione da Trichomonas gallinae, un parassita che colpisce il tratto digestivo superiore in diverse specie. Questo è il primo caso documentato di una tricomoniasi nel Fringuello alpino. Utilizzando metodi genetici, siamo stati in grado di dimostrare che il ceppo di Trichomonas trovato appartiene allo stesso gruppo genetico di quello che ha portato a grandi crolli di effettivi nei verdoni in tutta Europa. In considerazione del declino delle popolazioni di Fringuello alpino, questa scoperta deve essere presa sul serio.

Sia le salmonelle, sia le Trichomonas possono essere trasmesse alla mangiatoia. Negli ultimi due inverni, abbiamo quindi visitato regolarmente mangiatoie di Fringuello alpino per raccogliere campioni di feci e di saliva per testare la presenza di salmonella e Trichomonas. Allo stesso tempo, abbiamo informato i privati sul rischio di trasmissione di malattie alla mangiatoia, sensibilizzandoli riguardo a misure igieniche, in modo che durante il foraggiamento non sia ulteriormente favorita la trasmissione di malattie tra gli uccelli. Fortunatamente, tutti i campioni degli ultimi due inverni sono risultati negativi e non ci sono più state segnalazioni di fringuelli alpini malati e morti. Malgrado ciò, continuiamo a monitorare la situazione per poter reagire rapidamente in caso di un nuovo focolaio, al fine di contenere la trasmissione.

Domande aperte e un obiettivo chiaro

Gli studi effettuati finora dimostrano che la posizione del nido e la sua distanza dai bordi dei nevai sono importanti per il successo riproduttivo del Fringuello alpino. Il modo in cui la posizione del nido e il successo riproduttivo sono correlati non è tuttavia ancora quantificato. Non è nemmeno chiaro come il diverso sforzo dei due sessi nell’allevamento dei piccoli, la competizione per il cibo in inverno e le malattie interagiscano e in che misura influenzino la sopravvivenza. E per finire: quali parametri demografici sono decisivi per l’andamento degli effettivi e può il Fringuello alpino adattarsi alle mutevoli condizioni della neve? Sono queste le domande che stiamo affrontando nella nostra attuale ricerca. La marcatura di individui con anelli colorati e le segnalazioni di tali individui ci forniscono preziose informazioni sugli spostamenti e i tassi di sopravvivenza. Oltre a informazioni più precise sui luoghi di soggiorno e sulla posizione delle cavità-dormitorio, i geolocalizzatori ci forniranno indicazioni anche sull’attività. Utilizzeremo inoltre metodi genetici per misurare lo scambio tra diverse popolazioni alpine e quelle di altri sistemi montuosi. Infine, vogliamo capire come sta cambiando la popolazione di Fringuello alpino nel suo ambiente in rapida evoluzione e chiarire cosa deve essere fatto per stabilizzare i suoi effettivi nelle Alpi.

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© Marcel Burkhardt

Per proteggere Allodola, Quaglia, Pavoncella e Cutrettola, è meglio rinunciare a impianti agroforestali nel mezzo di aree agricole aperte.

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Agroforestazione: opportunità e rischi

Dicembre 2021

L’agroforestazione offre opportunità per la biodiversità. Tuttavia, senza una scelta accurata dell’ubicazione degli impianti, vi è il rischio che allodole e altre specie di uccelli minacciate delle zone agricole aperte vengano allontanate dal loro habitat di nidificazione.

«Agroforestazione» è la combinazione di uso agricolo e alberi. Ad essa appartengono, ad esempio, forme tradizionali di coltivazione come pascoli boschivi, selve castanili o frutteti ad alto fusto. Tali sistemi sono spesso utilizzati in maniera estensiva, ricchi di strutture e quindi preziosi per la biodiversità. Da qualche anno, sono tuttavia sempre più al centro dell’attenzione i cosiddetti «sistemi agroforestali silvoarabili », che sono una combinazione di alberi e seminativi. Gli alberi riducono l’erosione, la lisciviazione dei nitrati e le emissioni di gas serra e hanno quindi un impatto positivo sull’ambiente. Come misura rispettosa del clima, si stanno pertanto discutendo pagamenti diretti per tali sistemi agroforestali. Sebbene l’agroforestazione possa aumentare la diversità di strutture, tali impianti possono avere un impatto negativo sugli uccelli dei paesaggi agricoli aperti.

I nidificanti sul terreno hanno bisogno di paesaggi aperti

La piantagione di alberi su terreni arabili non è auspicabile dal punto di vista della protezione degli uccelli. Allodola, Quaglia, Pavoncella e Cutrettola hanno bisogno di paesaggi aperti. Soprattutto l’Allodola si mantiene a distanza dai bordi del bosco, dagli edifici, dalle siepi e dagli alberi, aumentando la distanza quanto più alte e più grandi sono le strutture. Quale uccello proveniente originariamente dalla steppa, è completamente specializzata in habitat aperti. L’Allodola è la specie più diffusa tra i nidificanti sul terreno delle zone agricole aperte, ma in Svizzera è anche una delle specie che ha subito le maggiori perdite negli ultimi decenni. Soprattutto nella Svizzera tedesca è già scomparsa da molte aree, mentre è ancora abbastanza frequente nella Svizzera romanda dove, tuttavia, i suoi effettivi si sono notevolmente ridotti. Il declino è dovuto principalmente all’intensificazione dell’agricoltura e all’aumento dell’attività edilizia. Se in futuro gli impianti agroforestali silvoarabili diventeranno più numerosi, sia a causa di sussidi, sia a causa di sostegni finanziari agli sforzi per attività più sostenibili da parte di aziende private, l’Allodola e altre specie potrebbero essere ancora più in difficoltà.

Nuova scheda informativa

Che gli impianti agroforestali su terreni arabili siano sfavorevoli ad alcune specie di uccelli minacciate è probabilmente un fatto poco noto. Con una nuova scheda informativa, la Stazione ornitologica richiama l’attenzione su questo conflitto, impegnandosi perché Allodola, Pavoncella e Co. siano tenute in considerazione nella pianificazione di impianti agroforestali silvoarabili. Nelle aree con queste specie, raccomandiamo strutture basse come singoli arbusti o piccoli gruppi di cespugli invece di alberi. Finché le strutture sono mantenute basse, non bisogna attendersi quasi alcuna influenza negativa sui nidificanti sul terreno. Bordi inerbiti e terreni incolti possono inoltre fornire un habitat per Sterpazzola, Saltimpalo e Averla piccola, come mostrano esempi nelle aree a seminativi del Klettgau sciaffusano, del Grosser Moos BE/FR o nella Champagne ginevrina.

Le strutture basse offrono un valore aggiunto anche negli impianti agroforestali. Grazie alla combinazione con bordi inerbiti, maggesi fioriti, gruppi di cespugli e piccole strutture, è possibile ottenere un alto valore ecologico. Questo può essere vantaggioso anche a livello finanziario se sono soddisfatti i criteri per un frutteto estensivo ad alto fusto con livello di qualità II. Per proteggere Allodola, Quaglia, Pavoncella e Cutrettola, i nuovi impianti vanno tuttavia pianificati in prossimità di boschetti, margini del bosco e insediamenti urbani.

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Con rispetto e tolleranza

Agosto 2021

Quando soggiorniamo ed effettuiamo osservazioni nella natura dobbiamo avere riguardo per gli uccelli ma anche per le altre persone.

Le persone in cerca di svago sono attirate dagli ambienti naturali. Anche aree molto discoste sono sempre più visitate e le attività vengono estese fino al crepuscolo e a notte inoltrata. Ciò aumenta il potenziale di disturbo per gli uccelli e gli altri animali selvatici. La Stazione ornitologica sta studiando gli effetti delle attività ricreative sulla nostra avifauna ed elabora le basi per normative per proteggerla. Allo stesso tempo, si impegna affinché i disturbi causati dall’uomo vengano ridotti, rendendo possibile una convivenza: a questo scopo, negli ultimi anni ha elaborato, assieme ad alcuni partner, regole di facile comprensione su dove e come sia possibile praticare lo stand-up paddle o far volare droni senza disturbare troppo.

Negli ultimi decenni, anche il numero di appassionati degli uccelli è cresciuto costantemente. Ciò si riflette, non da ultimo, nell’enorme aumento dell’attività di osservazione negli ultimi trent’anni. Il crescente entusiasmo per gli uccelli ci fa piacere ed è interamente nello spirito della Stazione ornitologica. Tuttavia, gli uccelli non percepiscono ornitologhe e ornitologi come meno fastidiosi di altre persone. Per questo motivo, la Stazione ornitologica e BirdLife Svizzera hanno elaborato insieme un codice di comportamento per osservare gli uccelli in maniera responsabile. Anche chi intende partecipare all’annuale concorso fotografico della Stazione ornitologica, deve attenersi a uno speciale codice per fotografare in maniera responsabile. Fotografie scattate violando in maniera evidente questo codice vengono escluse.

Nei noti «birding hotspot», dove confluiscono regolarmente molti appassionati di uccelli, è necessaria una particolare attenzione nei confronti dei nostri amici alati. Con la crescente presenza di esseri umani, aumenta anche il rischio che gli uccelli vengano disturbati, anche se tutte le persone coinvolte rispettano tutte le regole. Ciò può impedire agli uccelli di covare o nutrire i loro piccoli. In casi estremi, le specie sensibili non si insediano nemmeno. Per noi appassionati di uccelli è essenziale evitare che ciò si verifichi. In questo ambito, è importante il fattore temporale: se il disturbo è solo di breve durata, spesso questo non è un problema ma, se queste fasi con disturbi durano troppo tempo, possono pregiudicare una nidificazione. Uccelli che scrutano con attenzione i dintorni, che lanciano richiami di allarme o che nutrono i loro piccoli vanno quindi osservati da una distanza sufficiente, soffermandosi in quei posti solo per breve tempo.

In tali «birding hotspot», sono tuttavia necessari anche rispetto e tolleranza nei confronti degli altri appassionati di uccelli: anche loro hanno il diritto di osservare uccelli interessanti in posti meravigliosi. Invece di essere infastiditi dalla loro presenza, dovremmo rallegrarci del fatto che condividano la nostra passione.

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Più biodiversità e meno pesticidi in viticoltura

Agosto 2021

In collaborazione con la Stazione ornitologica, IP-Suisse ha sviluppato linee guida ecologiche per la promozione della biodiversità e la riduzione dell’uso di pesticidi nella produzione vitivinicola. L’obiettivo è quello di stabilire un innovativo standard ecologico nella produzione vinicola svizzera.

Grazie alla loro posizione favorevole dal punto di vista climatico, i vigneti hanno un altissimo potenziale per la biodiversità. Tuttavia, a causa dell’eliminazione di preziosi elementi strutturali e dell’impiego estremamente elevato di pesticidi, la qualità dell’habitat di Allodola, Zigolo nero & Co. è peggiorata in modo massiccio. Il settore vitivinicolo viene criticato da anni, soprattutto a causa dell’uso di pesticidi. La pressione del mercato e della politica costringe il settore a praticare una viticoltura molto più ecologica.

Raccogliere punti per la biodiversità nel vigneto

IP-Suisse e il rivenditore Denner si sono posti l’obiettivo di attuare a livello svizzero un programma per la promozione della biodiversità e la conservazione delle risorse naturali. IP-Suisse ha quindi incaricato la Stazione ornitologica di sviluppare un sistema a punti completo, ambizioso ed efficace con il quale valutare le misure per la promozione della biodiversità in viticoltura. In stretta collaborazione con sei cantine dei Cantoni Vallese, Vaud e Sciaffusa, sono state definite misure per il miglioramento delle condizioni di vita nei vigneti per specie animali e vegetali tipiche di questo ambiente e per la riduzione dell’uso di pesticidi, testandole poi in 14 aziende.

I 12 requisiti di base includono, tra le altre cose, un rinverdimento dell’intera superficie vignata; una percentuale minima del 3,5 % di questa superficie deve inoltre essere rivalorizzata con superfici per la promozione della biodiversità e devono essere presenti piccole strutture. Anche per quanto riguarda la questione fitosanitaria esistono vincoli molto severi.

Oltre ai requisiti di base, questo sistema a punti comprende una serie di misure per la promozione specifica della biodiversità e la riduzione dell’uso di pesticidi. Più la prestazione è elevata e più punti si possono ottenere, ad esempio, per la creazione di habitat preziosi come maggesi e siepi o la rinuncia a pesticidi con un potenziale di rischio particolarmente elevato.

Nel complesso, i requisiti del marchio richiedono che ogni azienda raggiunga un minimo di 16 punti, oltre ai requisiti di base. Quale aiuto all’attuazione, ai produttori viene offerta una guida completa, uno strumento online per l’inserimento dei dati e una consulenza di supporto. Sono inoltre previsti diversi brevi video. A partire dal 2022, la Stazione ornitologica intende valutare gli effetti delle misure attuate nei vigneti di IP-Suisse sull’avifauna.

Retribuire in maniera equa le prestazioni aggiuntive con premi di mercato

Per i produttori, i requisiti supplementari sono collegati a un maggior impegno. Il Programma utilizza sinergie con i programmi di pagamenti diretti della Confederazione. Per aziende specializzate in viticoltura, i pagamenti diretti sono tuttavia di scarsa importanza in termini di reddito, rispetto ai premi molto più rilevanti relativi ai prodotti.

Quale retribuzione per le prestazioni aggiuntive in ambito ecologico, IP-Suisse ha concordato con le cantine un premio di 30 centesimi per kg di uva.

Nel 2021 prima vendemmia – primi vini dal 2022

Nel 2021, per i primi vini IPSuisse sarà coltivata uva su ca. 100 ettari, dalla quale sarà prodotto ca. un milione di litri di vino; dal 2022 saranno disponibili da Denner i primi vini con il logo della coccinella di IP-Suisse. Il programma ha incontrato un grande interesse da parte del settore vitivinicolo. Un progetto rivolto alle risorse, inoltrato in Ticino nel 2021 e che persegue obiettivi simili, vuole utilizzare il sistema a punti per controllarne l’efficacia.

Tutti gli attori coinvolti nel progetto sono convinti che il programma abbia un elevato potenziale e che offra opportunità per promuovere la biodiversità su vaste superfici e proteggere le risorse naturali. O come dice il patron della cantina Rimuss & Strada, Andrea Davaz: «Questa evoluzione è l’unica alternativa possibile».

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Vederci chiaro nella problematica vetro e uccelli

Agosto 2021

Grazie a una nuova raccomandazione e a un nuovo prodotto, le collisioni di uccelli con vetrate possono essere ulteriormente ridotte.

Palestre, edifici amministrativi o fermate degli autobus: le facciate in vetro di molti edifici pubblici presentano un potenziale rischio di collisione per gli uccelli. È quindi ancora più rallegrante che la Conferenza di coordinamento degli organi della costruzione e degli immobili dei committenti pubblici KBOB, in collaborazione con la Stazione ornitologica, abbia formulato raccomandazioni per costruire con il vetro rispettando gli uccelli. Utilizzando esempi concreti, queste ultime mostrano quali misure sono possibili per evitare collisioni con uccelli costruendo con il vetro. Vengono inoltre presentati prodotti che possono essere utilizzati per migliorare la situazione su edifici esistenti. Il foglio informativo serve da guida ai costruttori per progettare nuovi edifici o ristrutturare tenendo conto della protezione degli uccelli. Mostra che il settore pubblico può dare il buon esempio e che, con uno sforzo ragionevole, è possibile trovare buone soluzioni sia per gli uccelli, sia per l’uomo.

Oltre alle nuove raccomandazioni, sul mercato esiste anche un nuovo prodotto molto promettente per prevenire le collisioni degli uccelli con vetrate: gli «Seen Elements», sviluppati nella Svizzera orientale, sono vetri con elementi incorporati di 9 mm. Verso l’esterno, sono costituiti da due superfici in alluminio che riflettono in misura diversa. Seen Elements possono essere inseriti nella struttura tra due vetri. Integrati in pellicole per la protezione degli uccelli, possono tuttavia anche essere applicati in un secondo tempo a vetrate esistenti. Nel caso di vetri dotati di Seen Elements, solo ca. l’uno percento della superficie va ricoperto, nettamente meno che con prodotti convenzionali. Nei test, il nuovo prodotto ha dato buoni risultati. Per questo, vetro dotato di pellicole per la protezione degli uccelli con Seen Elements viene ora tenuto in osservazione su diversi edifici, allo scopo di ottenere informazioni sull’uso, la durata e l’effetto di questo nuovo prodotto.

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© Ralph Martin

Gli effettivi di Picchio cenerino hanno continuato a diminuire in modo significativo e dal 1993-1996 si osservano anche perdite di areale. A causa della sua piccola popolazione e del forte declino, il Picchio cenerino è ora considerato fortemente minacciato (2010: vulnerabile) .

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Nuova Lista Rossa, vecchi problemi

Agosto 2021

Su incarico dell’Ufficio federale dell’ambiente UFAM, dopo il 2010 la Stazione ornitologica ha effettuato una revisione della Lista Rossa degli uccelli nidificanti minacciati in Svizzera. Il 40 % delle 205 specie valutate è stato inserito nella Lista Rossa.

Le Liste Rosse sono uno strumento collaudato nella protezione della natura e fungono in un certo qual modo da «campanello di allarme». Più una specie è classificata a un livello elevato, più è vicina all’estinzione e maggiori sono i problemi che di solito ha: può essere un netto calo degli effettivi o una popolazione di piccole dimensioni. Una volta che una specie si trova sulla Lista Rossa, diventa impegnativo sostenerla in maniera tale che possa di nuovo venirne tolta. Per questo, le specie «potenzialmente minacciate» formano una lista di avvertimento: con misure di protezione e conservazione, è possibile aiutare già precocemente queste specie, di solito con minor sforzo e migliori possibilità di riuscita, evitando di doverle classificare a livelli più elevati.

Le Liste Rosse degli uccelli nidificanti minacciati in Svizzera vengono elaborate dal 2000 secondo i criteri e le linee guida dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (International Union for Conservation of Nature IUCN). La Stazione ornitologica ha ora aggiornato la Lista Rossa, che sostituisce la Lista pubblicata nel 2010.

Per la nuova Lista Rossa sono stati utilizzati i dati fino al 2019. Le basi a disposizione per l’aggiornamento erano nettamente migliori rispetto a dieci anni fa. Ciò è dovuto principalmente ai dati dell’«Atlante degli uccelli nidificanti in Svizzera 2013-2016», ma anche ai progetti di monitoraggio e ai metodi di analisi dei dati per singole specie che sono stati ulteriormente migliorati.

Il 40 % delle specie è ancora minacciato

Dal 2010, sono state valutate sei nuove specie di uccelli nidificanti: Moretta tabaccata, Airone bianco maggiore, Piviere tortolino, Biancone, Beccamoschino e Sterpazzolina, che oggi non sono più classificati come nidificanti eccezionali (con al massimo tre prove di nidificazione). Delle 205 specie, il 60 % non è stato inserito nella Lista Rossa degli uccelli nidificanti minacciati. Tra di esse, ne troviamo 41 (20 %) nella categoria «potenzialmente minacciato» e 80 nella categoria «non minacciato». 83 specie (40 %) sono state inserite nella Lista Rossa degli uccelli nidificanti minacciati – lo stesso numero del 2010. Di queste, un terzo è tuttavia sempre stato raro in Svizzera. Se si considera la percentuale di specie della Lista Rossa per habitat, nelle zone agricole e nelle zone umide la percentuale di specie minacciate è significativamente più elevata che nel bosco o negli habitat alpini. Ciò indica gravi problemi per gli abitanti delle zone agricole e umide, come pure che il bosco, grazie a una selvicoltura vicina allo stato naturale, all’aumento della percentuale di legno morto e a una protezione delle superfici, presenta una qualità ecologica relativamente buona.

Dal 2010 diverse specie maggiormente minacciate

Per 42 delle 205 specie (20 %) la classificazione è cambiata rispetto al 2010. 25 specie sono state inserite in una categoria più elevata (ciò significa che il loro status è peggiorato). Per 20 di queste 25 specie il cambio di categoria è dovuto a un declino della popolazione; ciò è particolarmente evidente nel caso della Quaglia, che nel 2010 era ancora classificata come non minacciata. Anche nella Tortora selvatica il declino è così forte che, rispetto al 2010, ha dovuto essere inserita persino due categorie più in alto. Picchio cenerino, Averla piccola, Allodola, Canapino maggiore, Rondine, Beccafico, Pigliamosche e Strillozzo mostravano un calo già nel 2010. Particolarmente preoccupante è lo sviluppo negativo tuttora in corso degli effettivi di Allodola, specie un tempo onnipresente. La maggior parte di queste specie abita terreni coltivati ben strutturati e soffre, tra l’altro, dello sfruttamento agricolo sempre più intensivo. Questa intensificazione sta toccando sempre più anche le aree di media e alta quota; per questo, i prati magri diventano più rari e il primo sfalcio avviene sempre più precocemente.

Anche alcuni uccelli boschivi hanno problemi, come illustrano cinque specie con una classificazione più elevata dal 2010: Civetta capogrosso, Astore, Picchio cenerino, Beccafico e Venturone alpino. Per queste specie svolgono un ruolo importante, tra le altre cose, l’abbattimento di alberi con cavità e popolamenti di vecchi alberi, i lavori forestali sempre più frequenti nel periodo riproduttivo, la diminuzione dei boschi radi o pascolati, come pure l’eutrofizzazione dei suoli boschivi. Tra gli abitanti delle zone umide, desta particolare preoccupazione il declino dello Svasso maggiore. Nel caso degli habitat alpini, è particolarmente allarmante il calo degli effettivi di Fringuello alpino, poiché la Svizzera ospita ca. il 15 % della popolazione europea!

Le 17 specie che hanno potuto essere inserite in una categoria inferiore si possono suddividere in tre gruppi: cinque specie mostrano un chiaro aumento degli effettivi (Smergo maggiore, Gufo comune, Gufo reale, Gruccione, Taccola). Per sette specie il declino è rallentato o il trend è leggermente positivo, ma la popolazione è ancora piccola. Tra di esse troviamo specie come la Pavoncella, per la quale sono in corso intense misure di conservazione, oppure il Tuffetto e il Migliarino di palude, che tuttavia dipendono fortemente da misure di gestione. Per cinque specie, l’inserimento in categorie più basse è dovuto a una minore minaccia in Europa (ad es. Cicogna bianca, Aquila reale).

Influenze esterne possono portare rapidamente a un aumento del grado di minaccia di determinate specie, come mostra l’esempio del Falco pellegrino: nel 2010 era ancora classificato come potenzialmente minacciato, mentre ora è considerato vulnerabile. Questa specie soffre soprattutto a causa di persecuzioni illegali e di un aumento dei disturbi nei siti di nidificazione.

Come mostrano le analisi differenziate delle Liste del 2010 e del 2021, la situazione di minaccia degli uccelli nidificanti è ulteriormente peggiorata. Sono colpite soprattutto le specie delle zone agricole e umide. Anche un confronto della Lista Rossa con i Paesi limitrofi indica una situazione di minaccia relativamente forte degli uccelli nidificanti in Svizzera in queste regioni.

Sempre più specie potenzialmente minacciate dal 2001

Con il 40 %, dal 2001 al 2021 la percentuale di specie nella Lista Rossa è rimasta complessivamente invariata. Dal 2001 al 2021 è tuttavia aumentata in maniera significativa la percentuale delle specie potenzialmente minacciate, dal 12 al 20 %, a causa del calo dei loro effettivi. Il grado di minaccia degli uccelli svizzeri nidificanti è quindi leggermente aumentato. La necessità di agire resta quindi elevata. Per questo, dopo la pubblicazione dell’Atlante degli uccelli nidificanti 2013-2016, la Stazione ornitologica ha riassunto i punti più importanti nel cosiddetto Piano in 11 punti («Atlante degli uccelli nidificanti, un incarico per il futuro: 11 punti su cui agire»). Grazie a misure di conservazione mirate, gli effettivi di specie minacciate come la Pavoncella, l’Upupa e la Civetta sono di nuovo in aumento. La Stazione ornitologica, assieme alle sue organizzazioni partner, dimostra ogni giorno che questo lavoro di protezione della natura è necessario ed efficace.

Lista Rossa

Dall’autunno, la Lista Rossa 2021 potrà essere scaricata in tre lingue dalla homepage dell’UFAM: www.bafu.admin.ch/listerosse; non esiste una versione stampata. La Stazione ornitologica stilerà un rapporto di base (in tedesco) con la motivazione della classificazione per ogni specie: www.vogelwarte.ch/de/projekte/lagebeurteilung/lagebeurteilung-vogel-schweiz.

Knaus, P., S. Antoniazza, V. Keller, T. Sattler, H. Schmid & N. Strebel (in stampa): Lista Rossa Uccelli nidificanti. Specie minacciate in Svizzera, stato 2021. Ufficio federale dell’ambiente, Berna, e Stazione ornitologica svizzera, Sempach.

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Giorni solari per l’avifauna?

Agosto 2021

In Svizzera, l’utilizzo dell’energia solare va sicuramente incrementato. Tuttavia, nello sviluppo del fotovoltaico è importante tenere conto anche della protezione degli uccelli.

La Svizzera intende diventare a impatto climatico zero entro il 2050. In futuro, secondo la strategia energetica della Confederazione oltre il 40 % dell’elettricità rinnovabile andrà generata tramite fotovoltaico (FV), quindi dalla conversione diretta della radiazione solare in energia elettrica. Oltre all’ampliamento di quelli dei nuclei domestici, è prevedibile anche la diffusione di impianti FV a terra di tipo industriale, installati su superfici agricole. Ciò può portare a conflitti tra produzione di elettricità e uso agricolo, ma anche con la protezione della natura e degli uccelli, in particolare in terreni aperti a uso estensivo, nelle aree alpine, su versanti rocciosi esposti a sud e su laghi e fiumi. Perdite di superficie, ombreggiatura e schermatura, come pure frammentazione degli habitat possono avere effetti negativi sui siti di nidificazione delle specie di uccelli delle zone aperte e sui luoghi di sosta, inoltre sono possibili collisioni. D’altro canto, se coltivate in maniera estensiva le superfici tra i pannelli potranno offrire in futuro anche opportunità per promuovere la biodiversità.

Tenere conto della protezione degli uccelli

Un ampliamento dell’utilizzo dell’energia solare rispettoso dell’ambiente è da accogliere favorevolmente. La Stazione ornitologica raccomanda di privilegiare superfici già ampiamente pregiudicate e di poca importanza per la protezione della natura come tetti piani di capannoni industriali e centri commerciali, barriere antirumore, muri di sostegno, ponti e altre infrastrutture. Dovrebbero invece essere evitate le aree semi-naturali e gli habitat di specie di uccelli sensibili. Siti con elevate densità di uccelli non sono idonei poiché, ad esempio con l’insudiciamento causato dallo sterco, possono anche nascere conflitti con il FV provocati dagli uccelli, che riducono la resa prevista dell’impianto. Con la scelta di un’ubicazione rispettosa della natura e una corretta progettazione dell’impianto si possono ridurre sin dall’inizio eventuali effetti negativi.

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Cormorano e pesca: prigionieri del conflitto?

Aprile 2021

Il Cormorano è un tema ricorrente di accesi dibattiti. La Stazione ornitologica si impegna perché questi ultimi si basino su fatti concreti e i partner coinvolti affrontino insieme i problemi ambientali che concernono pesci e uccelli.

I pesci fanno parte dei gruppi faunistici più minacciati della Svizzera. Le attività umane hanno distrutto in molti luoghi le strutture naturali dei loro habitat e impedito le loro migrazioni con dighe e altre strutture. Per compensare queste perdite, le nostre acque sono state popolate con specie ittiche esotiche, che sono entrate in concorrenza con i pesci indigeni. Pesticidi, tracce di sostanze, come residui di farmaci e microplastiche, come pure gli effetti dei cambiamenti climatici stanno già avendo effetti critici su alcune specie ittiche. È inoltre stato scientificamente dimostrato che su alcuni dei nostri laghi le attività di pesca superano il livello di sostenibilità. Tuttavia, nonostante la notevole diminuzione degli effettivi di molte specie di pesci e il calo delle rese per i pescatori professionisti e non, il numero di cormorani resta elevato. Il conflitto si acutizzerà se non si terrà conto di importanti influssi sulle nostre acque generati dall’uomo.

Lo sviluppo degli effettivi non è illimitato

Il Cormorano è una specie indigena che sverna da noi da tempi storici. Dopo un picco raggiunto negli anni 1990, gli effettivi dei cormorani che svernano in Svizzera si sono ora stabilizzati sui 5500 individui. Perseguitata per secoli, negli anni 1960 la specie è stata portata in Europa sull’orlo dell’estinzione. Dopo essere stata messa sotto protezione, i suoi effettivi si sono tuttavia ripresi rapidamente: durante l’ultimo censimento, effettuato nel 2012, in Europa si sono contate ca. 370 000 coppie nidificanti della sottospecie sinensis che vive nell’entroterra europeo. Dal 2001 il Cormorano si riproduce anche in Svizzera senza alcun intervento umano: secondo i censimenti, nel 2020 gli effettivi erano di 2468 coppie nidificanti. Come per molte grandi specie di uccelli, le popolazioni di Cormorano non vengono praticamente limitate da predatori, ma piuttosto dalla disponibilità di cibo e di siti per nidificare, come pure dalla concorrenza con uccelli della stessa specie. Il basso tasso di crescita degli effettivi nidificanti dal 2016 indica che questi fattori cominciano ad avere effetto. La risorsa limitante sembra essere la disponibilità di siti di nidificazione idonei piuttosto che una carenza di cibo, come indica il fatto che le colonie riproduttive svizzere si trovano tutte in aree protette.

Relazioni complesse

Per molto tempo il pescato e gli effettivi del Cormorano erano cresciuti in parallelo. Ma negli ultimi anni è aumentato solo il numero di cormorani. In alcuni luoghi, i cormorani catturano ora tanto pesce quanto i pescatori professionisti. La colpa per il crollo del pescato è quindi del Cormorano? La relazione tra il pescato e gli effettivi di Cormorano è molto più complessa. Se una popolazione di uccelli che si nutrono di pesce è in aumento da anni, significa che ci deve essere cibo a sufficienza. L’apparente contraddizione con la forte riduzione del pescato è dovuta a difficoltà metodologiche: anche con il massimo sforzo, l’effettiva popolazione di pesci può essere rilevata solo in maniera imprecisa. Nella maggior parte dei casi, il pescato dei pescatori professionisti viene utilizzato come misura degli effettivi ittici. Esso viene tuttavia influenzato, ad esempio, dallo sforzo di pesca, dalle dimensioni minime per la cattura, ma anche dalle preferenze per poche specie ittiche economicamente rilevanti. Sulla base del pescato non è quindi possibile dire nulla riguardo agli effettivi di specie ittiche economicamente poco interessanti, come pure riguardo a pesci giovani e di piccole dimensioni, che si trovano al di sotto delle dimensioni minime per la cattura. I cormorani utilizzano tuttavia in larga misura proprio questi pesci. Un aumento degli uccelli che si nutrono di pesce, simultaneo a una diminuzione del pescato, non rappresenta quindi ancora una prova che gli uccelli provochino danni o minaccino gli effettivi ittici. I cormorani prediligono pesci con una lunghezza compresa tra 10 e 15 cm, eccezionalmente possono raggiungere i 40 cm. Vengono utilizzati soprattutto i pesci più diffusi e più facili da catturare. Nei luoghi di deposizione delle uova, si può tuttavia trattare anche di specie ittiche rare. Il fabbisogno alimentare giornaliero di un singolo cormorano dipende dalle sue dimensioni, come pure dal suo sesso e dalla sua età, ma anche dal valore nutrizionale dei pesci predati. In caso di basse temperature dell’aria e dell’acqua, come pure di disturbi che costringono i cormorani a fuggire, l’appetito aumenta. In media, un cormorano necessita ogni giorno da 300 a 500 g di pesce. I voli giornalieri di caccia possono portarlo fino a distanze di 100 km.

Molti pesci, molti utenti

Le analisi della Stazione ornitologica mostrano che il pescato è correlato positivamente con il numero di cormorani. Se si considera il fatto che si tratta dello sfruttamento di una risorsa comune, ciò è logico, ma fa aumentare la sensazione di concorrenza e le conseguenti richieste di misure. In Svizzera, nei mesi invernali il Cormorano è cacciabile. Secondo la Statistica federale sulla caccia, tra il 2010 e il 2019 sono stati abbattuti in media ogni anno 1509 cormorani (compresi gli abbattimenti selettivi). Ciò diventa problematico quando pregiudica specie di uccelli svernanti sensibili ai disturbi e mette in pericolo gli obiettivi di conservazione delle riserve per gli uccelli acquatici e migratori. Dal 1° febbraio al 31 agosto il Cormorano gode di un periodo di protezione, ma la sua stagione riproduttiva si estende regolarmente fino a settembre inoltrato. I Cantoni possono inoltre ordinare o consentire in ogni momento misure contro singoli cormorani che causano danni importanti. Negli stati confinanti dell’UE il Cormorano è invece protetto tutto l’anno e può essere abbattuto solo con autorizzazioni speciali, che tuttavia sono rilasciate regolarmente.

Che effetti hanno le misure di prevenzione dei danni?

In inverno, gran parte dei nostri cormorani nidificanti migra in direzione della Penisola Iberica, in particolare gli uccelli giovani. Secondo i ritrovamenti di anelli, i nostri ospiti invernali provengono principalmente dal Mare del Nord e dal Mar Baltico. Gli abbattimenti invernali non hanno quindi praticamente nessun influsso sui cormorani che nidificano da noi. Censimenti sistematici degli uccelli in migrazione al Défilé de l’Écluse, in Francia, mostrano che in autunno passano di lì fino a 20 000 cormorani che prima hanno attraversato la Svizzera. Queste cifre illustrano anche l’inutilità del tentativo di ottenere un calo degli effettivi attraverso abbattimenti invernali nel nostro Paese.

Si potrebbe ottenere qualche effetto con abbattimenti dissuasivi (un uccello viene abbattuto, il resto dello stormo fugge). Con una procedura coerente, in questo modo si può forse ridurre localmente la presenza di cormorani ma è importante valutare con precisione la situazione: se i cormorani sui laghi vengono spaventati, si spostano rapidamente all’interno dello stesso specchio d’acqua oppure sui fiumi, dove poi potrebbe aumentare artificialmente la pressione predatoria sul Temolo, già fortemente minacciato dai cambiamenti climatici.

Sono importanti misure per la protezione delle specie

La Stazione ornitologica non respinge misure mirate contro il Cormorano per la protezione del Temolo durante la deposizione delle uova. Con un mirato abbattimento dissuasivo di pochi cormorani, lungo i corsi di fiumi incanalati si può favorire la protezione del Temolo nei pochi siti di riproduzione ancora esistenti, senza pregiudicare altri obiettivi di protezione. Dopo aver soppesato i fatti noti, questa è la posizione della Stazione ornitologica, che resta impegnata a garantire che le discussioni e le misure adottate si basino su fatti concreti e siano efficaci.

La Stazione ornitologica invita inoltre tutti coloro che sono coinvolti nella discussione sul Cormorano a non lasciare che un eventuale conflitto interferisca con i loro comuni obiettivi, volti a migliorare le condizioni di vita dei pesci e degli uccelli sui laghi e i fiumi svizzeri.

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Svizzera troppo ordinata per la Civetta?

Aprile 2021

I confini politici possono avere un grande influsso sull’idoneità di una regione quale habitat. Ciò è chiaramente illustrato dall’esempio della Civetta, il cui insediamento in Svizzera è più lento che nella Germania meridionale.

Un modello di idoneità dell’habitat elaborato per la Svizzera e il Baden-Württemberg ha mostrato che gran parte della superficie agricola di entrambe le regioni sarebbe idonea come habitat per la Civetta. Ciò nonostante, negli ultimi anni la popolazione della Germania meridionale è notevolmente aumentata, mentre in Svizzera gli effettivi sono aumentati in maniera relativamente lenta, malgrado le misure di conservazione. Un nuovo studio della Stazione ornitologica svizzera mostra le ragioni di questo fenomeno.

Nel Baden-Württemberg, gli esperti hanno trovato un numero nettamente superiore di prati gestiti in maniera estensiva rispetto alla Svizzera. Anche vecchi alberi da frutta ad alto fusto con molte potenziali cavità di nidificazione erano più frequenti. Inoltre, nella Germania meridionale piccole strutture come mucchi di rami e muri a secco erano circa tre volte più frequenti, fatto che influisce sull’offerta di cavità di nidificazione e potenziali prede. Ciò è dovuto a differenze socioculturali, storiche e giuridiche nell’uso del suolo da una parte e dall’altra dei confini politici. Giocano un ruolo anche incentivi diversi nella politica agricola: ad esempio, dopo la Seconda guerra mondiale molti frutteti svizzeri ad alto fusto furono distrutti con azioni di dissodamento sponsorizzate dallo Stato. Queste differenze portano a un uso più o meno intensivo del suolo e quindi anche a una diversa disponibilità di risorse vitali come cibo o siti di nidificazione. Il successo della conservazione della Civetta in Svizzera richiede quindi un ripensamento della politica agricola e una maggiore tolleranza nei riguardi di strutture improduttive che causano un apparente «disordine», come vecchi capanni e grandi alberi solitari con rami morti, dei quali beneficerebbero anche molte altre specie minacciate.

Tschumi, M., P. Scherler, J. Fattebert, B. Naef-Daenzer & M. U. Grüebler (2020): Political borders impact associations between habitat suitability predictions and resource availability. Landscape Ecol 35: 2287–2300. https://doi.org/10.1007/s10980-020-01103-8

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© Marcel Burkhardt

Al centro dell’interesse: aquila reale immatura. Sono facilmente riconoscibili dalla base bianca della coda e dai campi bianchi sotto le ali.

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Sulle tracce delle giovani aquile reali

Dicembre 2020

Per comprendere la popolazione di Aquila reale sull’arco alpino, la fase di dispersione delle giovani aquile reali è molto importante, ma al suo riguardo finora le conoscenze sono limitate. Un progetto internazionale di ricerca, a cui partecipa anche la Stazione ornitologica, si è posto come obiettivo di conoscere meglio la vita delle giovani aquile reali.

Il 17 marzo 2020 ci inoltriamo con gli sci da escursionismo nel Parco nazionale innevato. Equipaggiati di un ricevitore portatile UHF con tanto di antenna seguiamo due guardiaparco lungo una traccia fresca di lupo. Obiettivo: trovare il trasmettitore di un’aquila reale andato perso. I dati raccolti dal trasmettitore sono infatti molto importanti per la scienza. Presto entriamo in contatto con il trasmettitore che invia impulsi sonori ogni due secondi. Gradualmente riusciamo a circoscrivere sempre più i segnali, finché scopriamo l’apparecchio su un terreno ripido ma senza neve. Nel frattempo, un’aquila reale immatura vola via sopra le nostre teste, probabilmente si tratta di «Droslöng17 », liberata dal trasmettitore a causa di usura del materiale, che speriamo abbia ancora davanti a sé una lunga vita da aquila. Tali battute d’arresto fanno inevitabilmente parte della ricerca; per i nuovi trasmettitori verrà comunque utilizzato un altro materiale più stabile. Il rammarico per la perdita del trasmettitore è tuttavia grande: «Droslöng17» è stata infatti la prima in assoluto, di un totale di 33 aquile reali grigionesi che sono state equipaggiate con un trasmettitore nell’ambito di un progetto di studio sul comportamento dispersivo delle giovani aquile reali, e avrebbe dovuto fornire dati sui suoi spostamenti ancora per molto tempo.

Il ruolo chiave delle giovani aquile reali

Questo progetto è stato lanciato nel 2016 dall’Istituto Max Planck di biologia del comportamento a Radolfszell e ha come obiettivo di colmare le lacune di conoscenza riguardo agli spostamenti delle giovani aquile reali fino al raggiungimento della maturità sessuale. La collaborazione con la Stazione ornitologica, che si limita al Canton Grigioni, è stata gradualmente estesa anche ad altri partner. Fino al 2020 si sono uniti team provenienti dall’Alto Adige, dalla Lombardia, dalla Baviera, dall’Austria e dalla Slovenia, in modo che ora è possibile studiare i movimenti delle giovani aquile reali in gran parte dell’arco alpino.

A differenza del Nordeuropa e del bacino mediterraneo, nell’Europa centrale le aquile reali non sono praticamente presenti in pianura ma vivono soprattutto nelle regioni alpine. Quest’area montuosa densamente abitata dalle aquile reali rende difficile ma anche interessante studiare in maniera più precisa gli spostamenti e delle giovani aquile reali e come sono effettuati. Per fortuna, oggi la popolazione alpina di questa specie sta molto bene, è praticamente satura ed è quindi soggetta a una regolazione naturale, determinata da una forte competizione. In questo contesto le giovani aquile vaganti giocano un ruolo fondamentale: sono infatti la causa principale per cui, attualmente, il successo riproduttivo delle coppie territoriali è fortemente limitato. Tuttavia, anche le giovani aquile devono lottare contro i loro conspecifici: oltre la metà delle aquile trovate morte nei Grigioni sono vittime di conflitti territoriali. Con queste premesse, è importante capire meglio la strategia di sopravvivenza delle giovani aquile e quindi conoscere lo sviluppo della popolazione di Aquila reale nel suo complesso. Ma quali fattori determinano gli spostamenti delle giovani aquile? E che ruolo giocano a questo proposito, rispettivamente, la distribuzione del cibo e la presenza di coppie di aquile territoriali?

Nella sua tesi di dottorato, Julia Hatzl intende rispondere a queste domande, con possibilità tecniche completamente nuove. I trasmettitori solari oggi disponibili non solo consentono – a dipendenza dell’apporto energetico da parte del sole – una localizzazione estremamente precisa, ma forniscono anche informazioni sul comportamento della giovane aquila e sulle sue variazioni con l’avanzare dell’età. I dati necessari devono tuttavia essere convalidati con molto lavoro sul campo.

Annotazioni dal lavoro sul campo

Dopo un’attesa di 30 minuti, il ricevitore UHF dà finalmente segni di vita con un debole segnale acustico che diventa subito più forte: ed ecco che avvistiamo la giovane aquila reale dotata di trasmettitore che plana sopra la cima della vicina montagna. Equipaggiati di telescopio e binocolo cerchiamo di descrivere il suo comportamento nel modo più preciso possibile e di registrarlo digitalmente. Il nocciolo della questione è non perdere di vista l’aquila perché, così velocemente come è apparsa, altrettanto rapidamente può scomparire dietro la cresta della montagna accanto.

Queste osservazioni ci permettono di capire meglio il comportamento delle giovani aquile. Il trasmettitore, fissato sulla schiena dell’uccello come uno zaino, non registra soltanto i luoghi precisi dove si trova l’animale ma anche dati che forniscono informazioni sui suoi movimenti e sulla posizione del corpo. A seconda del comportamento, cambia anche lo schema di registrazione dei dati: se a questi schemi si vuole ora assegnare il comportamento corrispondente, è necessario confrontarli con osservazioni effettuate sul campo esattamente nello stesso momento. Comportamenti relativamente facili da riconoscere sono «mangiare», «battere le ali», «volo planato» o «elemosinare cibo». Per riuscire a rilevare una gamma di comportamenti il più ampia possibile, da inizio aprile quasi ogni giorno il nostro team è sulle tracce dei giovani uccelli con trasmettitore in tutto il Canton Grigioni. Ma è più facile a dirsi che a farsi: dopo che le giovani aquile hanno lasciato il territorio dei genitori, nei loro anni di apprendimento e vagabondaggio possono infatti coprire ogni giorno distanze di 130 km. Inoltre, spesso le giovani aquile non si spostano da sole ma con altre due, tre, a volte persino fino a sei altre giovani aquile nella stessa area. Pensiamo che una delle cause di questo comportamento sia lo spazio densamente popolato e pieno di territori. Quando entrano in volo in territori occupati, le giovani aquile vengono scacciate violentemente dalle coppie residenti. Non resta quindi molto spazio e questo spesso deve essere condiviso con altre giovani aquile.

Studiamo anche il comportamento delle giovani aquile finché si trovano ancora nel territorio dei genitori e rileviamo l’attività e la densità delle aquile reali in tutta la regione comprendente l’Engadina e Davos. In questo modo desideriamo capire meglio i fattori che influenzano la distribuzione delle giovani aquile sull’arco alpino.

Primi risultati

La mole di dati raccolti è già molto ampia e anche la giovane aquila «Droslöng17», citata all’inizio, vi ha contribuito: circa un mese dopo essere stata equipaggiata di trasmettitore, il 7 agosto 2017 la giovane femmina «Droslöng17» ha abbandonato definitivamente il suo nido. Ha poi fatto seguito la fase di volo in cui il giovane elemosina continuamente cibo e viene nutrito dai genitori. Grazie a «Droslöng17» e ad altri individui equipaggiati di trasmettitore, abbiamo potuto seguire minuziosamente per la prima volta i movimenti delle giovani aquile e abbiamo fatto subito alcune scoperte sorprendenti: ad esempio che già 5 settimane dopo essere uscite dal nido le giovani aquile effettuano escursioni piuttosto ampie, che possono durare fino a undici giorni e portarle fino a 100 km di distanza dal territorio natale. Siamo curiosi di scoprire quali altri segreti ci riveleranno le aquile.

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Rondone maggiore in ascesa ma vigilanti

Agosto 2020

In nessun’altra parte dell’Europa centrale così tanti rondoni maggiori nidificano negli edifici come in Svizzera. Oggi, oltre l’80 % delle oltre 2000 coppie nidifica in edifici e costruzioni del genio civile. Ciò comporta alcuni vantaggi per la protezione della specie ma anche qualche sfida.

Solo per pochissime specie di uccelli selvatici si conosce un interesse e un’attività di conservazione su un così lungo periodo come per i rondoni. In particolare in Italia, sono note torri che, secoli fa, venivano dotate intenzionalmente di numerose cavità di nidificazione per poi «raccogliere», cioè mangiare, i giovani rondoni. Anche in Svizzera i giovani e grassi rondoni erano apprezzati. Sappiamo così per certo che già nel 1768/69 nella cattedrale di Berna c’era una grande colonia, oltre a un’altra nella torre Christoffel: il cronista specificava che i giovani erano «un cibo delizioso». Da allora, l’atteggiamento degli abitanti della città verso i rondoni è fortunatamente cambiato! Tuttavia, come già alla fine del 19° secolo, quando a Berna i rondoni maggiori dovettero farsi da parte a causa della demolizione della torre Christoffel e di lavori di costruzione alla cattedrale, anche oggi questi uccelli sono fortemente esposti alle attività umane. È quindi necessario restare sempre vigili.

Attualmente i rondoni maggiori nidificano in circa 70 località della Svizzera. Chiasso, Berna, Friburgo, Lucerna e Zurigo ospitano le colonie più grandi. Quali siti di nidificazione, questa specie sceglie spesso edifici dominanti ed esposti, come chiese, castelli, edifici scolastici, ospedali, grattacieli e ponti. Non è raro che siano edifici storici ad attirare particolarmente gli uccelli. Una volta che una coppia si è stabilita in un sito di riproduzione, di solito vi resta fedele. È questa spiccata fedeltà ai luoghi di cova che rende le misure di conservazione per questa specie una sfida particolare.

È infatti difficile attirare l’attenzione dei rondoni alpini su nuove opportunità di nidificazione e convincerli a traslocare. Ciò sarebbe spesso necessario, poiché succede frequentemente che edifici che ospitano colonie di nidificazione vengano rinnovati e ristrutturati e non dappertutto è possibile conservare i siti di nidificazione. Altrove ci possono essere conflitti con gli abitanti della casa, ad esempio quando i fori d’involo si trovano direttamente sopra un’entrata e ogni tanto cade un po’ di sterco. Spesso si potrebbe installare nelle vicinanze un sito di nidificazione sostitutivo, ma non è per niente scontato che gli uccelli lo accettino. A differenza del Rondone comune, il Rondone maggiore reagisce difficilmente ai richiami della propria specie, diffusi per lui con altoparlanti dalle cassette di nidificazione. Per i protettori e le protettrici dei rondoni ciò comporta un notevole potenziale di frustrazione e richiede molta pazienza. La situazione è ancora più difficile se un sito di nidificazione esistente viene demolito. Ciò è attualmente il caso, ad esempio, all’ospedale cantonale di Frauenfeld e il prossimo anno interesserà anche la più importante colonia di nidificazione di Mulhouse, in Alsazia. Nel caso del primo edificio, l’Associazione per la protezione della natura e degli uccelli di Frauenfeld era al corrente già dal 2012 che erano previsti una nuova costruzione e uno smantellamento. Fortunatamente, impresari costruttori e architetti si sono mostrati sin dall’inizio molto disponibili a offrire ai rondoni maggiori nuove opportunità di nidificazione. Con la consulenza della Stazione ornitologica, già nel 2013 sono state montate su un vicino edificio cassette nido sostitutive. Tuttavia, ci è voluto fino alla primavera del 2020 perché i rondoni maggiori le ispezionassero per la prima volta. Anche lungo il bordo del tetto del nuovo edificio dell’ospedale, eretto nel frattempo, sono state montate cassette nido. Dal punto di vista architettonico ciò rappresenta una sfida poiché questa costruzione non è più paragonabile al vecchio edificio di degenza. Allo stesso tempo, i rondoni dovranno riabituarsi alla nuova situazione, poiché sul nuovo edificio non troveranno più cassette per le tapparelle. Una volta demolito l’edificio di degenza nel 2021, si vedrà se gli sforzi saranno ripagati e i rondoni resteranno fedeli alla città di Frauenfeld.

Fino a oggi, un luogo difficile per i rondoni alpini era Olten. Nel 1978 si conoscevano due coppie nidificanti, ma in seguito questo sito di riproduzione era apparentemente scomparso. Alcuni tentativi di insediamento nell’edificio del Municipio attorno agli anni 1990 non avevano avuto successo. Solo nel 2013 è stata di nuovo scoperta in città una coppia nidificante. Da allora gli effettivi sono aumentati in maniera notevolmente rapida fino a 10 coppie. Con una grande azione di installazione di cassette nido, nella primavera del 2020 l’Associazione ornitologica di Olten (OVO) ha tentato, assieme alla ditta ALPIQ, di migliorare in maniera netta la situazione dei siti di nidificazione. Essendo stati osservati già in maggio voli d’ispezione nelle nuove cassette, si può coltivare una giustificata speranza che ora il Rondone maggiore diventi un uccello nidificante stabile della città sull’Aar.

In molti luoghi i rondoni maggiori necessitano attenzioni costanti per i controlli e la pulizia dei nidi artificiali e per la sensibilizzazione dei proprietari di case e della popolazione locale. Inoltre, sono spesso necessarie operazioni a breve termine e misure di salvataggio se un uccello subisce un incidente, se giovani cadono dal nido o quando vengono decise ristrutturazioni al momento sbagliato. È solo grazie al costante impegno di molti appassionati di uccelli e associazioni per la protezione della natura e degli uccelli se negli ultimi decenni gli effettivi hanno potuto crescere e che oggi vengono abbandonati meno siti di nidificazione rispetto agli anni 1970 e 1980. A tutti la Stazione ornitologica è molto grata. Invitiamo a continuare a monitorare attentamente le colonie e a considerare la minaccia di ristrutturazioni anche come un’opportunità: esse offrono infatti la possibilità di mettere a disposizione dei rondoni per il futuro nuove e più ampie possibilità di nidificazione e di attenuare eventuali conflitti. Da parte sua, la Stazione ornitologica svizzera sarà felice di contribuire con la sua pluriennale esperienza e di fornire consulenza sul posto.

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Più comprensione per le sfacciate cornacchie

Aprile 2019

Quasi nessun altro gruppo di uccelli deve combattere contro così tanti pregiudizi come i Corvidi. Con una migliore comprensione delle relazioni ecologiche e del loro comportamento si possono sfatare questi pregiudizi e diminuire i conflitti.

In Svizzera gli effettivi di molti Corvidi sono in netto aumento. In particolare Gazza, Cornacchia nera (e grigia) e Corvo comune sono oggi nidificanti diffusi nei villaggi e nelle città. Questi uccelli adattabili beneficiano qui delle buone condizioni alimentari e della mancanza di nemici. Negli insediamenti gli uccelli vivono nelle immediate vicinanze dell’uomo, fatto che porta regolarmente a conflitti: gli abitanti vengono disturbati dalle chiassose colonie di Corvo comune e dallo sterco che si accumula sotto di esse, oppure si lamentano se nel loro giardino un nido di Passeriforme viene saccheggiato da una cornacchia o una gazza.

Effetti sui piccoli Passeriformi

Spesso si sente dire che negli insediamenti i Corvidi decimano o addirittura portano all’estinzione gli effettivi dei Passeriformi. Piccoli uccelli, uova e nidiacei giocano un ruolo solo secondario nell’alimentazione degli adulti ma sono importanti quale nutrimento per i piccoli: con un’alimentazione ricca di proteine gli adulti consentono loro di iniziare bene la loro vita, esattamente come fa, ad esempio, un’Aquila reale che nutre i suoi piccoli con marmotte. Se si considera la Svizzera nel suo insieme, i Corvidi non hanno alcun influsso sullo sviluppo degli effettivi di altri uccelli. I piccoli Passeriformi nidificano per lo più diverse volte all’anno e possono così compensare eventuali perdite di covate. Il «Monitoraggio degli uccelli diffusi », effettuato annualmente, mostra che negli ultimi anni gli effettivi di Merlo, Pettirosso, Cinciallegra e di molte altre specie sono nettamente aumentati, anche se i loro nidi possono essere saccheggiati da Corvidi.

Chi osserva nel proprio giardino un Corvide che saccheggia un nido, si sente comunque dalla parte dei danneggiati. Chi vuole aiutare i Passeriformi dovrebbe piantare, invece di thuja o lauroceraso, densi cespugli spinosi ed essenze legnose indigene che offrano una buona copertura, come prugnoli, biancospini, rose selvatiche o sambuchi neri, che offrono ai passeriformi luoghi di nidificazione relativamente sicuri.

Effetti sui rapaci

Quando i Corvidi si accaniscono su un rapace le simpatie vanno nettamente a favore del rapace, il «buono», mentre i Corvidi sono i «cattivi». I rapaci non vengono tuttavia attaccati senza motivo: i Corvidi scacciano un potenziale nemico dal loro territorio, per proteggere sé stessi e difendere i loro piccoli. I Corvidi sono infatti genitori esemplari, che si occupano premurosamente della loro prole. Ciò che per altri animali viene considerato amore parentale, per i Corvidi viene visto come malvagità. Per i rapaci, gli attacchi dei Corvidi possono tuttavia risultare al massimo fastidiosi, ma non hanno effetti sulle loro popolazioni: dagli anni 1990 gli effettivi della maggior parte dei rapaci sono infatti in aumento.

Conflitti tra vicini

Al contrario di Cornacchia nera e grigia, che si riproducono in coppie territoriali, il Corvo comune nidifica in colonie. Gran parte delle 5800-7300 coppie nidificanti in Svizzera si trova nelle città. Soprattutto a partire da maggio, quando entrambi i genitori portano cibo alla loro prole, le colonie possono diventare molto rumorose, fatto che può portare a reclami da parte di chi abita vicino alla colonia. Per il Corvo comune, uccello sociale, la comunicazione acustica gioca tuttavia un ruolo essenziale. Misurazioni del livello sonoro hanno inoltre mostrato che i richiami dei corvi comuni si trovano nettamente al di sotto del rumore del traffico. Che tuttavia i primi vengano maggiormente percepiti come disturbo mostra quanta poca buona volontà esista nei confronti degli uccelli. In particolare, quando sotto ai nidi si trovano parcheggi, panchine o parchi gioco, marciapiedi o fermate di autobus, esiste un ulteriore potenziale di conflitto dovuto all’insudiciamento da sterco.

Per impedire l’insediamento di corvi comuni sono già stati effettuati tentativi con i metodi più disparati: frequente potatura degli alberi, impiego di finti rapaci, repulsori ottici, raggi laser e altre tecniche sono stati utilizzati in diversi luoghi con diversi gradi di successo. Per lo più ciò ha portato alla fondazione di nuove colonie nelle vicinanze, spostando quindi il problema senza tuttavia risolverlo. Dal punto di vista della Stazione ornitologica, le misure devono essere completate entro l’inizio del periodo di protezione a metà febbraio. Documentare eventuali interventi e i loro effetti è una premessa per poter imparare da queste esperienze e ottimizzare eventuali ulteriori misure.

Cornacchie e agricoltura

I Corvidi non trovano il loro cibo soltanto nelle agglomerazioni, ma anche nelle zone agricole aperte. Stagionalmente le piante coltivate possono quindi costituire una parte importante del loro nutrimento. Anche se singole aziende possono essere pesantemente colpite, ricerche hanno stimato che il danno globale agricolo è poco elevato. I Corvidi vengono tuttavia anche benvisti dagli agricoltori poiché mangiano, tra l’altro, anche carogne, lumache e topi. Responsabili dei danni alle colture sono soprattutto uccelli non nidificanti, che si riuniscono in stormi, mentre le coppie durante il periodo riproduttivo non causano praticamente alcun danno. Nei nidi di cornacchie e gazze nidificano inoltre gufi comuni e gheppi: senza i Corvidi nelle zone agricole questi cacciatori di topi non potrebbero riprodursi.

Il metodo migliore per tenere lontani i Corvidi dalle colture è la prevenzione. Piantando siepi e boschetti campestri si offre copertura ai loro nemici. Se i Corvidi non si sentono sicuri, il loro periodo di permanenza sui campi può ridursi. Anche scegliendo il momento adatto per la semina si possono evitare danni. Se, malgrado ciò, si rende necessario scacciare i Corvidi, sono necessari fantasia e cambiamenti frequenti: questi intelligenti uccelli imparano infatti velocemente e dopo pochi giorni non reagiscono più alle misure dissuasive. Utilizzati a turno, offrono una certa protezione palloni riempiti di gas, nastri colorati in plastica, eliche a vento e apparecchi con effetti dissuasivi acustici e/o visivi; i palloni a gas sono particolarmente efficaci. Dettagli sul loro uso corretto si possono trovare nel foglio informativo «Corvidi nelle colture agricole». Un’intensificazione della caccia, spesso discussa, non permette invece una soluzione a lungo termine di questi conflitti.

Il tema cruciale della caccia

Contrariamente a quanto pensa la maggior parte della gente, gazze e cornacchie non sono protette e quindi, fuori dal periodo di protezione, possono essere cacciate. Dal 2012 anche il Corvo comune è cacciabile ma gode di un periodo di protezione che va dal 16 febbraio al 31 luglio. Secondo la statistica venatoria federale, tra il 2010 e il 2017 sono state abbattute annualmente 9762 cornacchie nere e 1386 gazze. Negli ultimi anni il numero di corvi comuni abbattuti è salito alle stelle: se nel 2013 erano ancora stati abbattuti solo 4 corvi, nel 2017 erano già 200. Non si può quindi parlare di protezione. Una decimazione durevole degli effettivi mediante un’intensificazione della caccia non è tuttavia attuabile per diversi motivi: da un lato la caccia è molto impegnativa poiché questi uccelli, grazie alla loro elevata intelligenza, in poco tempo riconoscono individualmente i cacciatori e i loro veicoli, allontanandosi per tempo; dall’altro, nelle agglomerazioni, dove gli effettivi sono aumentati in maniera particolare, per motivi di sicurezza la caccia non è praticabile.

La caccia blocca inoltre alcuni meccanismi naturali di regolazione che impediscono alle popolazioni di crescere all’infinito. In caso di densità elevate, si osserva infatti un numero maggiore di uccelli non nidificanti, che disturbano in maniera massiccia le coppie durante l’allevamento dei piccoli, riducendo il successo riproduttivo. Oltre a ciò, con la densità aumenta anche l’aggressività tra coppie confinanti. Cornacchie e gazze non si sopportano molto neanche tra di loro, saccheggiando a vicenda i loro nidi appena si presenta la possibilità. Con la decimazione temporanea indotta dalla caccia vengono disattivati i meccanismi naturali di regolazione, che agiscono in caso di densità elevate, e gli effettivi raggiungono quindi di nuovo molto rapidamente le dimensioni precedenti.

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Taglio estivo del legname e protezione degli uccelli

Dicembre 2018

Dal punto di vista ecologico l’uso del legno è sensato. Con il crescente sfruttamento del legname in estate, i disturbi sono tuttavia nettamente aumentati e vengono distrutte anche covate di uccelli. In generale, per non disturbare gli uccelli nel periodo di nidificazione, da aprile ad agosto bisognerebbe rinunciare a lavori forestali.

Dal punto di vista ecologico l’utilizzo del legno è sensato poiché si tratta di una materia prima rinnovabile. Se il bosco viene gestito in maniera corretta, ciò permette inoltre di influenzare positivamente l’habitat di molte specie di uccelli boschivi, come ad esempio facendo in modo che superfici di bosco giovane e maturo siano ben mescolate e che non vengano costituiti boschi monotoni su grandi superfici. Una gestione che tende al bosco rado può favorire molte specie animali e vegetali minacciate. Anche uccelli specializzati come il Succiacapre, la Tortora selvatica o il Picchio rosso mezzano possono beneficiare di questi «boschi radi».

Tagli di legname nel bosco causano tuttavia anche disturbi. Fintanto che i lavori si svolgono in inverno, non esistono finora indizi che i disturbi rappresentino un problema per intere popolazioni. Nel frattempo, il taglio di alberi avviene tuttavia sempre più spesso anche nei mesi estivi. Ciò è diventato interessante da un punto di vista commerciale poiché con nuove tecniche il legname in piena vegetazione può essere essiccato più velocemente. Inoltre macchinari e personale possono essere utilizzati durante tutto l’anno. Se il taglio e la raccolta del legname avvengono durante il periodo di nidificazione i disturbi hanno tuttavia un effetto molto superiore sugli uccelli: i nidi, come pure le uova e i nidiacei in essi contenuti non sono mobili e cadono quindi più facilmente vittima dei lavori forestali. In caso di disturbi, gli uccelli abbandonano inoltre più facilmente le loro covate o non iniziano nemmeno a nidificare. Tutto ciò ha effetti negativi sul successo riproduttivo.

Considerando le popolazioni nel loro insieme, l’influsso di questi insuccessi riproduttivi può variare molto da specie a specie e dipende dalle dimensioni della superficie boschiva interessata da interventi forestali durante la nidificazione. Sugli effettivi della maggior parte degli uccelli boschivi nidificanti frequenti e diffusi, come fringuelli, tordi o cince, il taglio di legname in estate non ha probabilmente molto influsso. La situazione è invece diversa per alcune specie più rare, con effettivi molto più bassi ed esigenze più specifiche per quanto riguarda l’habitat. Gallo cedrone, Picchio cenerino, rapaci come il Falco pecchiaiolo o il Lodolaio e alcune altre specie reagiscono in maniera molto più sensibile ai disturbi. Per pochissime di queste specie sono noti con precisione i luoghi e le cavità di nidificazione o la posizione dei nidi. Poiché, in questo modo, è quasi impossibile prendere misure cautelative per queste specie su piccola scala, la Stazione ornitologica invita a evitare in linea di principio lavori forestali nel bosco tra aprile e agosto. L’altitudine alla quale avviene il taglio e le specie nidificanti ivi presenti sono i parametri più importanti per determinarne il periodo preciso.

Il periodo di nidificazione di numerose specie (rapaci diurni e notturni, picchi, galliformi e altri) inizia già prima di aprile e per Colombella, Falco pecchiaiolo e Lodolaio può durare fino ad agosto inoltrato. Durante il periodo riproduttivo di queste specie, leggermente più lungo, bisognerebbe quindi rinunciare in linea generale a lavori forestali in boschi maturi.

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Cura di siepi e cespugli su terreni privati

Dicembre 2018

Nella tarda primavera le Autorità invitano regolarmente i proprietari di fondi a tagliare siepi e cespugli. Per l’avifauna indigena questo è un cattivo momento perché cade proprio nel periodo riproduttivo di molte specie nidificanti.

Giardini e insediamenti urbani offrono molte opportunità per creare strutture e habitat diversificati per la flora e la fauna indigene. Le esigenze degli uccelli riguardo al loro habitat sono di due tipi: gli uccelli necessitano di un luogo sicuro per allevare i propri piccoli, come pure di cibo a sufficienza per loro stessi e la loro prole.
I piccoli vengono spesso allevati con insetti, un cibo molto nutriente. Dopo il periodo di nidificazione e fino a inverno inoltrato giocano un ruolo importante frutti e bacche. Nel giardino è bene piantare cespugli a bacche indigeni, che offrono agli uccelli una gran quantità di nutrimento. Servono anche da sito di nidificazione per le specie che non covano in nicchie degli edifici, in cavità degli alberi o in cassette nido. Diverse specie nidificano di preferenza in cespugli densi e spinosi, piantati in gruppi o come siepe.

I cespugli spinosi offrono copertura e protezione sia al nido, sia ai nidiacei quasi in grado di volare. È importante che gli uccelli non vengano disturbati con interventi né durante la costruzione del nido, né durante la cova, né mentre allevano i piccoli. Nel peggiore dei casi, un taglio dei cespugli durante il periodo riproduttivo può portare a un’interruzione della nidificazione. Il taglio di siepi e cespugli dovrebbe quindi avvenire al di fuori del periodo di cova. Ciò nonostante, le Autorità invitano a tagliare siepi e cespugli su terreni privati anche durante questo periodo sensibile. Ciò dipende da vari regolamenti e riguarda soprattutto gli assi di traffico e i confini tra parcelle adiacenti. Informazioni più dettagliate sono disponibili presso le amministrazioni comunali.

A questo conflitto si può far fronte solo con un’attenta pianificazione degli interventi e curando gli arbusti in maniera previdente in inverno. Lavorando da novembre a marzo non si causa praticamente alcun disturbo a piante e animali; inoltre la struttura legnosa di siepi e cespugli è ben visibile e ciò permette, per il taglio, di tener conto nel migliore dei modi della forma naturale di crescita delle piante. Per tenere libere strade e vie pedonali è necessario eseguire un taglio generoso. Ideale sarebbe calcolare una distanza sufficiente dalla via più vicina già al momento della messa a dimora dei cespugli. Tenendo conto di quanto larga e alta diventerà la specie di arbusto in questione in quel determinato luogo, anche dopo anni si avrà una striscia libera abbastanza larga tra la via e la siepe. In questo modo, anche con un’importante crescita primaverile un taglio durante il periodo di nidificazione non sarà necessario.

Per rispetto della fauna selvatica, bisognerebbe evitare il più a lungo possibile di potare i cespugli con frutti, poiché rappresentano un’importante fonte di cibo. In autunno le foglie sotto i cespugli si possono lasciare tranquillamente al suolo, poiché offrono un terreno ideale per uno strato erbaceo diversificato. Il materiale vegetale tagliato non deve sempre essere necessariamente triturato o eliminato ma può anche essere impilato in strati, formando un prezioso mucchio.
Le siepi piuttosto dense sono particolarmente idonee alla nidificazione degli uccelli. È quindi importante assicurarsi che, al momento della cura, i cespugli non vengano diradati troppo e che i rami vengano tagliati sempre nello stesso punto: così facendo il cespuglio si ramificherà fortemente, formando nuove possibilità di nidificazione.

Ulteriori indicazioni sul giardino prossimo allo stato naturale e sul taglio di siepi si possono trovare nei fogli informativi per la protezione degli uccelli, pubblicati dalla Stazione ornitologica e BirdLife Svizzera.

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Proteggere gli uccelli da morte per elettrocuzione

Agosto 2018

I piloni di linee aeree a media tensione costruiti in maniera non idonea rappresentano per gli uccelli un pericolo mortale. Sebbene nel frattempo numerosi piloni pericolosi abbiano potuto venire risanati, molto resta ancora da fare. Gli uccelli possono venire folgorati anche dalle linee di contatto ferroviarie. Anche questo pericolo va eliminato.

Per uccelli con una grande apertura alare, i piloni delle linee a media tensione non isolati dalla terra sono molto insidiosi. A seconda del tipo di struttura possono venire colpiti già uccelli delle dimensioni di un falco. Due scenari sono generalmente fatali: quando un uccello tocca due elementi sotto tensione, provocando un corto circuito, oppure quando entra in contatto con uno di essi mentre è posato sul pilone, provocando una scarica verso la terra.

Gufo reale e Cicogna bianca, entrambi specie prioritarie per la conservazione delle specie, sono particolarmente minacciati. Uno studio dell’Università di Berna ha mostrato che l’elettrocuzione era responsabile della metà delle morti di giovani gufi reali causate dall’uomo. Senza incidenti mortali su piloni di media tensione gli effettivi di Gufo reale vallesani potrebbero triplicare nello spazio di otto anni. Rispetto agli attuali 25- 35, nel Canton Grigioni ci sarebbe posto per un numero doppio di territori di Gufo reale. L’elettrocuzione è stata indicata come causa di morte anche per il 19 % delle cicogne bianche inanellate ritrovate morte in Svizzera. La necessità di agire è quindi ben documentata. Quali tipi di pilone siano insidiosi è noto e lo sono anche le misure necessarie. La Stazione ornitologica ha elaborato ulteriori basi: ha identificato le regioni prioritarie per il risanamento della rete di media tensione per le due specie Gufo reale e Cicogna bianca in Svizzera e, con alcuni partner in Engadina, come pure nel Canton Vallese ha steso un inventario dei piloni pericolosi di media tensione; questi inventari comprendono rispettivamente oltre 250 e circa 1500 piloni. In entrambe le regioni alcune aziende elettriche si sono attivate: in Engadina è stato finora risanato quasi un quinto di tutti i piloni, di quelli particolarmente pericolosi una buona metà, portando a una rallegrante diminuzione delle vittime da elettrocuzione. Il risanamento di piloni pericolosi di media tensione dovrebbe ora proseguire a tappeto in ulteriori regioni.

Ora anche la ferrovia

In collaborazione con le Ferrovie retiche (RhB), in Engadina la Stazione ornitologica rivolge ora la sua attenzione anche alle linee di contatto ferroviarie. Vittime con tracce di ustioni hanno mostrato che, in queste regioni, oltre alle collisioni con i treni i gufi reali sono esposti anche a elettrocuzioni causate dalle linee di contatto.

In una prima fase, in collaborazione con rappresentanti delle RhB, nell’estate e autunno 2017 David Jenny, della Stazione ornitologica, ha montato trappole fotografiche presso un campione di nove piloni ferroviari situati nelle vicinanze di siti di nidificazione di Gufo reale. In totale hanno potuto venire analizzate quasi 400 fotografie: oltre a gheppi, gufi comuni, gracchi alpini e altre specie di Corvidi, alcune immagini mostrano anche gufi reali. Basandosi sull’analisi delle fotografie sono state proposte misure. Le Ferrovie retiche intendono iniziare in settembre con il risanamento dei primi piloni di linee di contatto.

L’evoluzione sta andando nella buona direzione. In fin dei conti, non soltanto la produzione di energia elettrica ma anche il suo trasporto dovrebbe avvenire in maniera rispettosa dell’ambiente.

Ora anche la ferrovia

In collaborazione con le Ferrovie retiche (RhB), in Engadina la Stazione ornitologica rivolge ora la sua attenzione anche alle linee di contatto ferroviarie. Vittime con tracce di ustioni hanno mostrato che, in queste regioni, oltre alle collisioni con i treni i gufi reali sono esposti anche a elettrocuzioni causate dalle linee di contatto.

In una prima fase, in collaborazione con rappresentanti delle RhB, nell’estate e autunno 2017 David Jenny, della Stazione ornitologica, ha montato trappole fotografiche presso un campione di nove piloni ferroviari situati nelle vicinanze di siti di nidificazione di Gufo reale. In totale hanno potuto venire analizzate quasi 400 fotografie: oltre a gheppi, gufi comuni, gracchi alpini e altre specie di Corvidi, alcune immagini mostrano anche gufi reali. Basandosi sull’analisi delle fotografie sono state proposte misure. Le Ferrovie retiche intendono iniziare in settembre con il risanamento dei primi piloni di linee di contatto.

L’evoluzione sta andando nella buona direzione. In fin dei conti, non soltanto la produzione di energia elettrica ma anche il suo trasporto dovrebbe avvenire in maniera rispettosa dell’ambiente.

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Verso un verde futuro per la Tottavilla

Agosto 2018

Circa la metà degli effettivi svizzeri di Tottavilla nidifica nei vigneti vallesani. Con un progetto di ricerca, negli ultimi anni si sono studiate le esigenze delle tottaville vallesane riguardo al loro habitat, in relazione ai vari metodi di gestione dei terreni.

Anche se in Svizzera dal 2000 gli effettivi di Tottavilla sono aumentati, le circa 300 coppie nidificanti rappresentano un numero ancora molto basso. Per questo la specie figura in Svizzera nella Lista Rossa quale «vulnerabile» e fa parte alle specie prioritarie per le quali vengono sviluppate particolari misure di conservazione. Nel nostro Paese la Tottavilla si osserva soprattutto nei pascoli giurassiani ma anche nei vigneti della Svizzera nordorientale, attorno a Ginevra e in Vallese; circa la metà delle coppie nidificanti si trova in quest’ultimo Cantone. Il suo canto melodioso, che le è valso il nome scientifico del genere Lullula e il nome francese «Alouette lulu», si può udire già da metà febbraio. Durante queste settimane del tardo inverno si può spesso osservare la Tottavilla mentre esegue con tenacia i suoi gorgheggi in volo a grande altezza. Appena iniziano a nidificare a fine marzo, questi uccelli divengono invece molto discreti, poiché da quel momento passano la maggior parte del tempo al suolo, cercando nutrimento, ben mimetizzati, o covando già nel loro nido. Durante il periodo di nidificazione da marzo a luglio, quale fonte di nutrimento la Tottavilla dipende essenzialmente da insetti, che scova di preferenza in habitat con erba bassa.

Condizioni di vita contrastanti nei vigneti vallesani

In Vallese i vigneti rappresentano un habitat estremo poiché qui, su circa l‘80 % delle particelle, tutta la vegetazione al suolo viene ancora distrutta con diserbanti. I vigneti danno quindi spesso un’immagine sterile. L’uso di diserbanti può essere spiegato principalmente con il clima secco: i viticoltori vogliono impedire un’eccessiva concorrenza per acqua e sostanze nutritive tra le viti e altre piante, distruggendo quindi le presunte erbacce. Negli ultimi anni si è tuttavia potuto constatare un cambio di direzione verso metodi di coltivazione più rispettosi dell’ambiente, che consentono un inerbimento del terreno. Da allora in Vallese il numero di vigneti inerbati è in aumento, fatto che porta al panorama contrastante di oggi: di frequente, particelle inerbite si trovano come oasi in mezzo a superfici sterili trattate con diserbanti. Tuttavia, a seconda della regione, spesso sono isolate da altri vigneti inerbati. Il fatto che gran parte degli effettivi svizzeri di Tottavilla nidifichi in un habitat così estremo ha sollevato una serie di questioni scientifiche alle quali, negli ultimi anni, la Stazione ornitologica, assieme all’università di Berna, ha cercato di dare una risposta.

Condizioni di vita contrastanti nei vigneti vallesani

In Vallese i vigneti rappresentano un habitat estremo poiché qui, su circa l‘80 % delle particelle, tutta la vegetazione al suolo viene ancora distrutta con diserbanti. I vigneti danno quindi spesso un’immagine sterile. L’uso di diserbanti può essere spiegato principalmente con il clima secco: i viticoltori vogliono impedire un’eccessiva concorrenza per acqua e sostanze nutritive tra le viti e altre piante, distruggendo quindi le presunte erbacce. Negli ultimi anni si è tuttavia potuto constatare un cambio di direzione verso metodi di coltivazione più rispettosi dell’ambiente, che consentono un inerbimento del terreno. Da allora in Vallese il numero di vigneti inerbati è in aumento, fatto che porta al panorama contrastante di oggi: di frequente, particelle inerbite si trovano come oasi in mezzo a superfici sterili trattate con diserbanti. Tuttavia, a seconda della regione, spesso sono isolate da altri vigneti inerbati. Il fatto che gran parte degli effettivi svizzeri di Tottavilla nidifichi in un habitat così estremo ha sollevato una serie di questioni scientifiche alle quali, negli ultimi anni, la Stazione ornitologica, assieme all’università di Berna, ha cercato di dare una risposta.

Alle tottaville piacciono vigneti inerbiti e ricchi di specie

In una prima fase il team di ricercatori voleva capire in quali vigneti le tottaville stanno più volentieri, rispettivamente se avessero una preferenza per uno dei due tipi di gestione «rinverdito» o «non rinverdito». Siccome gli uccelli, con l’inizio del periodo di nidificazione divengono difficili da scoprire e da osservare, durante tre stagioni riproduttive i loro luoghi di soggiorno sono stati determinati tramite telemetria. Contemporaneamente si sono cercati i loro nidi nei vigneti, in modo da ottenere importanti informazioni riguardo alle loro preferenze nella scelta del sito di nidificazione. Si è inoltre studiata la densità di insetti nei diversi vigneti, poiché l’uso dell’habitat da parte degli uccelli insettivori è largamente determinato dall’offerta di cibo e dalla sua disponibilità. I ricercatori hanno scoperto che più il terreno era inerbito e più l’inerbimento era diversificato, più le densità di insetti nei vigneti erano elevate. Ciò spiega a sua volta il corrispondente uso dell’habitat da parte della Tottavilla: i risultati hanno infatti mostrato chiaramente che, nella scelta dei loro territori, le tottaville non solo preferivano vigneti inerbiti, ma soprattutto quelli che presentavano associazioni vegetali più ricche di specie. Inoltre, per soddisfare le diverse esigenze della specie, sembrava importante la diversità strutturale della vegetazione al suolo: per la ricerca del nutrimento le tottaville sceglievano particelle inerbite con vegetazione discontinua che presentavano un’elevata percentuale di aree con terreno nudo. Ciò rende le prede più accessibili. Per la scelta del sito di nidificazione le tottaville preferivano invece luoghi con vegetazione il più possibile densa e alta. Con la protezione della vegetazione sembra che perdite di covate dovute ai Corvidi, attivi di giorno, e alle volpi, attive di notte, siano meno elevate.

Dalla prospettiva degli uccelli: sono richiesti habitat a mosaico

Se si osserva il paesaggio dei vigneti vallesani dall’alto, quindi dalla prospettiva degli uccelli, sorge inoltre la domanda su quale ruolo giochino la percentuale di superfici inerbite e la loro interconnessione all’interno di un potenziale territorio. Il numero di insetti in una determinata zona era fortemente influenzato dalla superficie di vigneti inerbiti: il maggior numero di insetti si è trovato quando la percentuale di superfici inerbite era relativamente elevata (60 %). La superficie inerbita e la sua disposizione spaziale avevano un ruolo importante anche nell’uso dell’habitat della Tottavilla: se soltanto una piccola percentuale (10-20 %) della superficie era inerbito, le tottaville preferivano paesaggi nei quali le parcelle inerbite fossero ben interconnesse l’una con l’altra. Tuttavia, appena un’area presentava un’elevata percentuale di particelle inerbite gli uccelli preferivano una maggiore frammentazione. Ciò significa che le parcelle rinverdite non dovrebbero formare una superficie compatta ma formare, interagendo con altri elementi, un differenziato paesaggio a mosaico.

Significato per la pratica

Nella prossima fase, i risultati delle ricerche effettuate nei vigneti vallesani dovranno essere implementati passo dopo passo per favorire con misure mirate la Tottavilla e la biodiversità locale. A questo scopo è stato lanciato un progetto della Stazione ornitologica in collaborazione con il parco naturale Pfyn-Finges. L’obiettivo è di aumentare le superfici rinverdite nei vigneti, di interconnetterle meglio e di renderle più diversificate con speciali miscele di semi. Con aziende agricole interessate, in diversi piccoli progetti vengono inoltre create strutture naturali per la promozione della biodiversità come siepi basse o mucchi di pietre. Ai viticoltori che desiderano gestire i loro vigneti in maniera sostenibile e prossima alla natura viene consigliato di rinverdire gli spazi tra i filari e di mantenere senza vegetazione gli spazi sotto ai ceppi, in maniera di creare un mosaico di superfici inerbite e terreno senza vegetazione. Per ottenere un rinverdimento ricco di specie, a seconda delle particelle andrebbe promosso uno sviluppo spontaneo della vegetazione o andrebbero seminate miscele di semi adattate alla stazione. Con l’attuale cambiamento verso una gestione più sostenibile dei vigneti abbiamo di fronte un futuro entusiasmante e pieno di speranza, in cui si spera che il melodioso canto della Tottavialla potrà di nuovo risuonare in molti luoghi.

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I 60 anni d’inanellamento al Col de Bretolet

Agosto 2018

Dal 1958 la Stazione ornitologica gestisce su questo passo alpino vallesano una stazione d’inanellamento per lo studio della migrazione autunnale degli uccelli. Grazie alla particolare topografia, qui è possibile catturare uccelli in migrazione anche di notte, fatto che ha reso famoso il Col de Bretolet a livello internazionale.

Titolo di questo rapporto sul Col de Bretolet è doppiamente fuorviante: in primo luogo le attività d’inanellamento erano già iniziate nel 1953, 1954, 1956 e 1957, con campi del Groupe des Jeunes di Nos Oiseaux. Il lavoro sistematico è tuttavia effettivamente iniziato nel 1958, quindi 60 anni fa, dopo la costruzione di una capanna stabile e con il finanziamento da parte del Fondo nazionale, attraverso la Stazione ornitologica svizzera. Secondariamente, sul Col de Bretolet non si sono soltanto inanellati uccelli ma hanno avuto luogo anche osservazioni sistematiche della migrazione e sono pure stati studiati gli spostamenti di altri gruppi di animali (farfalle diurne e notturne, sirfidi, pipistrelli). Si tratta quindi in realtà di una stazione alpina di ricerca.

Punto di partenza per lo studio della migrazione degli uccelli sul Col de Bretolet era stata la domanda se gli uccelli in migrazione attraversassero le Alpi o no, questione discussa negli anni ‘30 in maniera molto controversa, persino polemica, e che aveva portato ad azioni di osservazione e di cattura su diversi passi alpini. In quegli anni la Stazione ornitologica si era impegnata soprattutto presso Realp (Arnold Masarey & Ernst Sutter). Dopo aver osservato una forte migrazione di uccelli sul Col de Cou, Max d’Arcis aveva suggerito di aprire una stazione simile nelle Alpi svizzere occidentali.

Questo desiderio fu ripreso solo negli anni ‘50 quando Michel Desfayes, dopo aver effettuato escursioni su vari passi romandi, nel 1951 giunse alla conclusione che sul Col de Cou / Bretolet la migrazione diurna era particolarmente forte. Ben presto fecero seguito i campi d’inanellamento del Groupe des Jeunes, citati più sopra, e l’impegno della Stazione ornitologica. All’inizio, l’obiettivo era descrivere lo spettro delle specie e il passaggio delle varie specie sull’arco della giornata e delle stagioni. Ben presto ci si rese conto che di notte i migratori potevano venire catturati con reti alte, un’opportunità fino ad allora unica al mondo. Ciò ha portato al lavoro dettagliato di Volker Dorka (1966) sul passaggio giornaliero e stagionale di molte specie; in esso sono state presentate conoscenze di base sulle differenze tra migratori a corto e a lungo raggio, come pure migratori diurni e notturni, discutendo in particolare l’importanza biologica della migrazione notturna.

Alla domanda se il numero di catture sul Col de Bretolet, fortemente dipendente dalle condizioni meteorologiche, riflettesse effettivamente la migrazione, si è potuta dare una risposta soltanto con l’uso di un radar nel 2007 (le osservazioni con radar del 1966 a Planachaux, di Walter Gehring, non erano quantitative). In effetti esiste una correlazione straordinariamente buona tra l’intensità di migrazione misurata con il radar sia di giorno, sia di notte, e il numero di catture, rispettivamente, di migratori diurni e notturni. In questo modo si è potuta confermare l’ipotesi che, in caso di venti da ovest, la migrazione autunnale attraverso la Svizzera viene spinta contro le Alpi e gli uccelli migrano lungo le valli protette dai venti, volando quindi bassi. È in questo modo che si formano le grandi concentrazioni di uccelli migratori vicino al suolo, sui passi, in particolare sui Cols de Cou e Bretolet che si trovano lungo il prolungamento SO della catena principale delle Alpi.

Nel 1962 Jacques Aubert, del Museo zoologico di Losanna, iniziò con lo studio della migrazione degli insetti. Vennero costruite una seconda capanna e una cisterna, migliorando così notevolmente le condizioni di lavoro. Alla fine degli anni ’60, da parte della Stazione ornitologica la stazione non era sempre occupata ma gli entomologi continuarono sporadicamente a inanellare uccelli. Nel 1972 Raffael Winkler riprese di nuovo l’inanellamento per studiare la pneumatizzazione della calotta cranica dei Passeriformi e affinare i metodi di determinazione dell’età. Dal 1977 fecero seguito ricerche sulla migrazione notturna e sull’attraversamento delle Alpi, dal 1986 studi sul bilancio energetico di migratori notturni e sull’arco di tutto questo periodo rilevamenti sulla muta che, con le relative fotografie, portarono alla pubblicazione del libro «Moult and Ageing of European Passerines». Studi specifici sul Col de Bretolet portarono a molte altre conoscenze, come ad esempio sul decorso giornaliero e stagionale della migrazione dei rapaci, su parassiti del sangue e ectoparassiti degli uccelli come zecche e la loro infestazione con batteri di Borrelia e sulla presenza di pipistrelli; recentemente sono stati di nuovo ripresi studi sulla migrazione degli uccelli.

Le particolarità del Col de Bretolet risiedono in primo luogo nella possibilità di catturare uccelli non soltanto in migrazione attiva diurna ma anche in migrazione attiva notturna; in secondo luogo, nella stessa località può venire catturato un notevole numero di uccelli in migrazione che occupano gli habitat più diversi, quindi ad esempio anche specie dei generi Anthus e Motacilla, che nei loro luoghi di sosta sono difficili da catturare. Ciò permette di avere in mano, in un tempo relativamente breve e in uno stesso luogo, un’estesa gamma di specie con un numero perlopiù elevato di individui.

Nel corso di questi oltre 60 anni sul Col de Bretolet sono stati catturati 744‘024 uccelli di 162 specie diverse. La carta dei ritrovamenti di anelli mostra l’ampio bacino di provenienza degli uccelli di passo autunnali e le regioni dell’Europa meridionale visitati durante la migrazione o per lo svernamento.

Le catture effettuate ogni anno consentono di rilevare i cambiamenti, durante oltre 60 anni, della migrazione autunnale proveniente da questo vasto bacino. Sporadicamente si osservano ad esempio invasioni di cince more, cinciarelle e cinciallegre, singolarmente o in contempooranea, alle quali possono partecipare anche altri uccelli boschivi come il Picchio muratore, il Picchio rosso maggiore o la Ghiandaia. Ritrovamenti di anelli mostrano che, a seconda dell’anno, queste invasioni provengono da regioni diverse e portano anche verso regioni differenti.

Mentre, con il riscaldamento climatico, per molte specie i cambiamenti (di regola un’anticipazione) della migrazione primaverile sono conosciuti, studi riguardo ai cambiamenti del periodo di migrazione autunnale sono praticamente inesistenti. Grazie alla serie di dati sul lungo periodo del Col de Bretolet abbiamo potuto mostrare che diversi migratori reagiscono in maniera differenziata al riscaldamento climatico. Specie che effettuano una sola covata oggi ripartono più presto rispetto a 40 anni fa. Al contrario, specie che possono prolungare il loro periodo riproduttivo con una seconda covata ripartono nettamente più tardi rispetto agli anni in cui è stata fondata la stazione d’inanellamento.

Anche se è in funzione da oltre 60 anni, il Col de Bretolet ci riserva ancora sorprese, sia osservazioni singolari, come un’aquila reale che «gioca» con una cicogna in migrazione, sia catture particolari, come un Grillaio nel 2014. Dal momento che il Col de Bretolet si trova in un paesaggio fantastico, è raggiungibile solo a piedi (e quindi tutto deve venire trasportato sul dorso), le condizioni meteorologiche regalano quasi ogni giorno atmosfere da sogno e l’alloggio ha una certa originalità, in questo luogo si genera una particolare atmosfera e nascono singolari esperienze, non solo nella natura ma anche all’interno del gruppo di volontari che, per una o più settimane, giorno e notte controllano le reti, osservano e raccolgono dati.

Ancora oggi, l’obiettivo principale delle ricerche sul Col de Bretolet è il monitoraggio della migrazione degli uccelli in autunno. Qui la grande diversità di specie offre una sezione trasversale che altrimenti si può ottenere solo su un insieme di più stazioni differenti. Il Col de Bretolet serve inoltre alla formazione dei futuri inanellatori e inanellatrici: qui gli aspiranti inanellatori possono approfittare in particolare della grande ricchezza di specie e dei numeri elevati di catture. E – da ultimo ma non per ultimo – la stazione è a disposizione per ricerche specifiche, sia su uccelli che su altri animali, se ciò non pregiudica il monitoraggio della migrazione.

Mentre, con il riscaldamento climatico, per molte specie i cambiamenti (di regola un’anticipazione) della migrazione primaverile sono conosciuti, studi riguardo ai cambiamenti del periodo di migrazione autunnale sono praticamente inesistenti. Grazie alla serie di dati sul lungo periodo del Col de Bretolet abbiamo potuto mostrare che diversi migratori reagiscono in maniera differenziata al riscaldamento climatico. Specie che effettuano una sola covata oggi ripartono più presto rispetto a 40 anni fa. Al contrario, specie che possono prolungare il loro periodo riproduttivo con una seconda covata ripartono nettamente più tardi rispetto agli anni in cui è stata fondata la stazione d’inanellamento.

Anche se è in funzione da oltre 60 anni, il Col de Bretolet ci riserva ancora sorprese, sia osservazioni singolari, come un’aquila reale che «gioca» con una cicogna in migrazione, sia catture particolari, come un Grillaio nel 2014. Dal momento che il Col de Bretolet si trova in un paesaggio fantastico, è raggiungibile solo a piedi (e quindi tutto deve venire trasportato sul dorso), le condizioni meteorologiche regalano quasi ogni giorno atmosfere da sogno e l’alloggio ha una certa originalità, in questo luogo si genera una particolare atmosfera e nascono singolari esperienze, non solo nella natura ma anche all’interno del gruppo di volontari che, per una o più settimane, giorno e notte controllano le reti, osservano e raccolgono dati.

Ancora oggi, l’obiettivo principale delle ricerche sul Col de Bretolet è il monitoraggio della migrazione degli uccelli in autunno. Qui la grande diversità di specie offre una sezione trasversale che altrimenti si può ottenere solo su un insieme di più stazioni differenti. Il Col de Bretolet serve inoltre alla formazione dei futuri inanellatori e inanellatrici: qui gli aspiranti inanellatori possono approfittare in particolare della grande ricchezza di specie e dei numeri elevati di catture. E – da ultimo ma non per ultimo – la stazione è a disposizione per ricerche specifiche, sia su uccelli che su altri animali, se ciò non pregiudica il monitoraggio della migrazione.

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Sfalcio a rotazione: per gli uccelli delle zone umide

Agosto 2018

Le attività del tempo libero nella natura sono sempre più amate e come conseguenza si hanno sempre più incontri tra uomo e uccelli. Tuttavia questi incontri possono venir percepiti dagli uccelli come minacce che aumentano il loro stress fisico, portando a conseguenze negative. Con un esperimento, alcuni ricercatori della Stazione ornitologica hanno voluto scoprire che influenza potessero avere le attività umane sugli uccelli durante la fase di insediamento in una regione.

Le zone umide sono l’habitat di numerose specie animali e vegetali, spesso fortemente minacciate. Una particolare minaccia deriva dalla regolazione del livello delle acque dei laghi, che ne impedisce le naturali fluttuazioni. La mancanza di questa dinamica porta alla diffusione di alberi e cespugli e alla trasformazione in bosco delle zone umide.

Nelle zone umide lungo le sponde dei laghi uno sfalcio regolare può impedire la proliferazione dei cespugli. Ma quale regime di sfalcio è il più adatto per la conservazione di specie tipiche delle zone umide? Assieme a colleghi della Stazione ornitologica, i collaboratori dell’Association Grande Cariçaie, responsabile della cura degli habitat in questa zona umida e del controllo della sua efficacia, con una ricerca sul lungo periodo hanno potuto fornire risposte a questa domanda. Attingendo a dati da loro raccolti nel corso di ben 30 (!) anni, hanno studiato l’influsso a lungo termine dello sfalcio a rotazione su cinque specie delle zone umide (Cannaiola comune, Salciaiola, Migliarino di palude, Porciglione e Basettino) sulla riva meridionale del lago di Neuchâtel.

I ricercatori hanno scoperto che lo sfalcio a rotazione – e cioè lo sfalcio di una superficie ad anni alterni, con pause di diversa lunghezza tra un anno e l’altro – non ha effetti negativi sui nidificanti. I risultati dello studio indicano che sono consigliabili frequenze di sfalcio inferiori a quanto sia consuetudine per habitat di questo tipo. Dal punto di vista degli uccelli lo sfalcio dovrebbe venir effettuato solo ogni tre anni, meglio ancora sarebbe ogni sei anni o ancora più raramente.

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Trinciatura – Flagello dei pascoli giurassiani

Agosto 2017

I pascoli estensivi giurassiani fanno parte degli habitat più ricchi di specie della Svizzera. Questa ricchezza è tuttavia minacciata dall’intensificazione delle pratiche agricole in generale e della trinciatura del suolo in particolare.

Quando si parla del Giura pensiamo spesso alle lunghe creste disseminate di pascoli boscati. In effetti questi pascoli sono gli elementi emblematici del paesaggio giurassiano. Questo mosaico di boschi e di spazi aperti è stato formato nel corso di numerosi secoli dallo sfruttamento silvo-pastorale tradizionale. All’interno di questo mosaico paesaggistico, il pascolo estensivo e la presenza di numerose piccole strutture come gli affioramenti rocciosi, i mucchi di pietre e i dossi con una vegetazione rada e molto tipica, come pure i cespugli, gli alberi isolati e le ceppaie, creano un’eterogeneità che favorisce la biodiversità. Qui sono ancora presenti molte specie divenute minacciate o rare sull’Altipiano, come ad esempio la Tottavilla.

Idillio ingannevole

Anche se il paesaggio giurassiano può apparire intatto e selvaggio, a partire dagli anni 1990 conosce una massiccia diminuzione della biodiversità. I diversi indicatori di biodiversità rivelano questa tendenza particolarmente negativa per le farfalle diurne e gli ortotteri, come pure per la flora dei prati e dei pascoli secchi (PPS) del Giura. Per gli ortotteri e la flora dei PPS, nel Giura per gli ultimi 20 anni questa tendenza è più marcata che nelle altre regioni biogeografiche svizzere, in particolare l’Altipiano. Anche ricerche mirate sulla Tottavilla nella catena giurassiana, nell’ambito dell’Atlante degli uccelli nidificanti della Svizzera, indicano una nuova diminuzione della specie in soli 10 anni. Nel mirino la razionalizzazione e la ristrutturazione delle aziende agricole, che hanno portato a un’intensificazione di numerosi pascoli e pascoli boscati nella maggior parte dei Cantoni della catena giurassiana ma anche nel Giura francese.

Trinciatutto ad asse orizzontale – distruttori di pascoli

Mentre l’intensificazione delle pratiche agricole sull’arco giurassiano è globale, i metodi utilizzati per raggiungere questo scopo sono a volte molto particolari. Qui si utilizzano senza scrupoli potenti macchinari, chiamati trinciatutto ad asse orizzontale, capaci di distruggere anche rocce e sassi e in grado di frantumare il suolo fino a una profondità di 5–25 cm. Questa tecnica permette di frantumare le pietre, eliminando così gli affioramenti rocciosi e le piccole irregolarità del terreno che si trovano così spesso sui pascoli giurassiani. Da un punto di vista agricolo, la struttura del terreno viene così «migliorata» e il terreno livellato, così da permettere di aumentare la resa e facilitare lo sfruttamento meccanico. Alla levigazione del suolo, in sostituzione del pascolo fa seguito, di norma, la semina di un prato artificiale che può essere falciato due-tre volte l’anno. Con la distruzione di microhabitat come ad esempio gli affioramenti calcarei, che presentano una flora molto specializzata e diversificata, questa pratica ha un effetto omogeneizzante importante. Una ricostituzione di questo ambiente è praticamente impossibile poiché questo effetto è irreversibile su scala umana. I pascoli ricchi di specie passati sotto ai trinciatutto sono così perduti per sempre.

Legislazione e dimensioni di questa pratica

La pratica della trinciatura è conosciuta già dalla metà degli anni 1990. A partire dagli anni 2000, diversi Cantoni del Giura corrugato si sono resi conto più o meno velocemente della necessità di legiferare in materia. A volte, la regolamentazione si differenzia tuttavia molto da un Cantone all’altro: Berna e Neuchâtel sono i meno restrittivi in materia. Nel Canton Berna questa pratica non è totalmente vietata ma sottostà all’obbligo di inoltrare una domanda di permesso di costruzione. Ogni anno vengono formulate 3–4 domande di questo genere. Nel Canton Neuchâtel la trinciatura parziale, limitata cioè a piccole superfici di qualche metro quadrato, può essere autorizzata nei prati e nei pascoli permanenti (ma non nei pascoli boscati) al di fuori dei perimetri di protezione, richiedendo un permesso. In media, ogni anno vengono registrate cinque richieste. Nei Cantoni di Soletta e Vaud, dove non esiste una regolamentazione specifica in materia, la questione è trattata attraverso altre leggi e ordinanze.

Benché le regolamentazioni esistano e il problema sia conosciuto da oltre vent’anni, si conoscono diversi casi di trinciatura, sia prima che dopo l’entrata in vigore della regolamentazione. Mentre nei Cantoni Soletta e Vaud questa pratica resta rara, nel Giura bernese, nel Canton Giura e nel Giura neocastellano è nettamente più diffusa.

Purtroppo non esiste nessuna statistica al riguardo, per cui è impossibile determinare le dimensioni di questa pratica. Tuttavia, in quasi tutti i Cantoni citati sono stati realizzati interventi su vasta scala, che hanno toccato superfici da uno a tredici ettari. In generale la pratica sembra restare piuttosto puntuale ma la mancanza di una visione d’insieme e l’impossibilità di contabilizzare i casi non denunciati o non scoperti relativizza questa affermazione. Inoltre, fino a oggi sono poche le operazioni di trinciatura non autorizzate che sono state denunciate alla giustizia. Troppo spesso l’applicazione delle leggi è rallentata da lunghe procedure. Senza sanzioni efficaci, i rischi in cui incorre un agricoltore scorretto restano quindi trascurabili. Più di 20 anni dopo le prime trinciature, è tempo che le regolamentazioni divengano sufficientemente rigorose e che l’uso dei trinciatutto a asse orizzontale a scopi agricoli venga vietato. Le leggi devono assolutamente venir applicate per impedire ulteriori abusi.

Quale avvenire per i pascoli giurassiani?

Per garantire la conservazione di specie esigenti, come la Tottavilla, nella catena giurassiana, la protezione e la conservazione dei prati e dei pascoli estensivi, ricchi di specie e strutture, deve essere una priorità nella protezione degli habitat. Questa protezione non deve tuttavia limitarsi soltanto alla qualità botanica di una superficie ma deve tener conto anche della diversità delle strutture e dell’eterogeneità del paesaggio, che sono gli elementi chiave della biodiversità. L’esperienza mostra chiaramente che la protezione dei pascoli e delle praterie inventariati come terreni secchi d’importanza nazionale non è sufficiente, poiché le dimensioni di queste superfici sono spesso troppo limitate e la loro qualità è in diminuzione.

Oggi è necessaria una gestione più globale e sostenibile dei pascoli magri e dei pascoli boscati poiché, oltre alla trinciatura, vengono comunemente utilizzate numerose altre tecniche d’intensificazione e miglioramento del terreno. I piani di gestione integrata mirano a un’ottimizzazione delle diverse risorse e dell’uso agricolo e forestale di un pascolo boscato, tenendo conto degli interessi ambientali e sociali. Attraverso l’arco giurassiano esiste già qualche buon esempio in tal senso ma c’è ancora molto da fare. Modelli come il programma pluriannuale Natura e Paesaggio del Canton Soletta restano esemplari.

Per terminare, i pascoli magri giurassiani non giocano un ruolo importante solo nella conservazione di specie minacciate ma anche, a causa del loro valore ricreativo per la popolazione, nella promozione turistica. Senza una reale volontà politica che saprà contrastare l’industrializzazione dell’agricoltura anche in questa regione, il futuro del suo emblematico paesaggio si delinea a tinte fosche.

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Ospiti nel salotto di sensibili nidificanti nelle rocce

Agosto 2017

Chi si dedica all’arrampicata si muove sulle pareti rocciose e quindi nell’habitat di numerose specie, in parte molto sensibili. La Stazione ornitologica si impegna affinché una coesistenza tra uomini e uccelli sia possibile, anche sulle rocce.

I vantaggi per gli uccelli che nidificano nelle pareti rocciose sono evidenti: hanno una buona visuale sul loro territorio, possibilità di raggiungere e lasciare liberamente in volo il nido, che è ben protetto dai predatori terrestri. Durante la pratica del suo sport, chi si dedica all’arrampicata si trova quindi, per così dire, nel salotto degli uccelli e può arrivare inaspettatamente nelle immediate vicinanze del nido. La reazione degli uccelli a tali eventi può essere molto diversa e può verificarsi anche soltanto dopo molto tempo o dopo disturbi ripetuti. Per gli uccelli in questione è problematico se, dopo la loro fuga, le uova si raffreddano troppo a lungo, se interrompono la cova o abbandonano completamente la parete rocciosa. In Germania si è potuto effettivamente mostrare che il successo riproduttivo del Gufo reale in regioni molto gettonate per l’arrampicata è inferiore rispetto a regioni paragonabili meno frequentate. In regioni della Svizzera meridionale e dell’Italia settentrionale si sono potute effettuare osservazioni simili. Questi conflitti si possono risolvere soltanto con una limitazione temporanea o permanente dell’arrampicata, a seconda della situazione solo a livello locale o su più vasta scala.

Attori sensibili

Il potenziale di conflitto tra lo sport dell’arrampicata e la natura è conosciuto. In numerose guide di arrampicata si fa appello a un attento rapporto con la natura, fornendo codici di comportamento, come pure suggerimenti concreti e indicazioni riguardanti limitazioni dell’arrampicata. Nel 2015 le organizzazioni IG Klettern Basler Jura, Mountain Wilderness, Berg- Ospiti nel salotto di sensibili nidificanti nelle rocce sportschule Kletterwelt e il Club Alpino Svizzero CAS hanno dedicato al tema un opuscolo informativo e di formazione, in tedesco, dal titolo «Uomo, rocce e falchi». Sul sito Internet www.sac-cas.ch/it/capanne-e-escursioni/portale-escursionistico-del-cas/. html il CAS informa riguardo alle limitazioni attuali nelle regioni di arrampicata svizzere. Con riferimento alle zone di tranquillità per la fauna selvatica

(www.zone-di-tranquillita.ch) il club tematizza inoltre un ulteriore possibile conflitto con lo sport di arrampicata: l’accesso a una parete rocciosa può infatti condurre attraverso habitat di altre specie sensibili di uccelli, come il Gallo cedrone o il Francolino di monte, o di altri animali selvatici. Anche qui possono essere in vigore limitazioni.

Dove possono esserci conflitti

Dopo che, in Vallese, negli ultimi anni si erano verificate a più riprese situazioni conflittuali, il Cantone ha incaricato la Stazione ornitologica di stendere una cartina in cui fosse indicato dove esiste un potenziale conflitto tra sei nidificanti nelle rocce (Gipeto, Aquila reale, Falco pellegrino, Gufo reale, Passero solitario e Gracchio corallino) e attività del tempo libero sulle rocce (v. Avinews 3/15). Per queste specie rare e sensibili esiste il pericolo che, a lungo termine, i disturbi si ripercuotano nega tivamente sugli effettivi. In un prossimo passo, a partire da queste basi, in collaborazione con rappresentanti dell’arrampicata si vuole stendere una «cartina di coesistenza» per evitare che nascano conflitti, per garantire la protezione delle specie sopracitate sul lungo periodo e rendere comunque possibili le attività di arrampicata. Con le sue conoscenze sulla presenza di nidificanti sensibili nelle rocce, la Stazione ornitologica può contribuire a una migliore prevenzione dei conflitti.

Il ruolo della Stazione ornitologica

Oggigiorno le attività sportive e del tempo libero nella natura raggiungono anche aree dove finora l’uomo non ha praticamente causato disturbi. La Stazione ornitologica è convinta che soltanto affrontando la questione con un approccio lungimirante, costruttivo e cooperativo si possano trovare soluzioni sostenibili. Affinché in Svizzera le attività sportive e del tempo libero avvengano in maniera compatibile con la natura, si impegna nell’associazione Natura & Tempo libero e cerca la collaborazione con autorità e organizzazioni.